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Ulica Pariska,
Belgrado
Giovedì 2 febbraio
ore 09.55
Riuscii a prendere il volo notturno della Turkish Airlines da Vnukovo all’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado. Lo scalo di otto ore a Istanbul non mi creava alcun problema: mi dava un sacco di tempo per tornare a indossare il giubbotto. E poi costava un decimo del volo Lufthansa diretto, e soltanto un pazzo l’avrebbe preso. O qualcuno che non voleva essere seguito.
Nell’ultimo tratto del viaggio ero seduto accanto a un serbo sulla trentina. Era magro come uno stecco e vestito di nero. Aveva optato per un look alla Russell Brand – lunghi capelli neri e barbetta fine – anziché da marine con giacca di pelle, ed era dotato di uno spiccato senso dell’umorismo. Pochi secondi dopo il decollo indicò l’uscita d’emergenza accanto a noi e mi disse che sarebbe stato lieto di aprirmi la porta se avessi voluto scendere prima.
Lo ringraziai, ma dissi che avevo in mente di arrivare fino a Belgrado perché non c’ero mai stato. Non ebbi bisogno di aggiungere altro. Durante il resto del viaggio mi disse ciò che dovevo vedere – la Fortezza, il tempio di San Sava, i danni del bombardamento NATO –, e ciò che dovevo mangiare e bere – ćevapčići, che sembrava la versione serba del kebab di agnello; karadjordjeva, un roll di vitello coperto di briciole di pane e ripieno di formaggio; slivovitz, il loro carburante per missili al sapore di prugna, e un secchio o due di birra Lav. Arrivò anche a consigliarmi un piccolo albergo a metà strada lungo la Vajara Djoke Jovanovića, alla periferia sud della città.
Per un momento pensai che si sarebbe offerto di accompagnarmi, ma al controllo passaporti se ne andò con un sorriso e una stretta di mano e io raggiunsi il bancone del noleggio auto di fianco agli Arrivi.