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«Dicono che Dio sa perdonare. Dicono che Dio, nella sua infinita bontà, ha creato gli esseri umani a sua immagine e somiglianza. Io non capisco, però: come può aver creato quel mostro che ha ucciso la mia bambina? Come può aver assistito a tutto ciò? A una povera bambina che veniva buttata giù dal suo motorino, presa a botte, violentata e finita con una sassata in testa? Dio vedendo tutto ciò avrebbe dovuto urlare dall’alto dei cieli così forte da renderci tutti sordi, avrebbe dovuto oscurare il giorno, avrebbe dovuto…
E invece non ha fatto niente. I giorni passano e non succede niente. Il sole sorge e tramonta e un assassino infame si nasconde tra noi. E mi chiedono di parlare di perdono? Io come posso perdonarlo? Non ho la forza. Mi ha tolto la cosa più bella che avevo…»
Poggiò i gomiti sul leggio, si mise le mani sulla faccia e scoppiò a piangere a dirotto. «Io lo voglio vedere morto…»
La madre di Fabiana si alzò, raggiunse il marito, lo strinse forte e se lo portò via.
Dietro l’altare il cardinale Bonanni, un gobbo vecchissimo, cominciò a officiare la messa con una voce roca: «L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua».
Tutta la chiesa si alzò in piedi e ripeté: «L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua».
Cristiano rimase seduto, piangeva in silenzio e rotto dai singhiozzi riusciva a malapena a respirare.
Sono un mostro, un mostro.
Come aveva fatto a trascinare il corpo di Fabiana imbrattato di sangue senza provare nessuna pena?
Come aveva fatto a vivere quei giorni senza sentire vergogna? Senza pensare di avere distrutto una famiglia?
Dove aveva trovato la forza per pulire il cadavere senza nessun rimorso? Perché era riuscito a fare tutto questo?
Perché sono un mostro e non merito perdono.
243.
Faceva caldo nel soggiorno dell’Uomo delle Carogne.
Il sole alto in cielo attraversava i vetri delle portefinestre e sulla zona orientale del presepe albeggiava.
Dalla finestra spalancata del bagno arrivavano il cinguettio dei passeri, i clacson delle macchine e lo strillo dei megafoni che diffondevano la messa che si stava svolgendo nella chiesa di San Biagio.
L’Uomo delle Carogne uscì dalla cucina con una sedia in mano.
«Dal profondo a te grido, o Signore: Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera» gracchiò il cardinale Bonanni attraverso gli altoparlanti.
L’Uomo delle Carogne, facendo attenzione a non far cadere nulla, mise la seggiola al centro del presepe.
Una zampa si poggiò su di un laghetto fatto con una bacinella di plastica blu. Una zampa sopra i binari del treno. Una zampa in mezzo a un branco di orsi bianchi che sbranavano un Pokémon. Una zampa al centro di un piazzale dove erano parcheggiati in fila carri armati e camion dei pompieri.
«Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle il mattino.»
Poi l’Uomo delle Carogne tornò indietro e si spogliò.
Si tolse la cerata. Si tolse la sciarpa bianca e nera della Juve. Si tolse il golf e la canottiera. Si sfilò le 246
scarpe e i calzini. Si tolse i pantaloni. Prese la pistola e la poggiò sul mucchio di vestiti. Infine si levò anche le mutande.
«Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.»
Allargò le braccia come fossero le ali di un piccione ferito, spinse il ventre gonfio in avanti, piegò la testa di lato e si specchiò nella portafinestra.
Le braccia lunghissime. La spalla destra viola e tumefatta.
Il pomo d’Adamo. La barba nera. La piccola testa rotonda. Il crocefisso tra i peli del petto. Il torace smagrito chiazzato di ematomi bluastri. Il pene scuro poggiato davanti ai coglioni che penzolavano come frutti maturi. La gamba destra, storta, mangiata dal fulmine. La cicatrice, dura come il nodo di un tronco, che gli traversava il polpaccio. I piedi con le unghie nere.
Vide un’ombra scivolargli alle spalle. Non si girò.
Sapeva chi era. Gli sembrava di sentire i toc toc che faceva camminando sulle stampelle e il fruscio della veste nera che strusciava sul pavimento.
«Fratelli e sorelle, per celebrare questa Santa Eucarestia in suffragio della piccola sorella Fabiana nella speranza che ci viene dal Cristo Risorto, riconosciamo umilmente i nostri peccati» urlava il prete.
L’Uomo delle Carogne staccò il caricabatterie del cellulare dalla presa elettrica e riattraversò, come un colosso, i deserti, i fiumi, le città e salì sulla sedia. Sollevò un piede. Una piccola mucca bianca e nera gli si era conficcata sotto la pianta. Se la tolse e la avvolse alla catenina del crocefisso.
«Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna.»
L’Uomo delle Carogne allungò le braccia verso il soffitto. Proprio sopra di lui c’era il gancio per il lampadario e due fili elettrici che spuntavano dall’intonaco come la lingua biforcuta di un serpente.
Fece passare più volte il filo del caricabatterie intorno al gancio e poi se lo girò intorno alla gola.
«O Dio, tu sei l’amore che perdona: accogli nella tua casa la nostra sorella Fabiana che è passata a te da questo mondo: e poiché in te ha sperato e creduto, donale la felicità senza fine. Per il nostro Signore…»
Che strano. Era come se non fosse più nel suo corpo.
Era vicino. Lì accanto. Si vedeva, nudo, stringere il filo nero intorno alla gola. Si vedeva respirare affannosamente.
Sono io questo qui?
(Sì, sei tu quello lì.)
Cosa diavolo aveva portato quell’uomo nudo a salire su una sedia e mettersi un cappio al collo?
L’Uomo delle Carogne conosceva la risposta.
La sua testa.
La sua piccola testa ricoperta di capelli neri come le penne di un corvo. La sua testa pazza. Quella testa che gli aveva rovinato la vita. Lì dentro c’era qualcosa che gli aveva fatto sentire troppe cose, che lo aveva fatto sentire sempre fuori luogo, diverso, che gli aveva fatto fare cose che non poteva dire a nessuno perché nessuno le avrebbe capite, che lo aveva terrorizzato, esaltato, accecato, che lo aveva fatto rintanare in un buco pieno di immondizia, impaurito come un sorcio, che gli aveva fatto sognare un presepe così grande da coprire tutta la Terra, da sostituire montagne, mari e fiumi con montagne di cartapesta e mari di carta stagnola.
Be’, quella testa lo aveva stancato.
«Sì, stancato» disse l’Uomo delle Carogne e diede un calcio alla sedia. Rimase sospeso sopra i pastori, i soldatini, gli animali di plastica e le montagne di cartapesta.