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Attesi che l’imam sparisse fra gli alberi che costeggiavano il primo tratto del percorso di ritorno alla moschea, poi mi alzai e aggirai la statua del ragazzo che lottava con il serpente.
Mentre attraversavo il ponte pedonale diretto al primo arco, guardai in basso a destra. I fari illuminavano il campo da tennis in terra rossa all’angolo del fossato. Due ragazzi si tiravano palle da tennis attraverso la rete. Ogni volta che le racchette colpivano, l’impatto rimbombava fra le mura come un colpo di fucile.
Girai a sinistra attraverso il cancello fortificato sotto la Torre dell’orologio, abbandonando i cimeli della prima e seconda guerra mondiale in mostra nei due lati del fossato.
Il cortile coperto all’esterno di Santa Petka era ai piedi di una rampa di scale che scendeva dalla Chiesa della Rosa. Rimasi all’ombra dell’arco sotto le torri gemelle, e mi misi in ascolto. Il brusio di una conversazione giungeva da dove ero venuto, ma non riuscii a cogliere suoni o movimenti più avanti o in basso.
Quando stavo per muovermi, sentii un’imprecazione sussurrata e dei passi che si allontanavano. Forse i miei amici con le cuffiette stavano ancora correndo. Forse qualcuno stava avendo una discussione notturna con Dio.
Ma, forse, non era così.
Avevo una brutta sensazione al riguardo.
Uscii dall’ombra e mi diressi verso lo spazio aperto. Un paio di candele tremolavano sulla rastrelliera davanti alla Chiesa della Rosa, ma chiunque le avesse accese se ne era andato da tempo.
Di nuovo mi fermai in ascolto in cima alla scala.
Lungo il pendio tra gli alberi e il fiume dove non potevo vedere, un cane abbaiava. Mi parve di sentire un lamento o un sospiro più vicino, ma non ne ero certo. Poteva essere stato il fruscio delle foglie, o gli scricchiolii dei rami nella brezza della notte.
In precario equilibrio sulla punta delle Timberland, scesi di sotto nel cortile cinto dalle mura. La porta della cappella in diagonale a destra era chiusa, ma un tremolio di luce proveniva dalla lampada di fianco all’arco che incorniciava il ritratto di un azzurro intenso di santa Petka. Davanti c’era un’uscita protetta da un cancello che dava su un sentiero lastricato, e a sinistra alcune panchine sotto un riparo piastrellato.
Ancora non c’era traccia del più recente convertito dell’imam, eppure percepivo che qualcosa aveva disturbato da poco la placida calma del posto. Spalancai il cancello e controllai in lungo e in largo il vicolo che scorreva sul fianco della cappella. Non c’era nessun indizio di movimento.
Tornai al centro del cortile. A destra della lampada, nell’ombra totale, c’era l’inizio di un sentiero che portava a un’altra scalinata, in cima alla quale riuscivo a malapena a distinguere la sagoma di un’altra torre. A metà della rampa, aggrappato al muro della cappella, c’era una specie di ostacolo.
Mentre mi avvicinavo, e i miei occhi si abituavano all’oscurità, vidi che si trattava di un corpo.