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La rimessa di padre Mart era piena di tutta la robaccia che le persone normali tengono in garage, eppure non so come riuscì a ricavare lo spazio per farci entrare la mia macchina. Sporsi la testa dalla sua Land Rover mentre abbassava la porta. «Cercherò di riportare indietro la Papamobile tutta intera. Teniamo le dita incrociate.»

Si avvicinò al finestrino del posto di guida e gli afferrai la mano. «E se ha bisogno di aiuto per portare la Porsche a fare un giro, padre Gerard è l’uomo giusto.»

La vecchia Defender si accese a fatica e mi immisi sulla strada principale. Era un po’ rumorosa, ma avrebbe fatto il suo dovere, quando fosse scesa la temperatura. La verità era che adoravo quelle macchine. Erano adatte a ogni circostanza. A Belfast, quando ero nelle giubbe verdi, avevo guidato una 109. E avevo girato il Medio Oriente a bordo di una Serie IIA Pinkie senza portiere e parabrezza ed equipaggiata di granate fumogene, una coppia di GPMG – General Purpose Machine Gun, mitragliatrice pesante – e un missile Milan – Missile d’Infanterie Léger Antichar, missile anticarro per fanteria leggera – filoguidato.

La 110 di padre Mart non disponeva dell’artiglieria della Pantera Rosa, ma non aveva neppure l’orribile verniciatura mimetica. Nessuno da quelle parti l’avrebbe guardata due volte, Trev non aveva avuto bisogno di dirmelo.

La prima fermata fu a un negozio di articoli sportivi ad Abergavenny. Parcheggiai in Frogmore Street e quando aprirono entrai con i primi clienti. Ero già equipaggiato per l’inverno russo, e quindi non avevo bisogno di altri indumenti, ma non intendevo ripetere l’esperienza della nostra avventura sui Breacon Beacons.

Presi una piccozza con la punta molto affilata, una vanga pieghevole e un paio di ramponi con artigli degni di Jurassic Park. Aggiunsi un kit di primo soccorso, due confezioni di blocchi di meta, fiammiferi, una gavetta e una borraccia per l’acqua. Avevo già in tasca le bustine di tè Yorkshire di padre Mart, quindi mi mancavano soltanto le barrette proteiche, in caso ci volesse un po’ prima di potermi preparare un perfetto tè all’inglese. Infilai tutto nello zaino.

Aggiunsi un paio di calze e dei soprascarpe impermeabili in offerta, poi pagai in contanti alla cassa. Cosa che suscitava sempre un sorriso sui volti dei cassieri, soprattutto dopo la crisi, ma non era per quello che lo facevo.

L’American Express diceva nelle pubblicità che usare la loro tessera di plastica rivelava molto di più di te di quanto facessero i contanti, e proprio per quello non avevo mai usato una carta di credito o debito. Prima ancora dell’incarico nei servizi segreti, non mi era mai piaciuto che i miei movimenti potessero essere tracciati grazie alle transazioni finanziarie. E non avevo mai vissuto i momenti imbarazzanti alla cassa del supermercato quando l’autorizzazione al pagamento veniva negata.

Avevo utilizzato una carta di debito spettacolare mentre mi trovavo in Svizzera, una che spazzava via tutte le stronzate. Era nera e scintillante, senza numeri impressi, ed elargiva soldi dal mio conto svizzero a tutti i bancomat nel mondo. La connessione tra me e la banca seguiva un percorso random, configurato per mutare in continuazione, su circa ventisei server differenti. Lo gnomo vestito in modo estremamente elegante che me l’aveva consegnata nella sua piccola custodia di velluto aveva giurato che la mia privacy era garantita.

La fermata successiva fu da GO Mobile. Da oltre dieci anni la NSA, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana, riusciva a intercettare i cellulari e questo significava che anche il GCHQ britannico – Government Communication Headquarters, il Quartier generale del governo per le comunicazioni – e un certo numero di cattivoni potevano farlo. Ormai si poteva anche tracciare un iPhone con un iPad, ma io avevo deciso di ignorare due volte le istruzioni di Trev. Il mio iPhone era in una tasca interna, ma non sapevo quale operatore avrebbe avuto il segnale migliore sul monte. Comprai un Samsung e tre sim usa e getta, ognuna di un gestore diverso, per sicurezza, in caso tutto fosse finito in merda.

