20
SIMON
L’Iowa è splendido. Tutto un seguito di verdi colline ondulate e campi di mais. Mi ricorda l’Inghilterra. Ma con meno persone sopra.
BAZ
L’Iowa è pari pari all’Illinois. Non ho capito perché si siano presi la briga di separarli. Autostrada e allevamenti di maiali a perdita d’occhio. (Forse è questa l’unica differenza: l’Iowa puzza di merda di porco più dell’Illinois.)
Il sole è implacabile.
La radio è assordante.
Non ho bevuto una sola goccia di tè in tutto il giorno. Neanche una.
E, avendo deciso di non arrostirmi il naso, abuso di crema solare come se ne fossi dipendente.
In più, mi sa che i miei poteri non funzionano. Ho provato un paio di incantesimi che avrebbero dovuto riparare la capote. Ho lanciato un: «In perfetto ordine e pronto a salpare!», con tutta la magia che avevo, ma niente! Dalla bacchetta sono schizzate solo scintille.
SIMON
Oggi Baz mi ha insegnato a guidare nel traffico e poi in autostrada.
Ci sto riuscendo, sto imparando. Ora devo procurarmi degli occhiali da sole. Un paio di Wayfarers.
Gli occhiali di Baz sono grandi come la sua testa. E quel foulard… Anziché farlo somigliare a una vecchia babbiona, non diminuisce di un grammo il suo fascino, cavolo! Una Marilyn Monroe in versione maschile…
Per un attimo mi fisso con quest’immagine di Marilyn Monroe in versione maschile.
Poi c’è di nuovo la mia canzone preferita.
BAZ
A quanto pare i grandi successi del passato non bastano a riempire un’intera stazione, perché è la quarta volta che sento questa canzone, da quando abbiamo lasciato Chicago.
Che senso ha attraversare il deserto in sella a un cavallo senza nome? A un certo punto un nome glielo puoi anche dare, a quel cazzo di cavallo, no?
Snow fa per alzare il volume, ma la manopola ha sessant’anni ed è già ruotata al massimo.
Sfilo la bacchetta dalla tasca e la punto verso la radio. «Zittisciti!»
Non succede niente!
SIMON
«In the desert, you can remember your name, ’cause there ain’t no one for to give you no pain…»
BAZ
«“Benvenuti nel Nebraska… la vita perfetta”. Chissà che non sia una formula magica…»
È la prima frase che dice la Bunce da quando abbiamo lasciato Des Moines. È rimasta tutto il tempo sdraiata sul sedile posteriore con le braccia sul viso. Che invidia.
Sfrecciamo oltre il cartello di benvenuto ed entriamo nella prima città che incontriamo dopo due ore. Mi viene il dubbio che gli americani si siano convinti che quest’area del Paese è maledetta e si siano stabiliti altrove.
«Ho fame!» strilla Penny, e si allunga tutta in avanti per abbassare il volume perché Snow non l’ha sentita.
«Ehi! Sei sveglia! Hai fame!? Io sì!» dice lui, tutto sorridente.
La Bunce gli fa segno di sì con i pollici alzati e resta lì, ferma tra i nostri due sedili.
«Legarsi, prego!» le grido. Lei alza il sedere e si mette a sculettare, solo per infastidirmi. Allora le punto contro la bacchetta e glielo ordino utilizzando la magia: Legarsi, prego! Ma, di nuovo, non succede niente! La formula avrebbe dovuto costringerla a sedersi, allacciarsi la cintura di sicurezza e legarsi pure la lingua, oltre alla cintura… invece niente!
Non ci si deve mai puntare la bacchetta al viso, ma io lo faccio lo stesso. Sarà difettosa?
«La gente che cosa mangia, nel Nebraska?» chiede Snow.
«I propri sogni!» gli grido.
«Ehi, guardate…» Indica un altro cartello a bordo strada. L’America centrale è tappezzata di cartelli. STRIPTEASE! PANE INTEGRALE! BIRRA GELATA!
