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A volte Trev era un po’ emotivo, ma non faceva casini. E potevi sempre contare su di lui. Prima del Golfo avevamo bighellonato insieme in giro per la Colombia. Alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta la Colombia era la principale fornitrice di cocaina per il miliardario mercato americano, e causa di un numero spaventoso di morti. L’anno in cui ci andammo, c’erano stati tremila omicidi collegati alla droga soltanto in una città, e per quel motivo i locali erano ansiosi di inchiodare i cartelli almeno quanto la DEA.
Un gruppetto di noi aveva raggiunto la zona attraverso Terranova, a bordo di un Hercules C-130. Una volta arrivati nel Paese ci caricarono su carri bestiame.
All’inizio il nostro incarico prevedeva di addestrare le truppe colombiane, poi di aiutarle a eliminare quanti più impianti di raffinazione riuscissimo a identificare e localizzare. Dato che occorrono duecento chili di foglie per produrre un chilo di coca, i DMP venivano costruiti il più vicino possibile alle coltivazioni.
Quasi sempre erano nascosti nella giungla, pesantemente sorvegliati e attraversati da gallerie e vie di fuga, ma gli ostacoli più grossi per noi erano la corruzione e le stragi di massa. Con un incremento del dodicimila per cento dal costo di produzione al prezzo di vendita puoi comprarti un sacco di informatori, e in un mondo in cui o eri a libro paga o eri morto, era normale che quando arrivavamo noi i DMP erano diventati delle città fantasma.
Comprensibile. Noi eravamo lì soltanto di passaggio, i soldati ci dovevano vivere. Noi non dovevamo preoccuparci che ci stuprassero le mogli, o uccidessero i nostri figli mentre andavano a scuola. Fummo costretti a prendere l’iniziativa e a colpire senza avvertire.
Io e Trev passammo settimane di lavoro duro, strisciando come gatti nel sottobosco con un pugno di ragazzi che si chiamavano tutti José o Miguel, coperti di crema scura e insetticida, con il sudore che ci colava da ogni poro. La tenuta da combattimento era rivestita da così tanta melma che il disegno mimetico non si distingueva più.
Individuammo un complesso sotto il tetto di foglie non lontano dalla regione del Darién e ci spostammo per una ricognizione ravvicinata al bersaglio, con testicoli e ascelle che prudevano per la calura della giungla. C’erano un eliporto, un impianto di raffinazione, magazzini, un lungo prefabbricato Nissen dove la pasta di coca veniva messa ad asciugare sopra tavole su cavalletti, e alloggi per i white eyes – chimici europei e nordamericani – e per la manovalanza.
Distruggere il posto non avrebbe messo in ginocchio il cartello di Medellín, ma i nostri ragazzi avevano abbastanza PE4, esplosivo e miccia per fare il lavoro, e vidi gli occhi di Trev illuminarsi alla prospettiva. Mi si avvicinò strisciando sui gomiti e la punta dei piedi e si accostò al mio orecchio. «Perché perdere tempo?» Odiava le sorprese, è vero, ma non gli dispiaceva farle agli altri.
Annuii. Perché no?
Circondammo il posto, schierammo squadre per bloccare eventuali fuggitivi ed evitare che raggiungessero le barche o svanissero nella foresta, e lo facemmo saltare. La notizia migliore fu che non ci furono vittime. I vari José e Miguel sarebbero tornati tutti a casa per l’ora del tè con dolcetti unti. I cattivi non furono altrettanto fortunati. Un ragazzo che scappava con il dito sul grilletto di un AK-47 si trovò dalla parte sbagliata della squadra di blocco, e un white eye si beccò un proiettile nel torace.
Sollevai il chimico da terra, gli medicai la ferita e lo buttai sul primo Huey pronto al decollo. Mi investì un’esplosione di pesanti ingiurie in marsigliese. Trev sghignazzò. «Amico, a quanto pare abbiamo chiuso la French Connection.»
Quello che accadde dopo fu solo colpa mia. Me ne stavo seduto sul Bergen in mezzo a ciò che restava del DMP, e ancora sghignazzavo per la battuta, quando un’altra ondata di elicotteri della Narcotici atterrò rumorosamente. I ragazzi dell’ANP perlustravano il posto, cercando e distruggendo le scorte di precursori chimici prima di radere al suolo l’intero impianto incendiandolo.
Stavo preparando il tè, ma non abbastanza in fretta secondo Trev. Camminava battendo i piedi alle mie spalle mentre aspettavo che l’acqua bollisse. «Stoner, muoio dalla voglia di bere il mio Tetley, datti una mossa.»
Si stava ancora lamentando quando sentii del trambusto alla mia destra. L’ANP aveva scovato due uomini che si erano nascosti durante l’attacco. Si precipitarono verso gli alberi, cercando disperatamente di tornare al coperto prima di essere uccisi, e io mi trovavo proprio sul loro percorso. Con gli occhi sbarrati e i capelli arruffati, quello con un machete si buttò su di me. Mentre alzava l’arma io lasciai cadere le tazze e, ancora seduto, mi spinsi all’indietro sul Bergen per schivare il colpo.
Sapevo di non essere stato abbastanza veloce. Vidi il riflesso del mio viso sulla lama. Poi il sangue sgorgò da due fori precisi, uno nella sua fronte e l’altro nel collo, e lui crollò a terra come un sacco di patate. Un nanosecondo più tardi, un altro paio di 9mm vennero scaricati sul suo compare. Tutto era finito prima che la Browning smettesse di sferragliare.
Mi raddrizzai e subito sentii un grugnito animalesco nell’orecchio. «Hai intenzione di finire con quel tè o no?»