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Superai il desolato territorio industriale che si allargava oltre la periferia sud della città e puntai la Seat sulla Autovía de la Sierra Nevada, verso le montagne.
Non avevo intenzione di sprecare tempo prezioso durante quell’interminabile sequenza di località lungo la strada che rivendicava un qualche collegamento con il viaggio del Moro verso il temporaneo ritiro, ma secondo i miei calcoli valeva la pena visitare l’hotel-ristorante Boabdil e il campeggio Suspiro del Moro. Entrambi erano a poca distanza dal passo che, come diceva il cartello, si trovava a 865 metri sopra il livello del mare.
Non andai direttamente. Superai un gruppo di ciclisti che stavano portando in gita le loro tenute supertecnologiche in Lycra e i caschi di protezione, e svoltai appena possibile a sinistra, in direzione di Otura. Bighellonai per un po’ nella città, ammirai le chiese, le dimore di campagna in affitto, e le casette a schiera appena costruite, lo strano miscuglio di insediamenti di lusso e di fitta boscaglia.
Parcheggiai accanto a un centro sportivo dove si stava disputando un torneo di arti marziali. Poi mi spostai al Golf club Santa Cristina e osservai un gruppo di signori con sgargianti maglioni a losanga con scollo a V e pantaloni lucidi che facevano rimbalzare le loro buggy attorno ai fairway di un verde brillante e agli spruzzi d’acqua, contro la parete della montagna con la vetta coperta di neve.
Quando fui certo che a nessuno importasse cosa stessi facendo o dove stessi andando, tornai indietro con l’auto fino alla rotatoria che incrociava l’autovía. Non appena vidi l’hotel-ristorante Boabdil compresi che non era il posto che cercavo: troppo vicino alla strada; troppo appartato; chiunque restasse lì per più di quarantotto ore avrebbe attirato subito l’attenzione.
Ma il campeggio era tutta un’altra cosa. Mi fermai tra un furgone bianco e la linea di abeti nel parcheggio e camminai fino all’ingresso principale. Il terreno ad angolo, grande uno o due ettari, era circondato da sempreverdi, e ogni casa mobile era protetta dai suoi alberi.
C’era l’edificio con la doccia e i bagni, ma ogni bungalow era autonomo. Assomigliava un po’ al parcheggio per roulotte nel Southend dove andavo da bambino, però con il sole e l’odore di cibo buono. Ci si poteva abitare sereni e felici per un mese o due.
Il cartello sotto l’orologio appeso nella zona del ricevimento diceva che ero il benvenuto ma il ragazzo dietro al bancone non ne sembrava altrettanto certo. Aveva il ciuffo alla Shakin’ Stevens e la camicia nera come la sua, ma aveva eliminato la giacca rosa e il sorriso cordiale.
Si sciolse un pochino quando gli dissi che cercavo un posto dove stare per qualche settimana a primavera inoltrata, per portarci i bambini, giocare a golf, magari passare qualche giornata in spiaggia, che era a una mezz’oretta di macchina. Ma si richiuse di nuovo a riccio quando chiesi di poter dare un’occhiata in giro.
«Mi dispiace molto, señor...» Indicò un cartello sul muro – l’icona di un uomo dentro un cerchio con una barra diagonale in rosso che gli attraversava le palle – che dava una risposta esaustiva alla mia richiesta. «I nostri clienti abituali tengono molto alla loro privacy. La posso accompagnare, naturalmente, e magari farle vedere l’interno di un bungalow vuoto...»
Risposi che mi andava bene, gli dissi che mi chiamavo Nick Jones, e che il posto mi era stato raccomandato da un mio caro amico nel Regno Unito. Per un attimo, quando citai il nome di Trev, mi parve di scorgere un guizzo di interesse, ma forse voleva soltanto essere educato.
Superammo un parco giochi piccolo e ben schermato dove un paio di ragazzini giocavano a spararsi con AK-47 immaginari riparandosi dietro l’altalena e gli scivoli. Mi guidò in un viale riempito per un terzo da camper, poi oltre una fontana di acqua potabile, fino a una schiera di bungalow in legno su basi di cemento, tutti con la veranda e adeguatamente appartati.
Un paio di ragazzi con bermuda hawaiani e felpe con cappuccio da college americano camminavano in direzione del calcetto mentre Shaky mi pilotava alla rampa di scale più vicina. Colsi una tendina che si muoveva tre bungalow più in giù. Non vidi un viso, ma un’emoticon sorridente su una maglietta bianca tirata su dei pettorali che si ottengono soltanto usando regolarmente la macchina dei pesi.
La casa che Shaky mi mostrò era per due – o quattro se erano molto intimi – e aveva la cucina, il bagno e il salotto. Gli dissi che era perfetta per ciò che avevo in mente, e si rallegrò parecchio quando proposi una caparra in contanti. Con quel gesto mi guadagnai il giro extralusso, che mi consentì di studiare l’intera disposizione del complesso, inclusi le piscine e il ristorante. Tenni mezzo occhio aperto per scorgere la maglietta con l’emoticon ma non era in vista da nessuna parte.
Tornati alla reception, Nick Jones riempì il modulo di prenotazione per un soggiorno immaginario in aprile e maggio, e scrisse uno dei suoi nuovi numeri di cellulare nella sezione «Note» del contratto.
Quando me ne andai, gli uomini in Lycra passarono veloci sulle bici da corsa pedalando come se ne andasse della loro vita.