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Spinsi piano la porta sui cardini ben oliati e rimasi sulla soglia, con la bocca aperta, in ascolto di eventuali movimenti. La casa era abbastanza piccola e vecchia che si sarebbe sentito persino un topolino al piano di sopra.
Non c’era bisogno di controllarla tutta prima di dare un’occhiata in giro. Dopo cinque minuti ero felice che non ci fosse una MRUD caricata con il mio nome sopra, e che, tranne il riscaldamento, niente disturbava le molecole dell’aria all’interno del cottage. Entrai e mi chiusi la porta alle spalle.
Lasciai le Timberland sul tappetino, superai l’attaccapanni con gli impermeabili Barbour e Driza-Bone, cappelli e sciarpe, ed entrai nella cucina arredata con cura. L’Aga, cucina in ghisa smaltata, era accesa ma con la valvola chiusa. Depennai il furto dalla lista. Tutto sembrava essere al posto giusto.
La rubrica Rolodex accanto al telefono era piena di nomi, indirizzi e numeri di telefono in un corsivo impeccabile. Quel particolare mi suggerì che non tutti i medici avevano una calligrafia assurda, e che Ella era una persona scrupolosa.
Non ero in grado di stabilire se qualche scheda fosse stata tolta, ma non c’erano buchi evidenti. Memorizzai il numero del cellulare di Grace Nichol sul mio iPhone, in caso non fosse stata allo studio al mio ritorno.
In soggiorno al posto del caminetto c’era una stufa a legna, pronta per essere accesa alla fine della giornata. Sulle mensole su entrambi i lati erano allineati libri di ogni genere – romanzetti femminili, classici e alcuni di guerra –, un impianto stereo di ultima generazione e fotografie di famiglia in cornici d’argento e di pelle.
Era chiaro che Sam non era un amante delle fotografie – non lo ero nemmeno io – ma c’erano due istantanee di uomini in uniforme. Dalle informazioni di Google sapevo che il fratello e il padre di Ella erano nell’esercito: ne dedussi che dovevano essere loro. Mi chiesi come si sentissero ad avere un familiare sottoposto a corte marziale. Ella e la madre avevano in comune quella bellezza naturale tipica dell’intera contea. Harry di certo ne era fiero.
Una cornice era vuota. Immaginai che fosse una foto di Ella e che fosse stata rubata. Il secondo passo falso, o forse l’intruso se ne era fregato? In ogni caso, era un problema. A me piacevano i giocatori che tenevano la situazione sotto controllo. Perché così sapevo con chi dovevo confrontarmi.
Controllai il contenuto di un piccolo scrittoio a serrandina, senza troppa speranza di trovare qualcosa di utile – ad esempio l’indirizzo postale – ma proseguii lo stesso nella ricerca, perché a volte un collegamento o un ricordo richiama alla mente altri dettagli, e ciò che non si trova è più utile di ciò che trovi.
Scoprii una cartellina rossa che conteneva la stampa dell’encomio per la VC di Guy Chastain e la riproduzione della medaglia, pronte per essere incorniciate, o così sembrava. Infilato in fondo c’era un biglietto scritto a mano da un certo Stephen che ringraziava Ella per la sua affettuosa lettera di condoglianze, e che si sforzava di convincersi che se non altro Chris era morto facendo il lavoro che amava. Di lettere del genere ne avevo lette parecchie, e a volte erano veritiere.
Le due camere al piano di sopra erano così accoglienti che quasi mi aspettavo di vedere la principessa delle fiabe sdraiata sul letto, addormentata. Gli armadi non erano pieni, ma erano comunque ben forniti di indumenti da uomo e da donna.
Il bagno aveva una vasca in cui si poteva nuotare, rubinetti splendenti, candele di design e grandi asciugamani morbidi. Nell’armadietto delle medicine c’erano soltanto un sacchetto di batuffoli di cotone, garze sterili, un rotolo di benda elastica, due di benda di stoffa, una bottiglia di dopobarba Armani e mezza confezione di sertralina.
Io non avevo mai fatto uso delle pillole della felicità, ma conoscevo uno o due ragazzi che senza di quelle non arrivavano alla fine della giornata, e non pensavo che servissero a curare il disturbo ossessivo compulsivo di Ella. Infilai in tasca le garze e una benda.
Dalle finestre del primo piano ispezionai la zona circostante: una fila di giardini, piuttosto grandi e ben curati, tutti attrezzati con tavoli e sedie di teak ben oliato.
Nell’angolo più lontano da quello di Ella, c’era un lussuoso capanno da pastore color verde salvia, su ruote di ghisa, con tetto in lamiera ondulata e un camino.
In vista non c’era nessuno, ma non potevo rischiare di correre diciotto metri allo scoperto e curiosare sotto gli occhi dei vicini. Non avrebbero chiamato le Forze Speciali, ma in ogni caso una chiacchierata con la polizia del Gloucestershire era l’ultima cosa di cui avevo bisogno. Volevo tenermi sotto quota dei radar il più a lungo possibile.
La sveglia digitale sul comodino mi disse che erano le 14.45. Sarei tornato dopo il tramonto a controllare l’esterno.