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BAZ
Nessuno dei tre chiude occhio durante il volo. La Bunce fa i giochi di logica e Snow guarda film in cui tutti si prendono a calci. Ogni due ore commenta con un: «Insomma, questo era una cagata», e attacca con un altro. Io dormirei anche, ma sto scomodo. Ho le ginocchia rattrappite, e almeno tre delle persone che ho vicino hanno una croce appesa al collo. Una dev’essere pure d’argento, mi cola il naso di continuo.
Sono appiccicato a Snow, uso la scusa del poco spazio per stargli attaccato. Avevo dimenticato quanto è caldo. I nostri corpi si toccano dalla spalla al ginocchio; è come stare distesi al sole senza sentirne il bruciore.
Simon è cambiato, da quando abbiamo finito la scuola. Fisicamente, intendo. Si è ammorbidito e arrotondato. Come se stesse pagando le conseguenze di tutto quel burro (o quel sidro, piuttosto). Essere il Prescelto sarà stato un buon allenamento. Ed essere un reattore magico deve avergli procurato un metabolismo da paura…
Ha l’aria di non ricaricarsi da un bel po’. È pallido. I capelli color caramello hanno perso la loro lucentezza. Li ha lasciati crescere… per incuria, credo. Adesso ha in testa un cesto di boccoli che rimbalzano quando cammina. Se li tocca di continuo.
«Una cagata» esclama rivolto al piccolo schermo sul sedile davanti a sé. «Una cagata totale. Figuriamoci se quell’uomo ha mai impugnato una spada!» Scuote la testa e i boccoli oscillano.
È adorabile. Un grumo di tristezza. Spento, pallido e sgarbato. Ma pur sempre adorabile.
Chiudo gli occhi e fingo di addormentarmi sulla sua spalla.
SIMON
Passiamo un’ora in coda ai controlli immigrazione.
Gli agenti di frontiera americani mettono una paura boia, ma le ali non sono più spuntate e il mio passaporto regge. Penny dice che dovrebbe essere lei a temere per il colore della sua pelle piuttosto che io per le mie ali. (Sua mamma è indiana e il papà inglese, ma in realtà sono tutti e due inglesi.)
Superiamo i controlli senza problemi.
Siamo in America. Sono in America. Oltreoceano. Io. Se i ragazzi della casa famiglia mi vedessero adesso…
Be’, in realtà non vorrei mai che mi vedessero perché, in quel caso, anch’io dovrei vedere loro. E non ho dei gran bei ricordi della mia infanzia al di fuori di Watford.
La mia analista (quella da cui andavo l’estate scorsa) voleva sempre che le parlassi di com’era la mia vita da piccolo, di quello che provavo, di chi si prendeva cura di me. Io ripetevo che non me la ricordavo… perché non ricordo nulla, infatti. Ho solo degli sprazzi. Ricordo vagamente dove abitavo prima che la mia magia si manifestasse, ricordo la scuola che frequentavo, i programmi che guardavo in tv… ricordo che le cose andavano male, ma di preciso non ricordo il motivo. I traumi influiscono sulla memoria, mi ha detto l’analista. Il cervello chiude i corridoi dolorosi.
«Questo per me è un vantaggio» ho commentato io. «Grazie, cervello.»
Non vedo perché dovrei scavare nella mia infanzia in cerca di dolore e sofferenza, e soprattutto in cerca di cose che la mia mente ha già sigillato. Ho già abbastanza dolore e sofferenza di mio.
L’analista mi ha spiegato che dovevo venire a patti con il passato per impedirgli di compromettere il presente. E io ho risposto…
Be’, io non ho risposto niente. Ho saltato l’appuntamento successivo e non ne ho fissati altri.
Penny ha affittato un’auto, però ci è toccato camminare quasi un chilometro per prenderla. Baz è completamente sfatto, anche se ha dormito sulla mia spalla per quasi tutto il volo. (Nelle ultime quattro ore mi scappava la pipì, ma non volevo svegliarlo.)
Alla vista della macchina mi blocco di colpo, e lui mi finisce addosso.
«Penelope…» Stringo la testa tra le mani, come quelli che fissano increduli il proprio salotto rimodernato in quei programmi tv sulle ristrutturazioni. «È uno scherzo, di’ la verità!»
«No» risponde lei ridendo.
Per Crowley, è bellissima: lucida, color acquamarina. Con il muso di un Dobermann. «Una Mustang d’epoca! Vuoi scherzare?! Proprio come Steve McQueen!»
«Non possiamo mica attraversare l’America con una Ford Fiesta.»
Baz legge la scritta sul cofano: «Millenovecentosessantotto… Tahoe Turquoise».
Mi siedo al volante anche se non so guidare… cavoli se mi piacerebbe. I sedili, in vinile celeste, sono più bassi rispetto a tutte le altre auto su cui sia mai salito.
«C’è spazio anche per le tue ali» commenta Baz.
