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Dietro la casa la collina saliva ripida. I primi settanta metri erano stati terrazzati, immaginai dagli amici di Mladen con una scavatrice, e ogni livello aveva uno scopo preciso.
Nel primo c’era un orto come quelli che avevo visto soltanto nelle riviste. Quello successivo aveva due mini porte da calcio alle estremità, e dai segni di scivolate e tacchetti era chiaro che aveva visto molte partite. Un altro era lastricato con vecchie pietre e mattoni; un tavolo, delle sedie e due sdraio in teak erano sistemati attorno a un barbecue che nella sua vita precedente era stato un barile di petrolio.
Mi condusse all’ultimo livello, appena sotto gli alberi. Al posto d’onore c’erano una coppia di lapidi sotto un ciliegio, circondate da una staccionata bianca. Al centro di entrambe era incisa l’immagine del defunto.
La prima sulla sinistra era in memoria di Adrijana Vlašić, una donna bellissima con il fuoco negli occhi e capelli austeri ma in ordine. Era nata il 12 agosto 1947 e morta il 3 aprile 1999. Dragan, suo marito, aveva avuto i baffi più grandi del mondo, ma ero pronto a scommettere che i pantaloni li portava la moglie. Era morto circa sei mesi dopo di lei. Dei fiori freschi decoravano le tombe.
Aleksa poggiò rapida un ginocchio a terra e si fece il segno della croce.
«I tuoi genitori?»
Scosse la testa. «Di Mladen.»
Guardai di nuovo le date. «Il bombardamento NATO?»
Annuì lentamente. «Adrijana era andata a trovare la sorella a Novi Sad. Volevano andare a far compere. Sarebbe sopravvissuta se i missili non avessero interrotto l’energia elettrica dell’ospedale.» Allungò la mano e sfiorò le incisioni. «Dragan è morto di crepacuore.»
«Mi dispiace...»
Si voltò verso di me con occhi scintillanti. «Non è stata colpa tua. Anche se credo che in altre circostanze sarebbe stato possibile.»
Mi rivolse un’occhiata così penetrante da farmi chiedere che altro Pasha le avesse raccontato di me. «E non è per questo che ti ho portato quassù. Sto ancora cercando di trovare il modo di capire. Durante la guerra io facevo l’interprete, come sai, principalmente a Sarajevo e a Goražde, prima per le ONG, e poi per i vostri militari.
«Come è ovvio ho visto cose terribili. L’assassinio di Amina al ponte sulla Drina è stato fra le peggiori, ma ce ne sono state altre. E io sapevo che nessuna delle due parti era da biasimare completamente.
«Ho anche visto le cosiddette forze di pace in azione, che non solo non hanno mantenuto la pace, ma sono rimaste a guardare mentre cose atroci avevano luogo. Conosci quella citazione di Edmund Burke, Nick? ’Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione’?»
La conoscevo. Era tra le preferite di Anna.
«Ma io ero ancora convinta che voi e gli americani aveste veramente a cuore il nostro interesse.» Sospirò. «Poi il Kosovo è esploso e la NATO ha bombardato le nostre città per settantanove giorni per dare una lezione a Milošević, un pazzo sterminatore. Bombe a grappolo in centri abitati, per la miseria. Missili con uranio impoverito. Eppure gli autisti dei taxi di Belgrado trattano la devastazione di Vardarska Street come se fosse un’attrazione turistica al pari della Fortezza e del tempio di San Sava.
«Sono stati uccisi molti civili. Ed è stato anche un disastro ambientale. Cinquantamila tonnellate di petrolio grezzo sono bruciate alla raffineria di Novi Sad. Cinquantamila! Non che le città più grandi della Serbia non inquinassero, ma pensa a tutte le tossine che volano libere nell’atmosfera quando accade un evento del genere.»
Si voltò verso le lapidi. «Quello che sto cercando di dire è che, anche se so che la morte di Adrijana non è nulla paragonata ai massacri di cui era responsabile Milošević, queste piccole tragedie private spesso sono quelle che ci fanno più male. E questa mi ha insegnato, una volta per tutte, che gli uomini con i cappelli bianchi non stanno sempre dalla parte della giustizia e della verità, e che Edmund Burke aveva ragione. Ognuno di noi, come individuo, deve difendere le cose in cui crede.»
Salutò i bambini con un cenno della mano. Si erano cambiati, e con la divisa del Manchester si stavano esibendo in azioni elaborate davanti alla porta sotto di noi. «Se non lo facciamo, che mondo lasceremo a loro?»
Non mi ero mai illuso di poter cambiare il mondo. Mi limitavo a sperare di riuscire a proteggerne il piccolo pezzetto di Anna e Nicholai.
Avevo sempre saputo che gli uomini con i cappelli bianchi erano quelli da cui dovevi guardarti: avevano la pessima abitudine di pugnalarti alle spalle quando meno te l’aspettavi. Ma la sua passione e la sua angoscia mi avevano commosso. E cominciavo a comprendere il suo forte desiderio di evitare che i figli dovessero subire ciò che aveva passato lei.
Tornammo alla veranda e lei iniziò a preparare altro tè.
«Tu hai figli, Nick?»
Di nuovo trovai la domanda difficile da evitare. Le raccontai di Anna e Nicholai e della conclusione a cui ero giunto, e cioè che erano entrambi più al sicuro se il mio mondo non entrava in contatto con loro. E a causa della sua determinazione di esserci per Goran e Novak, fu la prima a capirmi fino in fondo.
La sua espressione si addolcì. «Anna mi sembra una persona meravigliosa. E sono sicura che Nicholai avrà la tua forza. Vedrai che arriverà a comprendere, come fa lei, che ci sono battaglie che si devono combattere da soli...»
Quasi non riuscivo a guardarla negli occhi. «Io vorrei soltanto che non crescesse pensando che sono un cazzone che si è dato alla fuga alla prima occasione, e che non ha mai fatto niente di utile, come costruire un ponte o aiutare un gruppo di persone a capire cosa sta dicendo l’altro gruppo.»
«Sono certa che riguardo a questo avrai il suo perdono.» Si allungò e mi toccò il braccio. Sollevai lo sguardo e vidi che le brillavano gli occhi. «Ma non credo proprio che ti perdonerà di non essere un amico intimo di Wayne Rooney.»