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Alhambra, Granada
Martedì 7 febbraio
ore 8.00
La cittadella era a venti minuti di marcia dal tavolo dove avevo fatto colazione. Raggiunsi la biglietteria poco dopo l’orario di apertura alle otto. Era già affollata di turisti, scolaresche in gita e qualche studioso dall’aria seria, ma le code spaventose annunciate da tutti i siti web non c’erano.
Passeggiai nei giardini del Generalife per controllare da est il cuore della fortificazione del complesso e anche la città che era dietro. Compresi perché il posto fosse stato chiamato la Collina del Sole. Non sapevo cosa stessi cercando. Sapevo soltanto che Trev non ci aveva fornito le coordinate del viaggio a caso e che se le avessi seguite, avrei trovato Ella, oppure lei avrebbe trovato me.
Prima di conoscere Anna non avevo mai degnato di un secondo sguardo roba come, ad esempio, un giardino all’italiana. Mi piaceva la vista dal tetto della casa di Gaz nel Tabard, ma soltanto con un preservativo pieno di ketchup in mano e perché era un potenziale teatro di guerra. Negli anni a seguire, il fogliame di qualsiasi genere per me era solo fonte di copertura, non di bellezza o di meditazione. Come per tantissime altre cose mi esposa mi aveva fatto capire anche quello.
Mezz’ora dopo raggiunsi il palazzo dei Nasridi. Chiunque pensi che l’Islam sia soltanto terroristi kamikaze e ayatollah agitatori di popoli dovrebbe passare mezza giornata lì. L’ufficio pubbliche relazioni di Allah ha sbagliato parecchio. Chi ha progettato l’Alhambra voleva ricreare un paradiso in terra. Tutto ciò non aveva nulla a che vedere col far saltare in aria chiunque non condividesse il tuo credo.
Seguii una famiglia di canadesi nel palazzo dei Leoni e sedetti in un angolo del cortile a osservare genitori e bambini fare ooh e aah girando attorno ai dodici leoni che sputavano acqua nella fontana collocata al centro. Camminai sul pavimento in marmo bianco della Corte dei Mirti, e mi fermai un attimo ad ammirare il riflesso della torre Comares nel laghetto, la mia guida diceva che era alta trentaquattro metri e larga sette. Ancora una volta, la calma di quel posto mi comunicava cose che nient’altro era mai riuscito a fare con la stessa intensità.
La guida citava anche la scritta nella galleria sud che diceva: Possa il nostro signore, emiro dei musulmani, ricevere l’aiuto e la protezione di Dio e anche una vittoria gloriosa. Abu ’Abd Allah era Boabdil, quindi la magia per lui non aveva funzionato.
La mia meta successiva era la torre Comares, dove Boabdil e il suo consiglio avevano preso la decisione di arrendersi. La leggenda diceva che quando la madre aveva appreso la notizia, lo aveva rimproverato aspramente da un balcone della torre. Agitando le braccia verso la collina di fronte e la città giù in basso aveva urlato: «Guarda cosa abbandoni, e ricorda che tutti i tuoi avi sono morti da re di Granada, ma adesso è il regno che muore in te...» Trev non aveva scelto a caso la cartolina per padre Mart. Volevo guardare con attenzione quel panorama. Nessuna delusione quando ci arrivai. Incorniciata dalla finestra ad arco che avevo davanti, Albaicín sorgeva dal fiume Darro ai piedi della cittadella e si allungava sulla collina, un intrico fitto di muri bianchi, tetti di terracotta e tende da sole in tela, inframmezzati da cipressi e cascate di buganvillea. Due chiese con torri quadrate messe di sbieco dominavano l’orizzonte, una di mattoni rossi sbiaditi e l’altra di un bianco brillante.
Studiai la cartina e immaginai la soddisfazione di Trev nel mettere insieme l’ultimo gruppo di indizi. Quella in mattoni rossi era la Iglesia del Salvador; la bianca, che secondo la guida aveva la vista migliore dell’Alhambra, era San Nicolás.