Più di una volta mi era capitato di restare senza campo, quando il tempo peggiorava, e non erano stati bei momenti. E i sistemi GPS su quegli affari erano abbastanza affidabili da evitarmi di aprire la mappa d’ordinanza ogni dieci minuti e di tirare fuori la bussola.

Un raggio di sole fece capolino fra il turbinio di nuvole grigie mentre lanciavo la sacca nell’auto e mi dirigevo sulla principale verso Brynmawr. C’era un internet café abbastanza vicino al centro che mi era stato già utile diverse volte. E serviva il miglior caffè americano al di fuori della Colombia. Parole come wi-fi, Twitter e Instagram non erano ancora entrate a far parte del vocabolario di padre Mart, e io avevo bisogno di controllare un po’ di cose.

Quando arrivai, il pezzetto di cielo azzurro si era diretto a est. Superai una fila di bandierine di plastica con giganteschi narcisi, che davano il benvenuto ondeggiando al vento che stava aumentando.

Quando aprii la porta venni accolto da un gallese sorridente e dall’aroma di pancetta fritta, così aggiunsi al caffè un panino alla porchetta. Uno gigante. Avevo fatto colazione da poco, ma avevo un po’ di tempo da perdere e poi non si sa mai quando si può avere bisogno di calorie extra. Inoltre ero anche sicuro che per un’ora o due sarei stato molto più al caldo lì dentro che in qualsiasi altro posto.

Il gallese mi diede il resto e mi indicò una fila di tastiere e schermi di computer. E mi sembrò felice di vedermi aprire il Samsung e metterlo sotto carica buttando via la confezione.

Mi liberai della giacca in Gore-Tex, che poggiai su una sedia, e aprii la felpa.

Il primo sito a cui mi collegai era ARRSE, il servizio non ufficiale di pettegolezzi dell’esercito. Dava ai soldati la possibilità di fare quello in cui riuscivano meglio: sparlare di tutto e di tutti.

Quelli relativi al SAS, e la cosa non sorprendeva, riguardavano principalmente il numero di teste di criceti che avevamo dovuto strappare a morsi per passare la selezione, più che quanto avveniva davvero dietro le porte chiuse. A circa metà dei messaggi nel forum delle notizie, qualcuno che si definiva SBS – username: Piedifreddi – chiedeva se qualcuno avesse notizie del casino scoppiato a Credenhill. Era stato investito da una tempesta di insulti da parte dei fedelissimi, quasi tutti lo accusavano di non avere le palle. Un Berretto di Merda si chiedeva se uno dei ragazzi vestiti di nero fosse rimasto impigliato nella corda doppia, un altro se avesse fatto cadere il gelato. Nessun riferimento alle stanze CQB.

Più avanti, una ragazza di nome Rosie con un gran senso dell’umorismo cercava di divertirsi un po’ con un eroe in uniforme, e i veterani facevano la fila per festeggiare la VC attribuita postuma a Guy Chastain. Il figlio del colonnello si era sacrificato per salvare la vita dei suoi uomini in un’operazione in Afghanistan, e il vecchio aveva avviato una campagna fondi per una statua. Non sapevo che farmene di quelle notizie. Da una parte, mi sarebbe piaciuto molto avere un padre che mi amasse tanto da voler tener vivo il mio ricordo. Dall’altra, ero convinto da sempre che in guerra le merdate accadono. Scorsi in fretta i titoli sulla home dei siti del Telegraph e del Sun, e anche del Mail Online, ma anche lì non trovai molto di più.

In terza pagina, una ragazza che si faceva chiamare Victoria Crossley, sosteneva di essersi fatta una depilazione brasiliana con la stessa forma della leggendaria medaglia. Un tizio aveva commentato scrivendo che era disponibile a condividere in qualsiasi momento la posizione di tiro di lei.

Mi fermai per sorseggiare il caffè americano e poi mi dedicai anima e corpo al panino con la porchetta. Mentre l’unto scendeva fra gli strati di pane e mi gocciolava sulle dita, pensai che la vita non potesse essere meglio di così.

Medaglia al valore
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