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Mackenzie mi scortò attraverso un metal detector e due cancelli elettronici. Il secondo si aprì su un lungo corridoio con porte su entrambi i lati, e a quel punto mi salutò.
Il posto non era concepito per offrire comodità, ma la tinteggiatura era in ordine e la luce non così ostile come in altre prigioni in cui mi ero trovato. Una terza guardia era posizionata a circa metà strada sul muro di destra, all’esterno di una porta d’acciaio con un’apertura in vetro armato. La aprì spingendola mentre mi avvicinavo e mi accompagnò dentro. Si chiuse con uno scatto e sentii il rumore di un catenaccio che scorreva.
La sala colloqui era come una cella, soltanto più grande, e senza il cesso. Al posto del letto, c’erano un tavolo di alluminio satinato fissato al pavimento e due sedie di plastica con lo schienale dritto ai lati. Mi tolsi il cappotto elegante e lo posai sullo schienale di quella più vicina, poi sedetti e tirai fuori il blocco a righe con le pagine gialle e una penna di marca.
La notte precedente, al Premier Inn, avevo scritto degli appunti giuridici, e ne aggiunsi altri adesso, mentre aspettavo che Sam comparisse dalla porta più lontana. Non c’erano specchi unidirezionali, o altre cazzate del genere, ma stabilii che comunque scarabocchiare qualcosa avrebbe aiutato le guardie presenti a prendermi più sul serio.
Dopo poco tempo sentii il rumore di altri due catenacci. Il mio cuore non mancava mai un battito, ma ci andò vicino quando apparve Sam Callard. Era come se Harry all’ultimo momento avesse deciso di non darsi fuoco alla casa di Koureh, e avesse scelto quell’istante per rimettersi in contatto. Afferrò la sedia libera con maggiore fermezza del necessario e si sedette.
Non perse tempo in convenevoli. «Ciao, Nick. Devo dirti tre cose. La prima è che ti ringrazio molto per la fatica che hai fatto per vedermi. La seconda è che non potrò aiutarti, esattamente come non ho potuto aiutare il signor Blackwood.»
Mi ricordava Harry in molti aspetti. Sulla fronte e sugli zigomi la pelle era tirata come se fosse pellicola da cucina. E aveva praticamente la stessa espressione di suo padre quando non desiderava altro se non colpire la testa di Koureh fino a ridurla in poltiglia.
«E la terza qual è?»
«Ieri notte c’è stato un altro visitatore.» Serrò la mascella. «Hanno Ella.»
«Chi?»
La pelle sopra le tempie si tese ancora di più. «Non lo so. Uno qualsiasi. Non ha detto il nome, ma ha le conoscenze giuste per poter entrare qui dentro. Non è stato molto. Il suo incarico era informarmi che Trev era morto, ma che non le faranno del male, se io non cambio la mia dichiarazione. Ella è la loro polizza d’assicurazione.»
«Quindi, adesso cosa succede?»
«Non cambio la confessione e confido che Blackwood mi difenda dall’accusa di omicidio colposo.»
Scossi la testa. «No, intendevo cosa accadrà a Ella? Chiunque la tenga prigioniera non si limiterà ad aprirle la porta con tanti saluti quando tu sarai incarcerato.»
Dalla sua espressione compresi che ci aveva già pensato. Sam si trovava davvero tra l’incudine e il martello.