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La receptionist di Villa Oniria fece apparire la Seat alla velocità della luce e puntai dritto verso l’autovía. Ogni tanto controllavo lo specchietto retrovisore, ma avevo una brutta sensazione e avevo deciso che, in quel momento, la velocità fosse più importante di tutto il resto.
Il traffico della sera era piuttosto leggero, e non ci misi molto a raggiungere il bivio per il Suspiro del Moro. Se Jesper ed Ella erano tornati indietro direttamente, allora ero quarantacinque minuti, massimo un’ora, dietro di loro. Ancora meno se avevano fatto deviazioni. Mi augurai che avessero fatto deviazioni.
Il cortile all’ingresso del campeggio non era inondato di luce, ma non faceva molta differenza. Ormai eravamo compromessi, e la nostra priorità numero uno era andare via da lì, ed elaborare una nuova copertura in seguito. Scesi dalla Seat e premetti il pulsante di chiusura sulla chiave.
C’erano altre tre auto a noleggio ma la GS di Jesper non era in vista. Sperai che si fossero fermati per una paella lungo la strada, e che fossi arrivato prima di loro.
Mentre attraversavo come una furia la reception mi trovai di fianco Shaky. Questa volta non indicò il cartello PROHIBIDO, aveva un’espressione preoccupata. Non ebbe bisogno di chiedermi dove stessi andando, un altro cattivo segno. La privacy dei clienti abituali era già stata ampiamente violata.
La lampada sopra la veranda era accesa, ma l’interno del bungalow era al buio e le tende erano chiuse. La brillava sul cavalletto sotto la finestra laterale. Avrei dato un mucchio di soldi per una Browning 9mm nella cintura mentre mi avvicinavo sfruttando la copertura degli alberi. Anche una Mini-Max sarebbe stata meglio di niente.
Guardai a destra e vidi che anche Shaky aveva pensieri simili ai miei. Infilò una mano nella giacca ed estrasse un coltello.
Scossi la testa e segnalai che doveva lasciar fare a me. A meno che il ragazzo non si trasformasse di colpo in Zorro, si sarebbe fatto male con quell’affare. Ne avevo visti un sacco che avevano finito la nottata fuori feriti dalla loro stessa lama.
Non provò neppure a fare il duro, si limitò a passarmelo nascondendo malamente il sollievo. A gesti gli indicai di restare fermo, abbracciato al pilastro di pietra, mentre io, con l’arma nella destra, salivo i gradini.
Il tetto di lamiera si allungava sulla veranda che avevo davanti. Una parte della porta era in vetro, c’era una finestra sulla destra, e un tavolo con delle sedie a sinistra. Di fatto non c’era nessuna copertura – un proiettile avrebbe disintegrato le sottili pareti di cartongesso della struttura senza utilizzare tutta la sua potenza – ma mi abbassai comunque sotto il tavolo. Se non altro non ero in piena vista.
Shaky era accovacciato immobile dietro di me, esattamente dove l’avevo lasciato. Mi spostai il più vicino possibile all’entrata e ascoltai. Adesso riuscivo a distinguere il tremolio dello schermo di un televisore e a sentire il suono intermittente di risate registrate. C’erano anche un fruscio e un lamento soffocato.
Non sembrava una lotta.
’Fanculo, non ero lì per il panorama.
Strinsi la lama di Shaky, spalancai la porta e mi tuffai a sinistra tenendomi basso.