«Ah, a proposito» dice Penny. «Aspetta che ti do un’aggiustatina.» Alza la mano su cui porta l’anello. Ha un campanellino appeso al dito medio. «Quando suona una campana, un angelo mette le ali!» esclama. Poi ruota la mano, agita il campanellino e sussurra: «I put my thing down, flip it and reverse it!».
Sento che a Baz si mozza il respiro, quando l’incantesimo mi investe… tra l’altro con forza ben maggiore di quando Penny lo ha testato su di me la prima volta, nel nostro appartamento. Avverto di colpo una sensazione di gelo tra le spalle.
«Per le spire di tutti i serpenti, Bunce, sei un genio» esclama, le sopracciglia inarcate verso l’alto e verso il basso al massimo grado.
Penny scrolla la mano. «È stato molto più potente che a casa» commenta eccitata. «Secondo voi è perché sono frasi di origine americana? Questo potrebbe influire sul nostro intero vocabolario!»
«La seconda formula funziona da semplice inversione?» si informa Baz.
«Ancora non ne sono sicura. Trattandosi di una canzone pop è instabile.»
«Non riesco a credere che tu abbia testato una formula instabile sul tuo miglior amico…»
«Simon era d’accordo!»
«…Come non riesco a credere che lui sia stato abbastanza angelico da farla funzionare!»
«È angelico quanto basta a garantire la riuscita dell’incantesimo» spiega Penny. «La magia coglie la metafora.»
«Ti ringrazio, Bunce, però conosco anch’io il programma del primo anno di Teoria della magia.»
Continuano a parlare, ma io li ignoro. Troppo impegnato a vestire i panni di Steve McQueen. In genere non sono uno che se la tira (non sono Baz), ma in questo momento mi sento un figo spaziale.
Penny armeggia con il parabrezza. «Guarda qua!» Si allunga su di me per premere un interruttore sul cruscotto. Mette in funzione un motorino e il tetto dell’auto si piega e scompare. «Magia» annuncia raggiante.
Ricambio il sorriso. Che meraviglia. Se fossi solo, farei vrum, vrum.
Baz sistema le valigie nel bagagliaio e mi raggiunge: dei tre è l’unico che sa guidare. «Io sto davanti» dico, spostandomi sul sedile del passeggero. Soffro il mal d’auto se mi siedo dietro.
Penny mi sale praticamente addosso, per raggiungere il sedile posteriore, e Baz si accomoda e allaccia la cintura.
«Vai, Snow. Vediamo l’America.»
Se pensavo di essere figo al volante, be’… non ero preparato a Baz.
Non riuscirei a staccargli gli occhi di dosso, se non ci fosse tutta quest’altra roba da vedere. Puntiamo verso la periferia di Chicago, dove abita Micah. Non ho mai visto niente di simile.
Le strade sono sconvolgenti: cinque corsie piene di veicoli mastodontici. In America sembra che guidino tutti un mezzo militare. E poi ci sono pubblicità ovunque, è un seguito di cartelli giganteschi che reclamizzano di tutto. Pizza, avvocati e integratori per capelli.
Baz si comporta come se per lui fosse la routine. È rilassato al massimo, una mano pallida e affusolata posata sul volante e l’altra stretta sulla leva del cambio. Indossa dei pantaloni grigio chiaro, una camicia bianca con le maniche rimboccate appena sotto il gomito e un paio di occhiali da sole che non gli ho mai visto. Gli sono cresciuti i capelli, da quando abbiamo lasciato Watford, e il vento li sta ravvivando.
Mi sento sporco, dopo il volo. Avevo la maglietta impregnata di sudore (il sudore rancido di chi passa ore seduto immobile), e porto dei jeans troppo pesanti per il clima di Chicago a giugno. Anche a me sono cresciuti i capelli, ultimamente, ma solo perché non mi andava di tagliarmeli. Con quelli come me Baz neanche ci si confonde.
Penny si sporge tra i nostri due sedili per armeggiare con la radio. «Dov’è la presa?»
Baz tenta di respingerla con il gomito. «Allacciati la cintura!»
«Ma ho preparato una playlist per il viaggio!»
«Vuoi farci uccidere tutti prima che possiamo ascoltarla?»
Accendo lo stereo. Sembra originale quanto la macchina. «Mi sa che ha solo la radio» dico mentre armeggio con la manopola. Fa il classico uao-uao della stazione mal sintonizzata, proprio come nei film. Forse in America è tutto come nei film.
«Quindi non posso collegarmi?» domanda lei, ancora incastrata tra me e Baz.
«Mi sa di no. Vedo se trovo della musica.» Ci metto un po’: bisogna ruotare la manopola molto lentamente e catturare il segnale. Passo da gente che discute di politica a gente che parla di baseball e trovo una stazione che trasmette classic rock. «Meglio di così non riesco a fare.»
Penny sospira e si rimette a sedere.
«Allacciati la cintura!» le grida Baz. Sta cambiando corsia e sembra impegnato in un ballo complicato: si agita sul sedile, cambia marcia, affonda il piede sul pedale. Sono contento che ancora non ci siamo lasciati, perché me lo sarei perso.