Questo recita: FESTIVAL RINASCIMENTALE DI OMAHA! VIA CON LA GIOSTRA!
«Nooooooo» dico.
«È questo weekend!» grida Snow. «Che fortuna!»
«Una fortuna unica, proprio» commento.
«Penelope?!» urla Simon guardando nello specchietto retrovisore. Sono certo che lei non l’abbia sentito. «Ci sei?! C’è un festival!»
La Bunce alza di nuovo i pollici.
Seguiamo le indicazioni per la fiera rinascimentale e finiamo in un lungo spiazzo di ghiaia zeppo di macchine. La Mustang solleva una nuvola di polvere (che poi ci si posa addosso). Snow trova posto e si compiace di essere riuscito a parcheggiare. «Penso che mi prenderò una macchina, quando torniamo in Inghilterra» dice.
«E dove la parcheggi?»
«Nel posteggio magico che tu mi procurerai.»
Di solito non parla così… della magia. Di noi. Del futuro. Non riesco a trattenermi dal sorridergli. Odio questo viaggio in macchina, ma se davvero servirà a tirare fuori Simon dal suo guscio, sono pronto a guidare fino alle Hawaii.
Bunce scavalca e scende dall’auto; sembra che abbia dimenticato come si usano le portiere. Slego il foulard e scuoto i capelli, inclinando lo specchietto retrovisore per controllare. Il foulard ha funzionato come un incantesimo.
Poi mi volto e trovo Simon in piedi accanto all’auto, intento a guardarmi. Intravedo la punta della sua lingua, all’angolo delle labbra.
Insospettito, abbasso le sopracciglia, e poi alzo lentamente quella sinistra. Forse nel Nebraska la vita è perfetta…
Snow solleva il mento. «Dai. Andiamo alla fiera!» E si allontana camminando all’indietro.
Mi affretto a seguirlo. «Ah, aspetta… Bunce!»
Penny si volta.
«Lancia tu un incantesimo per coprire la macchina con l’ombrello, nel caso dovesse piovere. La mia bacchetta non funziona.»
La Bunce torna indietro. «In che senso?»
«Nel senso che è tutto il giorno che provo a lanciare incantesimi e non succede niente.»
«Sicuro che sia la bacchetta?» Allunga la mano. «Fammi vedere.»
Gliela cedo. «Stai insinuando che sono io a fare cilecca?»
«Tutto è possibile.» Annusa la bacchetta. «Permetti?»
Alzo le spalle. La bacchetta di un mago funziona pure in mano a un’altra persona, anche se magari non altrettanto bene. Bunce sfila dal dito il proprio strumento magico, un vistoso anello viola, e lo consegna a me. Poi punta la mia bacchetta a terra e mormora: «Luce del giorno!». E all’estremità compare senza dubbio una luce, per quanto debole.
«Dannazione» esclamo, e mi riprendo la bacchetta. Mi guardo intorno. Stanno passando dei Normali, inspiegabilmente vestiti da fate. (Non fate vere, però; perché non hanno le ragnatele addosso. Sono vestiti come le fate che popolano le fantasie dei Normali. Con ali comprate al negozio di costumi e glitter sulla faccia.) Aspetto che si allontanino, poi punto la bacchetta verso una bottiglia vuota. «Altissima, purissima!» La bottiglia dovrebbe riempirsi di acqua, è un incantesimo da bambini, ma… niente!
La Bunce attacca a ridacchiare. Ha ancora l’aria spettrale per non aver chiuso occhio e aver pianto a dirotto e, nel complesso, l’effetto è un po’ macabro.
«Che c’è?» domando, stanco di essere deriso in suolo straniero.
«Quali altri incantesimi hai lanciato, Basil?»
«Che ne so… “Pronti a salpare”, “Zittisciti”, “Torte deliziose”.»
