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Trev era un campione del mondo a improvvisare, ma in realtà odiava essere colto di sorpresa. Capivo sempre il suo disagio, anche via cavo. E in quel preciso momento il disagio era al massimo.
«Amico, ho fatto un casino. Ho perso Bravo Uno...»
Il nostro sistema di comunicazione utilizzava la tecnica del salto di frequenza, quindi era piuttosto sicuro, a meno che non venisse usato per fare lunghe telefonate alla mamma. In ogni caso era meglio non fare nomi.
«L’agenda degli appuntamenti era piena zeppa più o meno fino a poco fa, e tutto l’indomani, così sono andato a bere qualcosa. Quando sono tornato l’automobile non c’era più.»
Non gli chiesi se per caso avesse completato un paio di cruciverba per ingannare l’attesa, lo avrei fatto in seguito.
Trev ci spronò a darci una mossa. Aveva chiamato lo studio per un appuntamento urgente: a quanto pare aveva imparato a dire «terapia canalare» in svedese. La segretaria aveva risposto che il signor K. aveva finito per quel giorno e che sarebbe tornato soltanto dopo il fine settimana. Pessima notizia per noi, per lei probabilmente magnifica. In quel periodo di ombre che si allungavano, Stoccolma era certo più piacevole di quella parte di Östergötland.
Trev aveva controllato l’appartamento di Koureh in città e gli altri quattro luoghi conosciuti, ma lui non si trovava da nessuna parte. Quindi era lecito supporre che si stesse dirigendo verso di noi. Il tragitto dalla capitale durava tre ore e mezzo, il che significava che dovevamo metterci all’opera.
Infilai la bottiglia vuota e le scatolette di salsiccia nello zaino ed estrassi la sveglia che avevamo comprato da una ferramenta della catena Clas Ohlson a Tranås. La seconda cosa che tirai fuori furono gli Swan Vestas. Potevi accendere quei fiammiferi sulla cerniera dei Levi’s, ma la ruvida carta vetrata lungo il fianco della scatola era quello che mi serviva. La ritagliai da due scatole e infilai le strisce nella tasca sinistra del giubbotto. La sveglia e un pugno di fiammiferi in quella di destra.
Ordinai a Harry di prendere posizione dietro al filare di alberi. Che si fosse ripreso o meno, ritenevo più sicuro per entrambi che lui restasse fuori dalla scena mentre io rientravo e armeggiavo con i tubi di Koureh. Se qualcuno avesse imboccato il sentiero che portava alla casa, preferivo saperlo prima da Harry.
Gli dissi di fare il verso del gufo se avvistava qualche pericolo. Era uno dei suoi preferiti.
Vedevo che era soddisfatto, ma anche un po’ preoccupato. «E se ti sbagli e mi confondi con un gufo vero?»
Gli rivolsi un gran ghigno e un colpetto sulla guancia. «Impossibile, amico. Assomiglia più alla sirena dei pompieri di New York. Per questo l’ho scelto.»
Mi alzai e tornai indietro di qualche metro per fare pipì prima di piegare a gomito verso il lago e controllare se c’era movimento sull’acqua. Non volevo che un gruppo di escursionisti estivi, o anche un solitario in kayak assistessero mentre mi infilavo nel seminterrato. Una coppia di falchi pescatori volava in cerchio sopra gli alberi su una delle isole nelle vicinanze, ma niente e nessuno invadeva il loro spazio.
Sulla via del ritorno fra gli alberi raccolsi un ramo biforcuto lungo una sessantina di centimetri e indossai i guanti di polietilene prima di affrontare il prato perfettamente curato.
Cinque minuti dopo m’infilavo sotto la piattaforma di legno alla fine della scala che saliva verso la porta della cucina. Iniziava a formarsi la rugiada, che rendeva fredda e scivolosa la ghiaia sul sentiero che circondava la casa. Sentivo la camicia e i jeans inumidirsi mentre strisciavo carponi.
La finestra che avevo sganciato prima aveva le cerniere sulla parte superiore ed era più larga che alta, grande abbastanza da consentire a uno con stivali Timberland e giubbotto di riuscire a entrare se proprio si ostinava a non voler usare l’ingresso principale. Un centimetro separava il telaio dall’infisso nel punto in cui incontrava il davanzale. Mi afferrai ai due estremi con la punta delle dita coperte di polietilene, aprii la finestra e incastrai il bastone biforcuto in un angolo per farla restare in posizione.
Poi mi voltai e scivolai dentro, con i piedi in avanti.