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BAZ
La Bunce ha stregato quel ragazzo fino all’osso. (Un po’ eccessivo, direi. Come lo sono quasi tutte le formule che agiscono “fino all’osso”. Mi sorprenderei se al suo risveglio ricordasse ancora il proprio nome.) Poi gli ha cancellato la memoria del cellulare.
Con gli incantesimi non l’ho potuta aiutare. Non sono ancora… a posto, dopo i proiettili che mi sono beccato. La pelle si è rimarginata ed è quasi guarita – come se mi avessero sparato vent’anni fa, non venti ore fa –, però mi fa male il petto. E mi sento fiacco. Come se il mio corpo non-morto dovesse fare grandi sacrifici per restare aggrappato a quel “non”.
Abbiamo dormito appena qualche ora. Simon non ha chiuso occhio.
La Bunce ricorre a un altro incantesimo per rubare un’auto. Simon vuole una decappottabile, ma stavolta lei insiste per qualcosa di discreto… che in America equivale a un orrendo gigante bianco chiamato Silverado. (Silverado, Tahoe, Tundra. Ce l’hanno tutti; America, sei molto americana.)
In confronto al Silverado, il furgone del Normale sembra non avere ancora raggiunto la pubertà. Questo è talmente alto che ha addirittura il predellino. Ha un ampio sedile posteriore e più spazi per le bibite di quanti ce ne siano nel mio salotto di casa.
(Noi abbiamo solo tre pick-up in tutta l’Inghilterra, mentre qui ce ne sono un’infinità. Gli americani che cosa avranno mai da caricare, rispetto al resto del mondo?)
Guido io, nel caso la situazione dovesse precipitare, mentre la Bunce ci fa da navigatore servendosi di una cartina che ha trovato nel vano portaoggetti. Il suo cellulare è rimasto nella Mustang e il mio è ancora offline.
Il nostro scopo primario è fuggire. Il Normale era troppo furbo. Potrebbe seguirci anche adesso. Potrebbe perfino avere un sistema magico per rintracciarci. Snow è in pieno assetto di guerra; non lo vedevo così dalla morte dell’Arcimago.
Invidio il rapporto che ha con la Bunce. Si comportano come se questo fosse il loro decimo turno di servizio insieme. A scuola, Simon doveva avere un’intera vita di cui non ero a conoscenza. L’Arcimago lo sfruttava per combattere tutto quello che andava combattuto, anche quando era poco più che un bambino. (E Simon era sempre poco più che un bambino.) Ora che ha perso il potere, si trova ancora a proprio agio nei panni del soldato bambino.
Però direi che non è più un bambino…
Nessuno di noi due lo è più.
Ci perdiamo intenzionalmente tra le montagne. La Bunce dice che ci sono città ovunque, perciò non dobbiamo temere che la nostra magia – o quel che ne resta – ci abbandoni. A forza di incantesimi ci siamo prosciugati entrambi. Vi chiederete se sia possibile che dei maghi perdano una battaglia contro altre creature magiche, visto il netto vantaggio che sembriamo avere su di loro. La risposta è che esaurire le riserve lo rende possibile eccome.
Il sole è forte, sulle Montagne Rocciose. Sono felice di avere un tetto sopra la testa, dopo essere fuggito dal Nebraska viaggiando sul cassone. Però sono stanco, e sarei pronto a giurare che ci stiamo avvicinando sempre di più al sole.
SIMON
Non credo di essere mai stato in un posto più bello di questo.
Le montagne sono di tutti i colori: grigie, blu e viola, quasi; punteggiate a sprazzi di alberi verde scuro e rocce rosse e arancio.
Abbandoniamo la strada nei pressi di un ruscello, dove Baz si lava via il sangue dalla camicia e dai capelli. (Deve avergli strappato il cuore, a quella puzzola.) Abbiamo lasciato il motel senza concederci il tempo di una doccia.
«Ci converrà evocare i bagagli» dice. Ci dà le spalle. È senza camicia, ha la schiena pallida e lucente, i capelli umidi e neri che gli gocciolano sul collo.
«E se questo li conducesse fino a noi?» chiede Penny.
«Non m’importa replica lui. «Rivoglio i miei vestiti. I miei occhiali da sole. E il foulard di mia madre.»
«A me non dispiacerebbe riavere il telefono» dice lei.
Personalmente, gradirei che evocassero la decappottabile d’epoca in toto, ma non credo che apprezzerebbero l’idea.
Io e Penny siamo seduti per terra a mangiare gli straccetti di tacchino essiccati che abbiamo trovato nell’auto. (La carne essiccata non mi dispiace.) Baz si avvicina abbottonandosi la camicia bagnata e piena di grinze.
«Cos’hai in mente?» domanda Penny, porgendomi della carne. «La formula “Oggetti smarriti”?»
«E come funzionerebbe la cosa?» chiedo. «La roba arriverebbe dal Nebraska volando?»
