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Passai il pomeriggio scambiando battute e storie di guerra con Ken, con biscotti e una tazza di tè, e poi un’altra. E un’altra tazza ancora.
Accennammo anche alle notizie dal campo, o meglio al fatto che non ce ne fossero. I pettegolezzi rigurgitavano di speculazioni, ma a quanto pareva nessuna di queste si avvicinava minimamente alla realtà. Il DSF aveva una grave carenza di senso dell’umorismo.
Non fui io ad affrontare l’argomento. Fu lui.
Quando finsi di non capire roteò gli occhi e mi afferrò il braccio con la sua zampa. «Torna nel mondo reale, amico. Non sono nato ieri, sai? Non ti sei fatto vedere per Dio sa quanto – Mosca a quanto ho sentito – e di colpo sei davanti a casa nostra, pochi minuti dopo che è successo un bel casino all’interno di H, in cui è coinvolto il figlio di Harry...»
Lasciò che le sue parole restassero sospese fra noi.
«E poi sappiamo anche che non sei qui per il kava, e che hai una pistola nella cintura...»
Era il mio turno di sentirmi a disagio. «Mi dispiace, Ken. Non era mia intenzione trattarti da scemo. È che non so a chi posso chiedere.»
«Scuse non necessarie, amico.» Si appoggiò allo schienale e sorrise con il suo sorriso zen. Mi ricordò perché mi era sempre piaciuto, e perché mi trovavo lì. «Sono lusingato che tu voglia parlarne con me, lo sai? Vuol dire che ancora ti fidi, e la fiducia è una gran cosa per persone come noi, in particolare in un momento come questo. È un peccato che il nuovo DSF non lo capisca.»
Bevve un lungo sorso prima di continuare.
«Ma so anche che non puoi correre il rischio di contattare i vecchi compagni all’interno, in particolare i Grandi Capi, e neppure i cosiddetti vecchi amici della Ditta, perché hanno smesso da tempo di mandarti gli auguri di Natale. Quindi restiamo soltanto noi neri, giusto?»
Non era una vera domanda, ma risposi lo stesso. «Al momento i bianchi ci prendono per il culo alla grande. Questa non sarà la versione ufficiale, ma uno di loro ha fatto saltare la testa di Trev con un Dragunov sulle Black Mountains due giorni fa. E poi ha tentato di fare lo stesso con me.»
«Ci è riuscito?»
«Divertente.» Sapevo che Ken non voleva pensare a cosa fosse successo alla testa di Trev almeno quanto me. «Ci è andato vicino. Ma anche lui non spedirà più gli auguri di Natale.»
Socchiuse gli occhi e annuì lentamente. «Come ho detto, Nick, nessuno di noi crede alle coincidenze.» Si fermò. «E neppure ciò che sto per dirti lo è. Fred è in città. Gli ho chiesto di raggiungerci.»
A volte Ken somigliava a un orsacchiotto gigante, ma era ancora in gamba. Fred era suo nipote, al momento a Credenhill, e un membro attivo di quello che i ragazzi chiamavano Fiji.com, ed era anche fra i primi nell’elenco delle persone con cui volevo parlare.