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Tornò dopo circa due ore. Quando sfrecciò attraverso la porta, la giornalista che era in lei non riusciva a nascondere l’eccitazione, e la madre non poteva nascondere l’angoscia.
«Dov’è Nicholai?»
«Nel suo lettino.»
«Sei riuscito a farlo addormentare?»
Sollevai le spalle. «Era molto stanco dopo la corsa a ostacoli e la lezione di judo.»
Mi lanciò l’occhiata che conoscevo bene. «Judo?»
«Sì. Anche karate.» Mi lanciai in qualche mossa esagerata di arti marziali. «Tutto quanto, da cintura nera fino al settimo dan.»
«Molto divertente.»
«A dire il vero, abbiamo fatto un bagno caldo da uomini nella vasca. Poi ha voluto mangiare e ha chiuso gli occhi. Cavalcare un dinosauro a lungo è faticoso.»
Mi concesse un barlume di sorriso, ma vidi che era già concentrata sul lavoro.
Gettò il cappotto, il cappello e i guanti sul divano e accese di nuovo la macchinetta del caffè di Clooney. Con due cappuccini pieni di schiuma, sedemmo al tavolo e lei estrasse dalla borsa a tracolla una dozzina di fogli A4 stampati. Allungai la mano ma lei scosse la testa. «A meno che il tuo russo non sia migliorato parecchio dalla settimana scorsa, ti devi accontentare delle figure.»
Pescò dal plico un foglio pieno di immagini e me lo passò. C’erano diverse strane figure: andavano da vignette politiche prerivoluzionarie, di uomini ignobili con capelli alla Rasputin, che tenevano delle bombe nelle mani, a didascalie in cirillico sotto fotografie più recenti di quel genere di uomini che non vorresti mai incontrare con un’arma puntata contro di te sulle Black Mountains. E fra le altre ce n’erano due del collo di qualcuno con una rosa tatuata di fresco.
«Nicholas, questa non è brava gente.»
Sollevai lo sguardo. «Lo avevo capito.»
«Sono seria. Sai qualcosa della Mano Nera?»
«Certo. A Sarajevo la gente ne parlava sottovoce. Praticamente hanno fatto iniziare la prima guerra mondiale con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando. Ma pensavo che li avessero presi tutti e portati davanti al plotone d’esecuzione un anno prima dell’Armistizio.»
Sorseggiò il caffè e sfogliò le pagine.
«Questa è la versione ufficiale. Ma nei Balcani hanno buona memoria, soprattutto quando ci sono conti da sistemare. E nessuno fa partire una guerra mondiale un attimo prima, per poi svanire nel nulla un attimo dopo.
«Fu fondata nel 1901, il solito cocktail di alti ideali, altruismo e interessi criminali privati. Dopo i processi del 1917 andò al tappeto. La sostituì la Mano Bianca, in apparente opposizione, ma fatta della stessa pasta. Anche loro sparirono, molti con gli alleati, qualche tempo dopo aver organizzato il colpo di Stato jugoslavo.»
Rispose alla mia espressione interrogativa raccontandomi il piano della Mano Bianca per impedire alla Jugoslavia di allearsi con Germania, Italia e Giappone, che consisteva nell’accelerare l’accesso al trono del diciassettenne Pietro II. Gli inglesi erano fortemente coinvolti. Il padrino di Pietro era re Giorgio V, che aveva frequentato la scuola nello Wiltshire. Quei tizi sembravano avere le mani in pasta ovunque.
«Naturalmente, c’erano gruppi di dissidenti a vari gradi di estremismo. Una banda in particolare fu responsabile di molti attacchi con mortai e cecchini nei confronti della gente di Sarajevo e di altre città sotto assedio durante la guerra in Bosnia. I suoi membri si distinsero per brutalità, e il marchio del loro cosiddetto coraggio.»
Prese il mio scarabocchio e lo colorò con un pennarello rosso. «Nella cultura serba, il rosso è il colore del potere e della determinazione Queste persone si fanno chiamare Crvena Davo, Diavoli Rossi. E avevi ragione: il tatuaggio è la rappresentazione della Rosa di Sarajevo.»
Quando terminò, mi guardò serissima negli occhi. «Questa gente non verrà a farci visita, vero?»
«Sarei in grado di risponderti con sicurezza se solo sapessi che cosa volevano da me. Ma non sono venuto qui direttamente e, non ti preoccupare, non ho intenzione di restare.»
Prima di occuparsi della pappa di Nicholai Anna preparò dei sandwich per noi. Mentre li mangiavamo mi fece la domanda che mi tormentava fin dal Rifugio. «Quale possibile collegamento può esistere tra una fratellanza serba e un incidente ai piani alti del SAS?»
«Ritengo possibile che possa non esserci, e che ognuno abbia i suoi programmi. Ma penso che questi tizi siano fucili in affitto, manovrati da qualcuno, o più di uno, abbastanza in alto nella catena di comando da insabbiare qualsiasi cosa sia veramente accaduta da quelle parti. Comunque sia, spero di trovare delle risposte a Belgrado.»
«Pasha ha detto che sarebbe felice di aiutarti. Da studente è stato in Bosnia. Con i convogli. Portavano dentro cibo e medicinali e fuori i bambini musulmani. Ha ancora incubi al ricordo.»
«Non è l’unico.» Mi era capitato di conoscere alcuni paramedici e funzionari dell’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che avevano fatto lo stesso, ed erano tornati con gravi forme di PTDS – Post-traumatic demoralization syndrome, disturbo depressivo post traumatico. A Goražde c’erano circa sessantamila persone, rifugiati inclusi, troppi per portare rifornimenti dal cielo.
«Si è fatto dei buoni amici. Ha dei nomi. Uno era il capo di un gruppo di resistenza musulmano, ma Pasha teme che lui e la sua famiglia siano morti quando il loro villaggio è stato occupato. Un altro è un interprete. E c’è anche un imam, penso.»
Mi venne da ridere. Di mezzo c’era sempre un prete. Iniziavano a comportarsi come gli autobus di Londra.
«È bello sentirti ridere, Nicholas. Prima, quando hai preso in braccio nostro figlio, mi hai fatto preoccupare. Cos’è successo là fuori? Sembrava che tu avessi visto qualcuno camminare sulla tua tomba...»
Era molto peggio di così. Molto peggio. Avevo visto qualcuno camminare su quella del bambino. Ma raccontarlo ad Anna l’avrebbe soltanto fatta spaventare. Scossi la testa. «A volte mi lascio trasportare dal pensiero di quanto voi due siete importanti per me.»
Per un attimo la sua mano sfiorò la mia. «E questo ti rende triste?»
«No. Ciò che mi rende triste è la consapevolezza di sapere che avevi ragione quando hai detto che il modo migliore per tenervi al sicuro è di starvi lontano.»
Non aggiunsi che ero un po’ dispiaciuto che fosse tanto più facile stare con lei adesso che non ero più nella sua vita di quanto non lo fosse quando c’ero.