«Può darsi. In passato sono ricorsa alla formula solo per cose che erano a portata di mano, come quando ho messo le chiavi nel posto sbagliato.»
«Baz» dico. «E se la tua valigia volante uccidesse qualcuno?»
«Non credo che riusciremmo a evocare oggetti così lontani» conclude Penny sospirando. «Men che meno adesso che sono fuori uso.»
Baz si siede in mezzo a noi. «Ho un’idea migliore.» Porge a Penny la propria bacchetta. (Deve aver lavato anche quella. L’ultima volta che l’ho vista era macchiata di sangue di capra.) «Dammi una mano.»
Penny lo fissa dubbiosa, ma poi gli cinge il polso con la mano dell’anello.
«Fai come me, Bunce.» Baz chiude gli occhi. Ha le palpebre grigio scuro. Tira un sospiro profondo e poi… attacca a cantare: «Amazing grace…».
Penny ritrae la mano. «Un inno, Basil?»
Lui sospira.
«Non possiamo utilizzare un inno come formula magica!» esclama lei.
«Non con quell’atteggiamento…»
«È sacrilegio!»
«Superstizione, Penelope.»
Lei scuote la testa. «E poi è troppo generico. Non è una canzone da incantesimi.»
«È antica» ribatte lui. «Potente. Gli americani la conoscono.»
Batto la spalla sulla sua. «Avete intenzione di evocare Gesù, per caso?»
Penny gli punta il dito contro. «Sono stonata, lo sai bene.»
«Fortunatamente,» replica Baz, afferrandola per l’avambraccio «lo scopo non è cantare bene, ma cantare insieme. I nostri antenati lanciavano incantesimi corali.»
Baz è riuscito a catturare la sua attenzione; Penny è fanatica di storia magica. «Ma noi siamo tutti e due scarichi, Baz…»
«L’armonia è potere» replica lui.
Penny sospira e gli cinge di nuovo il polso con la mano. « Se funziona, mia madre resterà talmente colpita che forse mi concederà un ultimo pasto.»
«Dacci dentro» la incita lui. «E carica al massimo sulla parola found. È l’intenzione che conta, lo sai.»
Baz chiude di nuovo gli occhi. «Amazing grace, how sweet the sound!» Ha una voce seducente, quando canta. Più profonda e più intensa di quando parla. L’ultima persona a cui ho visto usare le parole di una canzone per gettare un incantesimo – l’unica persona, anzi – è stato l’Arcimago. Quel giorno. Su Ebb.
Ebb…
L’Arcimago…
Be’, lui non ci ha mai insegnato la musica. Quante sono le cose che ha abolito, quando si è assunto l’incarico di dirigere Watford? Un tempo c’era una compagnia teatrale, lo so, e si dava più importanza alla storia. Chissà se c’era anche un coro? Non ho mai potuto conoscere a fondo il mondo degli arcimaghi, perché il mio mentore lo ha stravolto prima del mio arrivo.
Ma ormai che importanza ha? Non faccio più parte di quel mondo.
Penny sta cantando, adesso. O almeno ci prova. Ha una voce piatta, come se parlasse. «I once was lost, but now am found.»
Baz canta più forte di lei, quasi volesse compensare. «Was blind, but now I see.» Di nuovo, Bunce. «Amazing grace…»
È andato a caccia, nella periferia di Denver, eppure non l’ho mai visto così pallido. Il naso è ancora bruciato dal sole dei giorni passati. (È diventato scuro, anziché rosso.) Penny ha provato a mandare via l’odore della puzzola con un incantesimo, ma il tanfo di zolfo si sente ancora. Tutti i vestiti di Baz sono andati persi o si sono sciupati… È come se l’America se lo stesse portando via a morsi. Attaccandolo ogni volta che ne ha l’occasione.
Baz costringe Penny a ripetere la formula magica per tre volte. (E la sua voce si fa via via più flebile.) Poi entrambi aprono gli occhi e si guardano. Lei sorride. «E va bene, hai vinto. È stato fico, anche se non funzionerà…» Si guarda intorno. «Dobbiamo aspettare?»
«Non lo so, forse un minuto» risponde lui, e scruta l’aria attorno. «Avanti, roba, trovaci.»
La foresta è silenziosa. O, piuttosto, rumorosa come una foresta: vento, rami, acqua che scorre. Un posto pullulante di driadi, probabilmente.
Ma ecco che sentiamo qualcosa… un sibilo in avvicinamento.
E in mezzo a noi atterra il cellulare di Penelope. «Ha funzionato!» esclama lei ridendo.
Protende la mano verso il telefono e, prima di raccoglierlo, recita: «Senza traccia!». «Si spera che questo impedisca a qualunque cosa di rintracciarci.»
Baz si alza e guarda nella direzione da cui è arrivato il telefono.
