146

Se la batteria si fosse ricaricata da sola quello era un miracolo esagerato, tipo la Madonnina di Civitavecchia che piange sangue o Gesù Cristo che moltiplica i pani e i pesci.

Un vero prodigio che, se la Chiesa lo veniva a scoprire, trasformava quel garage in un luogo di culto.

Danilo era certo che il Signore lo stava aiutando, ma non al punto di compiere un vero e proprio miracolo contro le leggi della fisica. Il ritrovamento delle chiavi era sicuramente un miracolo, ma - come dire - di seconda classe, la ricarica della batteria era di prima classe e valeva quasi quanto l’apparizione della Madonna.

«È giusto così! Mi è bastato quello che hai fatto, mio Signore. Tranquillo, alla batteria ci penso io» disse Danilo, e nello stesso momento la saracinesca del garage si sollevò. La luce abbagliante di due fari al tungsteno illuminò a giorno il locale.

Danilo cercò di scomparire sotto il cruscotto.

E ora chi cazzo è?

Un grosso fuoristrada argentato con i vetri fumé e i cerchioni dorati gli sfilò davanti e parcheggiò proprio nel posto accanto al suo.

È quel minchione impaccato di soldi di Niccolò Donazzan. I genitori gli hanno comprato una macchina da cinquantamila euro. Starà tornando dalla discoteca strafatto.

Che razza di genitori aveva?

Danilo guardò l’orologio. Era pieno d’acqua e le lancette erano ferme. Doveva muoversi, tra un po’ i primi pendolari sarebbero usciti dalle case.

Niccolò Donazzan scese dal fuoristrada indossando una bandana nera sulla testa, una giacca di pelle bianca con le frange e attaccati alla cinta dei brandelli di jeans.

Nello stesso istante l’altra portiera si spalancò e ne saltò fuori una tappa con i capelli color paglia raccolti in due trecce alla Pippi Calzelunghe. Degli occhiali enormi e scurissimi le fasciavano il volto. Addosso aveva un cappotto viola con il cappuccio di pelliccia e dei pantaloni sformati con il cavallo che le arrivava alle ginocchia.

Vide il suo giovane coinquilino afferrare senza 2%

troppi complimenti la ragazza per le braccia e sbatterla contro il cofano dell’Alfa.

«Ma che caz…?» Danilo si mise una mano sulla bocca.

Donazzan si gettò pure lui sul cofano e cominciò a baciarla con una tale foga che sembrava volesse strapparle la lingua di bocca.

Danilo, nascosto sotto il cruscotto, imprecava.

E ora?

I due maiali avevano tutte le intenzioni di voler scopare sul suo cofano. Il giovane Donazzan si stava accanendo sulla zip dei pantaloni della ragazza. Lei sbatteva la testa sul vetro, si agitava e mugolava senza che il ragazzetto le avesse fatto un accidente. O era epilettica oppure era talmente strafatta da credere di essere in un film porno.

Donazzan cercava di calmarla: «Pannocchietta, se ti agiti così non riesco a slacciarti i pantaloni…».

Danilo si tirò su e urlò: «Basta, voi due! Lo dico a tuo padre!».

Quando sentì quella voce esplodere nel silenzio il ragazzino saltò in aria come un tappo di champagne e cadde giù dal cofano. Pannocchietta lanciò un grido querulo e si lanciò anche lei giù dall’automobile.

Si strinsero uno all’altra, impauriti e colpevoli, cercando 147

di capire chi avesse parlato.

«Hai capito? Lo dico a tuo padre. E lo faccio presente anche alla riunione di condominio.»

Finalmente i due videro che dal finestrino dell’Alfa Romeo spuntava la testa di un omone vestito come Fred Flintstone degli Antenati.

Niccolò Donazzan ci mise un po’ a realizzare che era Aprea, quello del secondo piano. Era talmente terrorizzato dalla minaccia del coinvolgimento di suo padre da non chiedersi nemmeno che diavolo ci facesse Aprea alle tre di notte chiuso in macchina e vestito in quel modo.

«Mi scusi… Non sapevamo che era là. Se no…» balbettò.

«Se no cosa facevi, ragazzino?»

«Se no non lo avrei fatto. Lo giuro! Mi scusi tantissimo.»

«D’accordo.» Danilo assunse un’espressione soddisfatta.

«Dammi il tuo giubbotto. Domani te lo rendo.»

«Il mio giubbotto? Ma è un Avirex originale… Me lo ha reg…» Il ragazzo doveva tenerci, al suo orrendo giubbotto da motociclista.

«Parlo arabo, forse? Il tuo giubbotto! Senza tante chiacchiere. Vuoi che vada a trovare tuo padre?»

«Ma…»

«Ma, niente. E dammi anche i pantaloni e gli stivali.»

Donazzan esitava.

