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Un gigantesco bidone con le ruote aveva vomitato la spazzatura di traverso all’imboccatura del vicolo che zigzagava a sinistra e a destra alla fine della sfilza di garage. Girai l’angolo in velocità e quasi persi l’equilibrio perché le mie Timberland urtarono qualcosa di scivoloso. Mi augurai che non fosse cacca di cane. Avevo già parecchi pensieri senza aggiungere la puzza di quella roba che mi avrebbe seguito dappertutto per il resto della notte.
Rimbalzai contro un muro e contro un cartellone di lamiera ondulata prima di riprendermi, e urtai la spalla destra, che mandò un immediato messaggio di protesta al mio sistema nervoso centrale, al quale risposi di andare a farsi fottere. Quei tizi non mi avrebbero dato il tempo di chiamare un massaggiatore con del gel antidolorifico. La strofinai un po’ e continuai. Non sentivo passi dietro di me, ma la lamiera ondulata aveva emesso un gong e dovevo allontanarmi.
Girai a destra e feci un giro completo attraverso Empire Square, tenendomi all’ombra degli alberi, oltre i Marlin Apartments, un’area residenziale di fascia alta per persone che viaggiavano per lavoro o per svago, che si grattavano la testa se pronunciavi le parole «Premier» e «Inn» nella stessa frase.
Una buona notizia: se era merda di cane quella sulla suola del mio stivale, adesso non c’era più. Quella cattiva era che i Giaccadipelle erano ancora insieme, e attaccati a me come un abito scadente. L’elicottero era volato via, ma quando abbandonai il lato ovest del complesso residenziale i due apparvero a trecento metri dietro di me, uno accanto all’altro, nel punto più lontano degli alberi.
Attraversai Tabard Street e continuai attorno alla parte posteriore dei Tabard Gardens, facendo lo slalom tra alcuni tizi che andavano al pub. Quando raggiunsi il condominio dove io e il mio amico Gaz avevamo passato gli anni della nostra formazione, come li avrebbe definiti lo psicologo con la macchina della verità, calcolai di essere in vantaggio di cinquecento metri. Mi augurai che fosse abbastanza.
Passato il deposito di rifiuti accanto al parcheggio dell’Audi decappottabile, girai a sinistra e salii le scale principali innescando una catena di sensori di movimento. Merda. Forse avevano una durata breve. No, neppure questa fortuna. Le luci erano ancora accese quando raggiunsi di corsa le tavole di legno che serravano l’appartamento di Gaz mentre procedeva la ristrutturazione, ma poi mi resi conto che potevano giocare a mio favore. Se ero bloccato sul pianerottolo quando i Giaccadipelle giravano l’angolo, ero nella merda. Se invece riuscivo a salire sulla scala antincendio, sarei tornato nel buio più profondo.
Certo, c’era una bella differenza tra un esile ragazzino di otto anni che si arrampicava nell’ultimo tratto sui tubi di ghisa in un pomeriggio d’estate e quello stesso ragazzino, più vecchio e più grosso, che cercava di ripetere l’acrobazia in una fredda notte d’inverno, ma non avevo scelta.
Da qualche parte giunse un urlo, seguito dal rumore di un piatto rotto. All’inizio pensai che fosse qualche programma tv ma poi una porta venne spalancata sul pianerottolo direttamente sotto di me e una voce maschile disse che la cena faceva schifo e che andava giù all’Oak. Una donna rispose di non preoccuparsi di tornare troppo presto.
Non avrei potuto sperare in una manovra diversiva migliore. Spostai la Browning di Sam dalla cintura alla tasca destra del giubbotto che chiusi con la cerniera, scavalcai la ringhiera con la gamba sinistra e iniziai la scalata.