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Gli otto veicoli del convoglio di Pasha erano riusciti a superare il cordone che circondava Goražde per la seconda volta a metà del giugno 1993. L’ONU l’aveva dichiarata safe haven un paio di settimane prima.
«Le zone protette sono state una vera magia, non è così?»
Ce n’erano sei affidate all’UNPROFOR, la forza di protezione delle Nazioni Unite, autorizzate dal Consiglio di Sicurezza per difendere i cittadini con tutti i mezzi, compreso l’uso della forza; Sarajevo, Srebrenica, Tuzla, Žepa e Bihać erano le altre cinque. Goražde era l’unica a resistere, ma restava aggrappata alla sua cosiddetta libertà soltanto con le unghie.
Le Nazioni Unite avevano avuto la loro parte di responsabilità negli anni Novanta. Erano rimaste ferme a osservare il genocidio in Ruanda e, nonostante le minacce di intervento, avevano fatto più o meno la stessa cosa in Bosnia. Diecimila persone erano morte a Sarajevo durante l’assedio durato quattro anni. Più di ottomila uomini e ragazzi erano stati massacrati a Srebrenica in meno di settantadue ore nel luglio del 1995, sotto il naso dei loro guardiani con il casco blu. Quando le truppe canadesi e australiane avevano iniziato a far fuori i cecchini sulle colline, erano state ritirate.
Pasha fece un paio di respiri profondi. Dopo tutti quegli anni vibrava ancora di rabbia.
«Raggiungemmo Goražde una manciata di giorni dopo l’uccisione di cinquanta civili durante un attacco armato serbo a un pronto soccorso. Mentre scaricavamo i camion, una donna avanzò barcollando verso di me, reggeva fra le braccia un fagotto di stracci. Quando fu più vicina vidi che non erano stracci. Era un bambino. Una femmina di non più di quattro o cinque anni.
«Era stata colpita dai frammenti di un’esplosione prima che entrassimo in città. Aveva ferite sanguinanti sul volto, sul torace e sulle gambe ma era viva. Penso che la madre mi vedesse come uno in grado di compiere miracoli. Avevamo portato cibo e coperte attraverso il blocco, quindi ovviamente potevamo guarire la figlia.
«Cercai di spiegare che non ero un dottore, ma non capiva o non voleva capire. La nostra interprete, Aleksa, si attivò all’istante. Aveva soltanto diciannove anni, era più giovane di me, ma sai bene come certe guerre possano tirar fuori il meglio da un essere umano e anche il peggio. Lei mi disse che il centro di primo soccorso era fuori uso, a causa del bombardamento, quindi dovevamo portare la ragazzina all’ospedale al di là del fiume.
«Io ero preoccupato dai cecchini sulle colline. Lei disse che senza cure mediche adeguate la bambina sarebbe morta, e che ci restavano quindici minuti delle due ore di cessate il fuoco. Non c’era il tempo di finire di scaricare e andare con il camion, ma forse potevamo farcela a piedi.»
Pasha serrò la mascella e abbassò lo sguardo su quanto restava del suo espresso.
«Avvolsi la bambina con una coperta che avevamo appena portato. Non dimenticherò mai come mi guardò quando la presi fra le braccia. Uno sguardo di fiducia assoluta. Da quel momento tutto sarebbe andato bene.
«La madre ci disse che si chiamava Amina. In arabo Amina significa ’fedele’. Lo sapevi, Nick? E significa anche ’protetta’.»
Si fermò di nuovo e agitò il residuo di caffè nella tazza.
«Aleksa, Amina, la madre e io raggiungemmo il ponte sulla Drina cinque minuti prima del cessate il fuoco. Era lungo circa cento metri, una struttura di acciaio sorretta da due pilastri di cemento, sotto cui avevano fissato una passerella in legno per proteggere i pedoni dai cecchini. Andai per primo. La guardai e sorrisi, augurandomi di apparire più fiducioso di quanto non mi sentissi in realtà.
«Quando ci allontanammo dal trambusto attorno al convoglio, un silenzio totale e inquietante ci avvolse. La bambina doveva soffrire molto, ma non piangeva. Gli uccellini avevano smesso di cinguettare, forse avevano dimenticato come si faceva. Non sentivo altro se non il rumore dei nostri passi sulle tavole. E poi, quando emergemmo dall’altra parte, un unico sparo.»