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Pasha tirò su la manica sinistra della felpa e della camicia. C’era una cicatrice in rilievo lunga sette o otto centimetri sulla parte esterna del bicipite, proprio a metà tra la spalla e il gomito. «Dopo aver trapassato la testa di Amina il proiettile è passato da qui...»
Per quanto avesse cercato di dimenticare quel singolo tragico evento avvenuto oltre vent’anni prima, era chiaro che lo tormentava ancora. L’aveva scritto su ogni muscolo del viso e della parte superiore del corpo.
«Anna mi ha detto che hai ancora degli incubi.»
«Alcuni giorni sto bene. E, naturalmente, Anna e io siamo stati testimoni e abbiamo scritto di molti altri episodi di estrema brutalità e di corruzione. Ma è soltanto questo che continua a tornarmi in mente. L’espressione di fiducia negli occhi della ragazzina. Il sangue che le sgorga dalla fronte mentre la tengo fra le braccia alla fine di quell’orribile ponte. La mano della madre che mi sfiora la guancia, con tanta tenerezza, anche se sapeva che la figlia era morta.»
«Non è stata...»
Sollevò la mano. «Non farlo, Nick. Non dirmi che non è stata colpa mia. Certo, in fondo, lo so. Razionalmente so che non c’è biasimo, e neppure colpa. È che senti di vivere in un mondo di merda e cerchi di non sprofondare ancora più giù. Eppure con il cuore continuo a chiedermi perché il cecchino sulle colline abbia scelto lei e non me. E vedo i suoi occhi se chiudo i miei.»
Serrò il pugno attorno al bicchiere come se stesse cercando di stringere la vita, e poi lo lasciò accartocciato sul tavolo fra noi.
Io non avevo quasi toccato il mio.
Lo guardò, poi guardò me. «Non so tu, Nicholai, ma io ho bisogno di bere sul serio.»
Conosceva un posto lì vicino dove servivano qualcosa come trenta tipi diversi di vodka. Gli risposi che non avevo il tempo per assaggiarle tutte.
Mi condusse a nord della Arbat, poi leggermente a est, verso la Lubyanka. Il bar si trovava nel seminterrato ed era ancora più buio dei pomeriggi di Mosca. Ordinò un paio di bicchierini di Stolichnaya Gold a testa e quasi si offese quando insistetti per pagare.
Sollevò il bicchiere e brindò a Nicholai, ma sapevo che stava ancora pensando alla ragazzina sul ponte. Bevemmo un sorso e poi continuò la sua storia.
Aveva portato Amina indietro sulla passerella. Aleksa era andata a cercare l’imam, che aveva supervisionato il lavaggio del corpo di Amina con acqua profumata. Non l’avevano avvolta in un sudario. Era una martire: doveva essere seppellita con i vestiti che indossava al momento della morte. Pasha aveva accompagnato il corpo fino alla tomba, e aveva assistito mentre la seppellivano sul fianco destro, rivolta verso la Mecca.
I musulmani, come i cattolici, credono che una vita migliore attenda i morti. Non ci avevo mai creduto molto, ma trovai una certa consolazione al pensiero che l’agonia di Amina fosse stata breve. Non aveva condiviso il destino di un’altra ragazzina che si chiamava Zina, morta per ferite multiple da arma da fuoco a pochi metri da me quando avevo Ratko Mladić nel mirino. Aveva tentato di fuggire da un branco di delinquenti impegnati a stuprare le sue compagne. Aveva quindici anni e sognava di diventare Kate Moss, e io non avevo potuto alzare un dito per aiutarla.
E pensai anche alle donne che avevo visto impiccate agli alberi sulla mia strada, e a quelle di cui avevo sentito parlare, che si erano annegate nel lago insieme ai figli piuttosto di dover sopportare la brutalità del nemico che avanzava. A volte il suicidio vince sull’istinto di sopravvivenza. E quando il leader serbo bosniaco era stato condannato all’Aia, l’anno precedente, era troppo tardi.
Pasha faceva del suo meglio per sorseggiare la sua vodka ma era chiaro che avrebbe preferito annegarci dentro. «L’imam mi disse chi aveva fatto quella cosa terribile. Avevo sentito parlare dei Crvena Davo, naturalmente, ma non avevo mai avuto un incontro ravvicinato con loro. Dissi a me stesso che ero sopravvissuto per combattere altre battaglie, in altri modi, ma la verità è: se avessi avuto un fucile in quel momento, e avessi saputo come usarlo, sarei andato in cerca di vendetta.»
Conoscevo benissimo quella sensazione. E mi chiesi se la vendetta non fosse il movente dei Giaccadipelle. Per caso Trev li aveva incrociati nel periodo sul tetto dell’hotel Gradina? Erano a conoscenza del mio ruolo di designatore laser? Sapevano che una volta avevo cercato di infilare una bomba da novecento chili su per il fondoschiena di Mladić più o meno a un centinaio di chilometri da Sarajevo? Sapevamo che quegli uomini non perdonano e non dimenticano.
«L’imam mi consigliò con saggezza. Come Martin Luther King, credeva che ’occhio per occhio’ creasse un mondo di ciechi, e che anche se non c’era una giustificazione plausibile all’uccisione di Amina, questi conflitti non sono mai semplici.
«Sì, i serbi erano determinati a sottomettere i musulmani facendogli patire la fame. Ma i musulmani, dal canto loro, non erano contrari a usare come scudi i convogli come il nostro, e a piazzare le loro batterie armate dietro ospedali come quello che noi tentavamo di raggiungere.
«Quando un carrarmato si bloccò alla periferia di Goražde, loro strapparono all’equipaggio un arto dopo l’altro, davvero, a mani nude. Così non è difficile comprendere come la propaganda abbia lavato il cervello ai loro compatrioti, riguardo alle atrocità commesse dalle orde islamiche in avvicinamento.»
Non aveva torto. I bosniaci potevano avere l’aspetto di spaventapasseri, con tutta l’attrezzatura dei campagnoli e lo spago a reggere i calzoni, ma anche loro avevano avuto momenti sgradevoli. E nei Balcani non c’era stata soltanto una guerra ma centinaia di guerre.
«E guarda Srebrenica. Certo, Mladić e i suoi Scorpioni erano responsabili. Ma hanno fatto quello che hanno fatto con l’aiuto dei volontari russi e greci, così io e i miei concittadini dobbiamo per sempre condividere quella vergogna.»
Non mi tirai indietro quando arrivò un altro giro di vodka. Però non l’avrei bevuta in omaggio alla teoria dell’imam sull’occhio per occhio. Certo, la catena dell’odio deve essere spezzata a un certo punto – chiunque fosse stato l’oggetto della vendetta millenaria dei Balcani, non aveva bisogno che quel messaggio gli venisse sillabato – ma c’era un tempo e un luogo per tutto, e dopo aver sentito ciò che Pasha aveva detto, ero ancora più soddisfatto di aver aiutato uno degli stronzi a tuffarsi di testa da un tetto di Bermondsey.
Non avrebbe riportato in vita nessuna Amina e nessuna Zina, ma in qualche modo avrebbe più o meno pareggiato i conti, e mi avrebbe aiutato a smettere di ululare alla luna.