Penny intanto controlla i messaggi e le chiamate perse. «Mi pare che nessuno ci abbia messo le mani. Chissà, magari è rimasto sempre nella Mustang. Oppure può darsi che l’abbiano hackerato usando la magia. Oh, finalmente… Agatha. Accosta il telefono all’orecchio.
Baz è deluso. «Non è giusto» dice, rivolto alla foresta e con le mani puntate sui fianchi. «L’inno è stato una mia idea.»
«Oh, no. Oh, Simon…»
Io e Baz ci voltiamo verso Penny, che ha lasciato cadere la mano a terra. È pallida quanto Baz.
«Che succede?» domanda lui, proprio mentre la valigia lo colpisce in piena schiena.
Penny mette il vivavoce e dà il via al messaggio vocale, perché possiamo sentirlo tutti.
«Penelope? Sono io. Agatha.»
Sta sussurrando.
«Mi dispiace di non averti più risposto. So che mi hai chiamato… più volte. Cioè, non è che mi dispiaccia poi così tanto, visto che ti avevo detto di non chiamarmi troppo spesso. Lo sai che non amo parlare al telefono. Però…»
Ha la voce di una che è stata messa all’angolo. Sembra che stia parlando chiusa in un armadio. O in un bagno. O magari in un’auto.
«Ho pensato di farmi sentire, ecco. Sto partecipando a un ritiro molto esclusivo. Mi pare di averti parlato di Ginger, la mia amica, no? È stata una sua idea. C’è questo gruppo – non so se sia un gruppo o un programma – di nome NowNext.
«Ero convinta che fosse una di quelle baggianate motivazionali… E magari lo è…
«Però potrebbe anche non esserlo.»
Il modo in cui sussurra, così vicina al telefono… è come se fosse qui con noi.
«C’è questo tipo…
«Per Crowley. Non ti avrò mica chiamato per parlare di un ragazzo? Lascia stare, Penny. Io sto bene.
«È solo che… Ci sono giorni in cui vorrei avere la mia bacchetta qui con me. A darmi sicurezza, tutto qui. E oggi è uno di quei giorni.
«Spero che non stiate venendo a San Diego. Te l’ho detto che non ci sono.
«Vabbè…»
Una voce maschile la interrompe. «Agatha? Sei pronta?». L’uomo non sussurra.
«Braden» replica lei a voce più alta, adesso. «Un attimo solo…»
Sentiamo un fruscio, come di stoffa. E poi la voce attutita di lui. «Eri al telefono?»
«No, certo che no.»
«Conosci le regole.» La voce si sta allontanando. «Niente distrazioni.»
Anche Agatha si è allontanata: «Avevo solo bisogno di stare un po’ da sola».
«Mi era parso di sentirti parlare.»
«Ripetevo i miei mantra.»
Sentiamo una porta aprirsi e richiudersi, e poi silenzio.
«Tutto qua» dice Penny. «Il messaggio continua così per altri cinque minuti… credo che Agatha sia nei guai. Sul serio!»
«Dev’essere uno di quei costosi ritiri yoga» replica Baz. Si è rimesso a guardare la valigia. La sua valigia apparentemente vuota.
Penelope aggrotta la fronte. «Dov’è che potrebbero impedirle di usare il telefono?»
«Si chiama disintossicazione dai social.»
«No» replica lei decisa. «Conosco Agatha. Bacerebbe un troll, piuttosto che chiamarmi e parlarmi per telefono.»
«Allora tu perché la chiami, Bunce?» le domanda Baz scuotendo la valigia.
«Perché mi preoccupo! Perché è come un agnellino che si è allontanato troppo dal gregge.»
«Il gregge sarebbe l’Inghilterra?» chiedo.
«Il gregge è la magia!» risponde lei. «Se uno di voi due si allontanasse dalla magia, io non vi lascerei mai andare.»
«Io non sono più un mago, Penelope.»
«Eccome se lo sei, Simon. Gli aeroplani non smettono di essere aeroplani quando sono a terra!»
Baz molla la valigia, disgustato.
«Agatha non mi chiamerebbe mai solo per parlare» insiste Penny. «A meno che non fosse spaventata.»
Dal cellulare arriva un rumore. La casella vocale dev’essere ancora in funzione. Sembra che qualcuno abbia aperto una porta.
«Stava parlando al telefono.»
È l’uomo di prima. La voce arriva da lontano, ma il tono è più severo.
«Trovalo.»
Sentiamo altri rumori.
«Abbiamo il suo numero di telefono?» domanda un’altra voce maschile. «Potremmo chiamarlo.»
«Trovalo e consegnalo a me. Dovremo anticipare l’estrazione.»
Sentiamo un fruscio. Poi una mano sul telefono. E poi un terzo uomo, la cui voce non è attutita: «Trovato… cazzo, la chiamata è ancora aperta». Seguono dei rumori convulsi. E il messaggio si interrompe.
Nessuno di noi si muove. Fissiamo tutti il cellulare di Penelope.
Poi lei allunga la mano e lo spegne. Infine guarda me. «Agatha è nei guai.»