Penny ride ancora più forte. Snow la guarda sconcertato, come se non capisse neanche lui.
«Baz, quelle sono espressioni demodé. Qui non le capisce nessuno.»
Per Crowley, ha ragione.
«Un momento, perché?» chiede Simon.
«Perché questo è un Paese moderno, non ci sono abbastanza persone Normali che utilizzano espressioni del genere» rispondo. «Sono i Normali a infondere magia alle parole…»
Simon alza gli occhi al cielo e comincia a citare la professoressa Possibelfa. «“Quanto più sono dette, lette e scritte in coerenti combinazioni specifiche…” giusto, lo sapevo. Quindi il tuo potere è intatto?»
«Sì. È il mio linguaggio che fa cagare» rispondo, e metto via la bacchetta. Che figura da stupido.
All’entrata della fiera, un uomo vestito da contadino medievale ci viene incontro agitando una campana. Senza alcun preavviso, le ali di Simon scattano e si dispiegano in tutta la loro rossa e coriacea bellezza.
Simon si blocca. Bunce si appresta a usare l’anello. Ma le persone in fila non fanno una piega… anzi, alcune si mettono persino ad applaudire.
«Ottimo travestimento» commenta una ragazza, e si avvicina per ispezionare le ali. «Te le sei costruite da solo?»
«Sì!» replica Simon.
«Che fico… si muovono anche?»
Simon le piega con cautela all’indietro.
«Wow!» esclama la ragazza. «Non sento nemmeno il rumore del motore. Funzionano con le funi?»
«Un mago non svela mai i suoi trucchi» intervengo io (è anche questa una formula magica ma, per Crowley, chissà se qui funziona).
Penny afferra Simon per il gomito e lo guida per tutta la fila.
«Dove siamo finiti?» mormoro. La persona davanti a noi è vestita da vichingo. Poi abbiamo un genio, un pirata e tre donne vestite da principesse della Disney. «A una festa in maschera?»
«Cinque dollari di sconto per il costume» dice la bigliettaia a Simon. «Anche tu» aggiunge poi rivolta a me.
Osservo il mio abbigliamento e replico: «Quella che indosso è una camicia molto costosa».
«Andiamo, dai» dice Simon, e mi prende per mano. Sta ridendo. Si volta a guardarmi, mi trascina via con sé… e per un attimo, tutto è quasi magico. Simon ad ali spiegate, la fila di lanterne sospese che si lascia alle spalle. Profumo di carne affumicata che aleggia nell’aria. Le note di un dulcimero che chissà dove qualcuno sta suonando. (Mia zia suona il dulcimero: nella mia famiglia, tutte le donne lo studiano.)
Poi Simon mi si mette a fianco e davanti a noi si apre la fiera intera.
«Oh, porco cavolo…» commento.
Snow e la Bunce sono altrettanto basiti.
Il festival è allestito come un piccolo villaggio, con baracche costruite frettolosamente e insegne dipinte a mano. Sono quasi tutti vestiti da… per Crowley, che ne so. È un misto di Monty Python e il Sacro Graal, La storia fantastica, Peter Pan e…
E uno di quei film in cui le donne hanno tutte il reggiseno push-up e la scollatura vertiginosa. Serve o matrone che siano, strabordano una sì e una no da quegli assurdi bustini in cui si sono pigiate. Non ho mai visto tanti seni in vita mia… e siamo solo all’inizio.
«Caspita» esclama Simon.
Una donna praticamente in topless cattura la sua attenzione e gli gira attorno. «Buongiorno, mio signore.»
La scaccio con un gesto. «Sì, sì, aria, aria.»
«Addio!» grida lei a Simon.
«Quale diamine sarà il tema?» La Bunce si sta scervellando, mani sui fianchi e tutto.
«Il Rinascimento?» suggerisce Simon.
«Mmm… Ci sarebbero Galileo e Da Vinci» replica lei. «Non…»
Ci passa accanto Frodo Baggins.
