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Ubbidii. Il metallo della Škoda era freddo al tatto. Era meglio provare a tenere la pistola per dopo. Se l’avessi usata subito il finale della storia sarebbe stato uno solo.
Ero voltato dalla parte sbagliata per poter vedere il tizio che aveva parlato, ma mentre i suoi tre compari si avvicinavano capii che eravamo alle solite. Venivano tutti dalla stessa catena di montaggio. Zastava EZ9 corta, jeans, giacca di pelle, capelli cortissimi e, sul collo di uno, vidi chiaramente alla luce della torcia il tatuaggio di una rosa.
Il tizio che era sbucato in fondo al poligono in quel momento era dietro di me, alla distanza giusta per potermi sparare prima che mi avvicinassi in qualche modo a lui. Gli altri lo raggiunsero creando un semicerchio, tutti rivolti verso la macchina. Non volevano rischiare di spararsi addosso.
«Di’ al tuo amico di uscire subito.»
Continuai a guardare fisso davanti a me. La pioggia aveva ripreso a cadere forte, e colpiva il tetto fra le mie dita. «Non c’è nessun amico.»
Seguì una raffica di parole in serbo. Era qualcosa che non si aspettavano. «Non mentire.»
«Facciamo così. Perché non ci ritroviamo tutti qui domani sera? Così magari vi organizzo qualcosa.»
Non erano le parole che voleva sentire. Fece tre passi avanti e mi ficcò la canna della pistola nella nuca. Più per frustrazione che per altro. Non credo proprio che si aspettasse che il gesto violento facesse materializzare il mio «amico». Ma il fatto che sapesse della prevista fuga di Sam, mi disse tutto ciò di cui avevo bisogno.
Era dalla gita a Bermondsey che mi preparavo alla missione di Barford. Per quel motivo mi avevano dato la caccia a lungo, senza mai spararmi quando avrebbero potuto. Se avessi portato a termine il lavoro, quei ragazzi avrebbero lasciato i nostri corpi da qualche parte nel poligono. Io sarei stato accusato di aver fatto evadere un uomo palesemente colpevole, la corte marziale sarebbe stata evitata, e il segreto di Sam sarebbe morto con lui.
La pistola si staccò, e quando sentii indietreggiare il capo dei Crvena Davo, mi resi conto che la mia rovina era iniziata molti anni prima, quando non mi ero affiliato al club dei Bravi Ragazzi.
Al ritrovamento dei nostri corpi ci sarebbero state delle domande. Ma non molte. I Grandi Capi non avrebbero strombazzato l’evasione dal centro di detenzione del Tribunale militare. Forse sarebbero stati un po’ tristi per l’eroico giovane sergente che era andato fuori di testa, ma non avrebbero pianto per me. Ci fu un altro scambio di battute. Ne immaginavo il contenuto. Non gli avevo portato la merce. Forse avrebbero dovuto uccidermi comunque. In fondo un po’ di danni li avevo fatti. Un loro amico si era preso un rampone in mezzo al cranio nelle Black Mountains. Un altro era volato di testa in un parcheggio nel Tabard Gardens Estate. Era ora di smetterla di cazzeggiare.
Due della squadra avanzarono e mi afferrarono i polsi. Non resi loro le cose facili e loro fecero altrettanto con me. Me li legarono con le fascette di plastica dietro la schiena, così forte che iniziarono subito a pulsare. Uno mi perquisì dalla testa ai piedi, prese la Browning di Sam e il caricatore di scorta e li buttò tra il fogliame ai margini del parcheggio.
«Andiamo.» Il capo abbaiò l’ordine. Mi voltai e lo vidi camminare sul sentiero verso il poligono.
I suoi mi spintonarono dietro di lui. I capelli scuri e la barba corta brillavano come petrolio e la loro pelle luccicava. Non sembravano particolarmente felici, e non solo perché aveva ripreso a piovere. Il linguaggio corporeo, l’espressione sul viso, il modo scorbutico con cui mi trattavano suggerivano che la loro giornata non fosse stata un successo. Dovevo pagare per averli fregati. E pagare molto caro.
Esaminai le mie possibilità. Un secondo fu più che sufficiente. L’unica cosa che potevo fare era scegliere il momento giusto per scappare e sperare per il meglio, il che significava aspettare di essere il più vicino possibile agli alberi per avere copertura, prima di fare la mia mossa.
Una bobina di corda, interrotta a intervalli regolari da bandierine di plastica a righe rosse e bianche, era avvolta attorno a un perno di legno nel lato della postazione coperta più lontano dai bersagli. Serviva a delimitare l’ingresso quando era in corso un’esercitazione di tiro con munizioni vere, ma quei ragazzi avevano altro in mente.
Il quarto membro della squadra afferrò la corda mentre passavamo e iniziò a fare un nodo scorsoio. Di tanto in tanto mi guardava il collo come un sarto che valuta la dimensione del colletto del cliente.
Nella mia mente per un attimo lampeggiò un’immagine: cadaveri coperti di vermi che ondeggiavano al vento, sospesi sotto alberi o lampioni lungo le strade in Bosnia.
Il capo se ne stava ai piedi di una grossa quercia secolare nel punto più lontano del poligono. Aveva trovato ciò che cercava: un ramo grande quanto un missile che partiva dal tronco a un’altezza di circa cinque metri da terra. Furono necessari un paio di lanci perché un capo della corda superasse il ramo e qualche strattone per sistemare l’affare all’altezza giusta. Poi mi spinsero in avanti e sollevarono il cappio.
Incassai la testa e caricai con la spalla il tizio più vicino, mirando appena sopra la fibbia della cintura. Non ero ottimista riguardo al fatto di fargli davvero male, ma contavo soprattutto sul momento di confusione che avrei scatenato per uscire da quella merda.
Non riuscii neppure a farlo barcollare. Mentre arrivavo, si spostò di lato e mi colpì con un pugno sulla nuca. Non un colpo mortale, ma sufficiente a far perdere ai mocassini da barca la presa sulla montagnola di fogliame e a farmi cadere a terra.
Mi trascinarono di nuovo in piedi, m’infilarono a forza il cappio attorno alla gola e poi tirarono il nodo scorsoio così stretto da farmi lacrimare gli occhi. Il capo seguiva con attenzione tutta la procedura. Voleva che sapessi con certezza che aveva dei conti in sospeso da sistemare, e quello era il momento giusto. Tirò il cappio ancora un po’ per darmi un assaggio di ciò che aveva in mente. Poi gli altri tre gregari afferrarono l’altro capo della corda e tentarono di separare la mia testa dalle spalle. Stavo per perdere i sensi quando i fari a ogni angolo del poligono si accesero. La notte si trasformò in pieno giorno e dieci uomini in tenuta da combattimento beige ci raggiunsero da ogni direzione, attraverso gli alberi e dal terreno scoperto, con i SIG puntati. Uno di loro abbaiò una serie di ordini in un serbo velocissimo.
Il mio non era migliorato da quando mi ero trovato alla Fortezza di Belgrado, ma avrei riconosciuto la voce di Boris ovunque.