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Non rimasi in zona abbastanza a lungo da scoprire dove Giaccadipelle Uno era atterrato, ma il tonfo non era stato dei migliori. Non avevo mai scordato il rumore di un preservativo pieno di ketchup che colpiva il marciapiede, e il cranio del tizio me lo fece tornare in mente.
Mentre il suo compare si precipitava a porgere i suoi omaggi, io raggiungevo di corsa il ponteggio da cui scesi aggrappandomi e scivolando in Tabard Street. Scavalcai la ringhiera del parco e raggiunsi a precipizio il riparo della collinetta e degli alberi. Giaccadipelle Due non avrebbe atteso l’arrivo dei paramedici, e io non volevo offrirgli la possibilità di concludere il lavoro che il cugino aveva iniziato.
Girai verso Eastwell House, l’isolato dove abitavo quando con Gaz bombardavamo la piazza. Per un attimo pensai di sdraiarmi dietro il cartellone dei vagabondi, ma quando le sirene si scatenarono alle mie spalle, decisi di tornare direttamente al Premier Inn, prendere la mia roba e andarmene via da lì.
La prima parte del piano filò liscia come l’olio: passai la chiave magnetica nella fessura dell’ingresso posteriore e mi misi lo zaino sulle spalle. La seconda parte, invece, no. Attraversai Tower Bridge Road e m’infilai in Tanner Street. Mentre la percorrevo in direzione di Butler’s Wharf venni quasi investito da una Passat nera con solo un tizio a bordo, che andava piuttosto veloce.
Girai a destra dopo il bar verso l’ingresso di Rope Walk e l’auto sparì dentro il tunnel sotto la ferrovia. Sapevo che l’autista non ci avrebbe messo molto a fare inversione o a completare il circuito di Tower Bridge Road. I cancelli di accesso alla Rope Walk erano sbarrati e chiusi a chiave, così mi buttai giù per Maltby Street e presi la successiva a sinistra, sotto gli archi. Se non fossi riuscito a liberarmi dell’inseguitore prima di raggiungere la Škoda, mi sarei infilato nel dedalo di stradine nei pressi del fiume.
Le sirene urlavano ancora dall’altro lato dei binari. Non riuscivo a non chiedermi cosa avrebbero pensato i ragazzi in divisa azzurra della strana decisione di Giaccadipelle di scalare il tubo di una grondaia di notte. Mi chiedevo anche quanto ci avrebbero messo quelli della Scientifica a collegare la ferita da trauma causata dal coppo con la caduta che l’aveva ucciso. Mi chiedevo inoltre se avrebbero trovato un tatuaggio di colore rosa sotto il colletto.
Attraversai la strada che costeggiava il lato nord della ferrovia e raggiunsi l’Arnold Estate. Bisognava essere dei bravi guidatori per girare in macchina in quel dedalo di vie, e se per caso ti fermavi per più di cinque minuti, sia di notte che di giorno, i ragazzi del posto caricavano la tua auto su un camion con il pianale basso e piazzavano un cartello IN VENDITA sul parabrezza. Passavano tutto il loro tempo a rubare biciclette, computer e smartphone, che rivendevano a Brick Lane, se non gli scocciava andare al di là del fiume. Era il genere di posto che faceva per me in quel momento.
Avevo proceduto a zig zag fra un paio di archi e attorno a un parco giochi, e fatto un bel pezzo del percorso da topi in Jamaica Road prima di sentire dei passi che mi seguivano. Non mi voltai neppure. Non era comunque una buona notizia.
Cambiai direzione e andai verso un gruppo di adolescenti con felpe con il cappuccio e jeans che gli pendevano sul culo. Stavano raccolti attorno a un lampione, accanto a una malconcia Subaru Impreza color arancio metallizzato con un enorme spoiler posteriore e fiamme rosse dipinte sopra l’arco delle ruote. Mentre mi avvicinavo, la punta delle loro sigarette brillò più forte.
I passi dietro di me rallentarono e poi si fermarono. Elargii ai ragazzi il mio sorriso più cordiale. «Ehi, vi va di guadagnare cinquanta pezzi?»
Ci fu un guizzo di interesse, ma la loro espressione mi comunicò che avevo di fronte dei duri e che non dovevo scordarlo. Quello con più foruncoli scivolò dal cofano della Subaru e invase il mio spazio personale.
«A te piacerebbe mangiare merda?»
Era così vicino che qualsiasi cosa avesse mangiato a cena mi fece lacrimare gli occhi.
Mantenni il sorriso. «Ho bevuto merda una volta. Ma è stato per una scommessa.»
Persino il più stupido e inutile tra loro si fece avanti.
«’Fanculo! Stai scherzando?»
Scossi la testa e pescai nei jeans cinque banconote da dieci. «Io non scherzo mai.»
«Dov’è la fregatura, cazzone?»
«Nessuna fregatura. Vedete quel tizio con la giacca di pelle dietro di me?» Indicai con il pollice un punto alle mie spalle. «Mi sta rompendo le palle. Vi chiedo solo di lavorarvelo un po’.»
«Facile.» Il ragazzo butterato prese i soldi, li contò e li infilò nel parka. «Ma devi sganciarne cento.»
Mi succhiai il labbro superiore per dimostrare che non ero un pollo, e ne pescai altri trenta. «Ecco qui. Sono venti a testa.»
Socchiuse gli occhi. «E perché non picchiare te invece, così ci prendiamo il resto dei soldi?»
«Te lo dico io perché.» Gli presi la mano, gli infilai le tre banconote sul palmo e lo chiusi per lui, saldamente e senza gentilezza. Poi avanzai di mezzo passo, cosicché i nostri nasi erano quasi a contatto, e picchiettai il pezzo di ferro sul fianco del giubbotto. La puzza del suo fiato era sgradevole, ma volevo che lui e i suoi amici recepissero il messaggio. «Perché ho una pistola in tasca. E la tua faccia non mi piace.»
Bisogna riconoscerlo, il ragazzo non indietreggiò. «Hai davvero bevuto la merda?»
«Certo. Uno stronzo in un bicchiere da una pinta. E per molto meno di quello che tirate su voi per questo lavoro.»
Ci pensò. Mi pareva di sentire il rumore delle rotelle in funzione.
Aspirò una boccata di sigaretta e lasciò che il fumo uscisse dal naso. «E qual è il segreto?»
«Il segreto?»
Annuì, voleva sapere.
«Devi ingoiarla senza masticare.»
Rabbrividì e fece una smorfia probabilmente simile a quella che avevo fatto io quando avevo cercato di vincere la scommessa. Poi indietreggiò, radunò i suoi e consegnò a ognuno una banconota mentre borbottava il piano di battaglia.
Si raddrizzarono, mi spinsero da parte, poi mi oltrepassarono con andatura da spacconi, pronti alla sparatoria all’O.K. Corral. Era bello osservarli. Quando furono a cinque passi di distanza da Giaccadipelle Due, si fermarono, scostarono i parka e liberarono le immaginarie Colt .45 dalle altrettanto immaginarie fondine.
L’espressione attonita del suo viso valeva quei soldi. Il che andava benissimo, perché quindici secondi dopo schizzarono in tutte le direzioni senza toccarlo con un dito.
Giusto.
Alla loro età avrei fatto esattamente la stessa cosa.