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Pasha mi passò i contatti di Aleksa e dell’imam, e promise di organizzarmi un incontro con tutti e due.
Tornai alla villa di Anna con un taxi e le chiesi se potevo prendere la Range Rover per un paio d’ore. L’avevamo scambiata con la Touran dopo la nascita di Nicholai. Ad Anna piaceva l’idea di tenerlo il più al sicuro possibile sulla strada, e anche a me. Il posto dove stavo per andare era pieno di insidie, quindi ci sarebbe stata alla perfezione.
Programmai il navigatore satellitare per portarci a una dacia grande quanto il Cremlino a circa quarantacinque minuti verso nord-ovest. Il proprietario era Frank Timis, un oligarca ucraino. Nessuno avrebbe voluto Frank come nemico, e proprio per quel motivo mi rivolsi a lui. Non eravamo amici o cose simili, ma io avevo salvato suo figlio da al-Shabab, la risposta somala ai talebani, ed era diventato il mio banchiere privato dopo la gita in Messico dell’anno prima.
Avevamo rubato dodici milioni di dollari, soldi del cartello della droga, da una estancia nei dintorni di Narcopulco, e Frank si stava ancora occupando di riciclarli per noi. Non lo faceva soltanto per ragioni sentimentali: si sarebbe intascato il venticinque per cento.
Il villaggio di Frank ti faceva tornare ai tempi dello zar. Lì arrivavano i soldi, quelli veri, per scappare dallo stress e dalle fatiche della grande città. Palazzi di legno alti tre o quattro piani con imponenti fortificazioni e ampie strade tra alberi giganteschi.
Giunto in zona avevo comunicato agli uomini di Frank che ero vicino e al mio arrivo i cancelli di legno si spalancarono. Guidai oltre la piscina e il parco giochi coperti di neve e oltre un gruppetto di guardie del corpo che ci stavano dietro come ombre, e poi parcheggiai accanto alla sua flotta di auto nere scintillanti. Tutte avevano la targa rossa diplomatica per riuscire a sconfiggere gli ingorghi di Mosca.
Lì faceva ancora più freddo che da Anna. Il vento gelido rendeva il clima nel nostro rifugio sulle Black Mountains quasi tropicale. Il breve percorso fino alla gigantesca cucina di Frank mi diede la sensazione di trovarmi nel bel mezzo di una spedizione polare.
La porta finestra di alluminio con tripli vetri e il mostro scolpito a mano che c’era dietro, ti introducevano in un universo di marmo lucido e acciaio inossidabile.
«Niiiiiiiick...»
Mentre scrollavo la neve dagli stivali un omino si proiettò sul pavimento di pietra incerata e avvolse le braccia attorno alle mie ginocchia.
Frank era seduto nel punto che preferiva, dietro al tavolo di marmo al centro della stanza. Era un uomo compatto, molto curato e di grande presenza. Sorrise piano quando il suo ragazzino mi si avvinghiò alle gambe, poi, poco dopo, decise che la dose di affetto quotidiana era finita. «Stefan...»
Il ragazzino si staccò e alzò lo sguardo verso di me. Aveva grandi occhi sorridenti e le lentiggini sulle guance. Gli arruffai i capelli, e poi lo spinsi verso i suoi compiti.
Frank mi indicò con un cenno la macchina del caffè grande quanto un reattore nucleare. Era soltanto la terza volta che andavo lì, ma c’era già un rituale. Feci partire un espresso doppio e mi sedetti di fronte a lui.
«Allora, Nick, di nuovo Messico?»
Scossi la testa. «Serbia.»
A un segnale invisibile apparve all’improvviso la versione morbida e tenera di una matrioska dai colori vivaci. Abbassò la testa in segno di rispetto verso di noi, si pulì le mani nel grembiule, prese Stefan in braccio e lo portò fuori perché non ci ascoltasse.
Mostrai a Frank le pagine sui Crvena Davo stampate da Anna e gli dissi che avevano ucciso un mio amico. «Devo scoprire di più su di loro. Devo scoprire chi li ha lasciati liberi.»
Esaminò le fotografie dedicando particolare attenzione a quelle con il tatuaggio e annuì lentamente. «Sarajevo?»
«E Goražde. Ma quella merda risale a vent’anni fa.»
Mi fissò con i suoi occhi freddi come il ghiaccio. «Cosa sono vent’anni in una guerra che dura da mille?» Si passò una mano sul mento perfettamente rasato. «Ho sentito parlare poco di loro, ma non si sono mai intromessi nei miei affari, quindi mi dispiace dirti che non posso essere d’aiuto quanto vorrei. Posso dirti soltanto quello che già sai. È gente cattiva, Nick. Spazzatura.»
Abbassò di nuovo lo sguardo sulle foto prima di tornare a fissarmi. «E tu ricordi cosa ti ho detto della spazzatura?»
Come avrei potuto scordarlo? Negli ultimi dodici mesi avevamo seguito le tracce dei rifiuti in Somalia e in Sud America. «Se vuoi trovare la spazzatura, devi andare alla discarica.»
Annuì come un insegnante benevolo, poi si alzò. Come sempre, i suoi jeans erano stirati con una piega così perfetta che potevi tagliartici sopra.
Prima di andare gli chiesi un ultimo favore. Quando ero in Messico aveva mandato i suoi uomini a proteggere Anna e Nicholai. Il complesso residenziale di Anna era über sicuro, ma adesso avevo bisogno che li tenesse d’occhio.
Quarantacinque minuti dopo posteggiavo la Range Rover. Lei mi propose di fermarmi per la notte, ma non riuscì a dissimulare il sollievo quando io mantenni i miei piani.