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Per quel lavoro io e Harry viaggiavamo leggeri. Come sempre. La polizia svedese gira armata di pistole e tiene gli MP5 Heckler & Koch nelle volanti, ma non consente a nessun altro di farlo, soprattutto a chi è nel Paese senza un invito regolare. La stessa regola valeva per il materiale altamente esplosivo e i rotoli di miccia detonante. Quindi, se avevi in mente di far crollare il soffitto su un tizio che non meritava di godersi la sua Jacuzzi, dovevi farti bastare quello che ti capitava a portata di mano.
Fuori c’era ancora abbastanza luce e riuscivo a vedere bene senza dover correre il rischio di colpire una finestra buia con il fascio di luce della torcia. Per primo, presi dal mobiletto la cassetta degli attrezzi. A giudicare dal contenuto, nessuno in famiglia dedicava troppo tempo al fai-da-te. Ciascun utensile era nuovo di zecca, anche le pinze. Forse il signor Koureh le teneva conservate per qualcuno di speciale.
Scelsi un piccolo trapano a mano, una confezione trasparente di punte, un rotolo di nastro biadesivo e una lucidissima chiave inglese regolabile; poi presi uno strofinaccio da una pila ben ordinata.
Quando posai la chiave inglese e il panno sul pavimento davanti alla caldaia, questa emise un borbottio inatteso ma poi riprese l’usuale brusio sommesso. Misi il rotolo di nastro e il trapano a mano sul gradino in alto sotto la porta del piano terra ed estrassi i fiammiferi, le strisce abrasive e la sveglia dal giubbotto. Li allineai per bene e inserii una punta del diametro di un fiammifero nel mandrino.
Respirai più lentamente e aprii la bocca per attutire il suono del sangue che scorreva nelle orecchie, poi girai il pomolo della porta e la aprii di quel tanto che bastava per riuscire a cogliere del movimento di sopra.
Niente.
Non che me l’aspettassi, ma questa trafila mi rassicurava sempre. Adesso potevo continuare il lavoro.
Il nastro emise un gemito quando ne staccai un pezzo di cinque o sei centimetri e fissai le strisce abrasive una accanto all’altra sul fondo della porta. La lasciai socchiusa e feci cinque buchi precisi sulla soglia, il più allineati possibile al punto in cui l’inizio delle strisce avrebbe incontrato la soglia. La chiusi e infilai uno Swan in ogni buco finché soltanto la piccola testa rossa rimaneva visibile, poi controllai che nulla ostacolasse l’accensione.
Soffiai via i trucioli di legno dalla punta di trapano, la infilai nella confezione, e la rimisi insieme al rotolo di nastro nella cassetta degli attrezzi prima di tornare alla caldaia di marca Zanussi, come quasi tutto il resto della casa. L’involucro esterno in alluminio lucido era distante anni luce dal mostro smaltato con cui ero cresciuto nella nostra casa a Bermondsey, ma era alimentata in modo molto simile. Passai un paio di minuti a studiare lo schema dei tubi che entravano e uscivano, poi feci due passi indietro e rallentai il respiro, aprii la bocca e ascoltai ancora.
Nessun rumore dalle stanze di sopra.
Tornai alla finestra da cui ero entrato e ripetei la trafila.
Ancora niente. Nessun gufo. Nessuna sirena dei pompieri di New York.
Poi, in lontananza, un suono simile al cigolio di una ruota.
Rallentai ancora di più il respiro. Dopo un momento, sentii una debole, triste eco. Non era una ruota, quindi. Il falco pescatore stava chiamando la sua compagna.
Tornai alla caldaia e avvolsi lo straccio attorno a una giunzione vicino a una curva ad angolo retto. Se qualcuno avesse esaminato il tutto da vicino, volevo che sembrasse che ci fosse stata una piccola perdita, e quindi non dovevo lasciare segni sull’ottone. Serrai le ganasce della chiave sul dado che avevo appena fasciato e afferrai il manico sagomato rivestito di gomma facendo una leggera pressione. Era solido come una roccia.
Provai ancora, con più forza. Stesso risultato.
La terza volta, cedette.
Allentai la chiave, tolsi lo straccio, mi accucciai e portai l’orecchio vicino alla giunzione. C’era un sibilo di gas, come quando esce l’aria dalla valvola del radiatore durante il controllo con la piccola chiave d’ottone, quando arriva il freddo.
Il display digitale segnava le 19.57. Probabilmente c’era una formula scientifica per tutto quello, ma io la ignoravo. Volevo soltanto che il seminterrato di Koureh si riempisse del gas necessario per provocare un’esplosione quando avesse aperto quella porta.
Il gas naturale è più leggero dell’aria, e si disperde relativamente in fretta. La casa era stata costruita negli anni Trenta, così non ci avrebbe messo molto a raggiungere il piano superiore attraverso le assi del pavimento. Il trucco era creare la miscela giusta, più del cinque per cento del volume ma meno del quindici, altrimenti non avrebbe preso fuoco. Girai ancora un po’ il dado per buona misura, poi riposi la chiave e lo straccio dove li avevo trovati e chiusi l’armadietto.
Caricai la sveglia, la puntai perché scattasse dopo due ore, e la lasciai sulla lastra di granito lucidissimo più vicino alla porta. Non era esattamente all’altezza del design Georg Jensen del resto della casa, ma a meno che Koureh non si fosse già acceso un sigaro al piano di sopra o non fosse sceso giù per buttare i boxer nella lavatrice o per fare un po’ di tapis roulant, avrebbe suonato forte abbastanza da costringerlo ad aprire la porta per vedere che cosa stesse succedendo.
A quel punto la carta abrasiva avrebbe sfregato la testa dei fiammiferi e ci sarebbe stato un bel falò. E se il piano non avesse funzionato sarei strisciato sulla terrazza, avrei acceso la lanterna Gucci, l’avrei lanciata nel suo soggiorno, e poi me la sarei data a gambe.
Mentre mi issavo fuori dalla finestra e la richiudevo, il silenzio della foresta di pini venne interrotto all’improvviso, e le urla che sentii in quel momento non avevano niente a che vedere con i falchi pescatori.