«Guardate,» esclama Simon «cosce di tacchino!»
Mi aspetto una persona con due cosce di tacchino al posto delle gambe, invece vedo una baracca con un’enorme insegna a forma di coscia sopra la finestra: POLLAME AFFUMICATO.
Io e la Bunce seguiamo Simon fino alla baracca. «È così strano» dice sorridendo. «Nessuno mi guarda.»
Due bambini si sono appena bloccati e lo stanno fissando. La madre scatta una foto con il telefono.
«Veramente ti guardano tutti» replico.
«Sì, ma come se non fossi niente di speciale. Pensano che il mio sia un travestimento.» Spiega le ali al massimo. Dalle persone in fila per le cosce di tacchino si leva un coro di «Ohhh». Alcuni lo inquadrano con il cellulare.
La Bunce si copre gli occhi. «Mia madre mi ucciderà.»
Alla cassa c’è un’altra donna procace. «Ben trovato, mio signore, che cosa desiderate in questo splendido pomeriggio?»
«Sì, allora» attacca Simon. «Prendo una coscia di tacchino e…» dà un’occhiata al menù «un boccale di birra.»
«Devo vedere la carta, giovane padrone.»
«La carta?»
Interviene la Bunce. «I passaporti vanno bene?»
La sguattera si sporge avanti, appoggiando il seno quasi tra le braccia di Simon. «Mi pari un po’ sbarbatello, se posso dirlo.»
«Per Crowley, Snow. Parla come Ebb.»
«Ho vent’anni. Posso berla» replica Simon.
«Ammiro il vostro accento e il vostro coraggio, giovanotto, ma devo obbedire alla legge del re. Gradireste per caso un boccale di Coca-Cola, piuttosto?»
«D’accordo…» risponde Simon.
«Dico sul serio» sussurra la donna. «Ottimo accento.»
Prendiamo il cibo, ci allontaniamo dalla baracca e finiamo dritti in una parata. «Udite, udite!» grida un uomo con indosso una cotta di maglia artigianale. «Fate largo alla regina!» Io mi preparo ad abbassare la testa e noto che la Bunce accenna un inchino (un comportamento assurdo da parte di entrambi, ma questo è quanto). Un cavallo con in sella una donna vestita da Elisabetta I sopraggiunge al trotto.
«Perdonate, messere.» Un’altra donna, vestita da Sherlock, ci spinge da parte.
La Bunce agita la coscia di tacchino nell’aria, di colpo indignata dall’assurdità della scena. «Cos’è, una festa a tema britannico? Stranezze tipicamente inglesi?»
«Nel caso, Bunce, il tuo costume li batte tutti.»
«Però ci sono anche i vichinghi» commenta Simon. «E persone travestite da animaloni pelosi.»
«E giovani affascinanti con ali da drago» aggiungo io, conquistandomi un altro dei suoi rari sorrisi.
«Quella bottega laggiù vende bacchette magiche!» esclama Penny. «Sembra che stiano prendendo in giro noi in particolare.»
«Si stanno solo divertendo, dai. Cerchiamo un tavolo» dice Simon.
«Il giovane padrone ha avuto una splendida idea» commento. «Bello nell’aspetto e di fine intelletto.»
«Come hai fatto?» chiede Simon. «Hai pigiato un pulsante?»
«Mi è bastato fingere di essere dentro una commedia shakespeariana. Ti sfido, ragazzo mio.»
«Non sono il tuo ragazzo» replica lui ridendo, con l’aria di raccogliere la sfida.
«Se n’è andato,» lamento «mi ha tradito e il mio sollievo deve consistere nell’odiarlo.»
«Otello» dice la Bunce. «Molto bene, Basilton.»
Roteo la coscia di tacchino nell’aria e mi inchino.
«Ti stai divertendo» mi accusa Simon.
«Oibò!»