«Daglieli, forza. Non lo vedi come sta? È fuori di testa, uno così è capace di fare un massacro» intervenne la ragazza, piuttosto calma. Si era ripresa bene dallo spavento e si era accesa una sigaretta.

«Ha ragione lei. Non vedi come sto? Dai retta alla tua fidanzata che è meglio.»

Lei lo corresse sbuffando una nuvola di fumo:

«Non sono la sua fidanzata».

Il ragazzo intanto si era sfilato gli stivali e i pantaloni.

«Dammeli. Veloce.» Danilo allungò un braccio fuori dal finestrino e se li prese. «E adesso dovete spingere la macchina. Ho la batteria a terra.»

Niccolò Donazzan fece a Pannocchietta: «Dai, aiutami.

Ha la batteria a terra».

La ragazza si avvicinò svogliata al portabagagli:

«Che palle!».

I due cominciarono a spingere l’automobile verso l’uscita del garage.

Danilo aspettò che fossero abbastanza veloci, mollò la frizione e ingranò la seconda. Il motore fece tre singhiozzi e s’accese in una nuvola di fumo bianco.

Anche quei due, si disse Danilo uscendo dal garage, erano angeli inviati dal Signore.

140.

Le formiche gli muovevano il braccio, ma nello sforzo ne morivano a migliaia e venivano portate fuori dalla caverna e rimpiazzate da altre che provenivano da regioni lontane del suo corpo.

Rino Zena non riusciva a capire perché s’immolavano per aiutarlo.

Quelle che erano dentro la sua mano si muovevano insieme, con coordinazione, in modo da permettere alle sue dita di piegarsi e afferrare il cellulare nella tasca dei pantaloni.

Brave… Brave, piccolette.

Ora chiamate Cristiano. Vi prego…

Rino cercò d’immaginarsi il suo pollice che spingeva 148

il tasto verde due volte.

141.

A casa Zena il telefono non squillava spesso.

E dopo una certa ora mai.

Un paio di volte Danilo Aprea, in preda a uno dei suoi attacchi di nostalgia per Teresa, aveva chiamato dopo le undici di sera in cerca di una voce amica: Rino lo aveva ascoltato e poi gli aveva spiegato che se provava un’altra volta a telefonare a quell’ora gli faceva ingoiare i denti.

Ma quella notte, dopo mesi di silenzio, il telefono attaccò a suonare.

Lo squillo della suoneria ci mise tre minuti buoni a svegliare Cristiano che dormiva al piano di sopra.

Stava facendo un brutto sogno. Era tutto accaldato e aveva bagnato le lenzuola di sudore, come se avesse la febbre. Tirò su la testa e si accorse che l’uragano non accennava a placarsi. La serranda rotta sbatteva contro la finestra. E il cancelletto, fuori, si lagnava scosso dal vento.

Stava morendo di sete.

Il prosciutto.

Allungò il braccio, prese da terra la bottiglia, e mentre beveva si accorse che di sotto il telefono squillava.

Perché papà non risponde?

Sventolò le coperte per mandare via un po’ di calore da dentro al letto e poi, visto che il telefono continuava a suonare, sbadigliando mollò un paio di pugni contro la sottile parete che divideva la sua camera da quella di suo padre e con una voce impastata urlò:

«Papà! Papà! Il telefono! Lo senti?!».

Niente.

Tanto per cambiare era ubriaco e quando era ubriaco una mandria di gnu selvaggi gli poteva passare in camera e lui non se ne sarebbe accorto.

Cristiano infilò la testa sotto al cuscino e dopo nemmeno un minuto il telefono si ammutolì.

142.

Dopo che la banana aveva trasformato il camper in una spider, la bufera aveva sollevato i cuscini, i piatti, il cibo cinese e tutto il resto e li aveva sbattuti nel piazzale.

Beppe Trecca e Ida Lo Vino, nudi e tremanti, erano abbracciati come se fossero una cosa sola su quello che restava della verandina. Sulle loro teste il cielo si contorceva ruggendo e le nuvole, grandi come montagne, s’accendevano in migliaia di bagliori elettrici.

Dalla rimessa un gommone si sollevò da terra e roteando finì in mezzo al fiume in piena.

«Beppe, che cosa sta succedendo?» urlò Ida cercando di superare il fragore della tempesta.

«Non lo so. Dobbiamo andarcene. Scendiamo da qua» le rispose lui, e in qualche modo, mano nella mano, riuscirono a passare attraverso i resti del camper e a recuperare i vestiti sparsi per il piazzale.

Si ripararono nella Puma.

Per fortuna Beppe aveva nella macchina la borsa della palestra. Lui si mise la tuta e lei una maglietta e l’accappatoio.

Avrebbe voluto dirle che l’amava come non aveva mai amato nessuno e che si sentiva rinascere e che 149

avrebbe affrontato qualsiasi cosa pur di non perderla, ma invece la strinse forte e rimasero a guardare la tempesta che finiva di spazzare via il campeggio.

Poi lei gli accarezzò il collo. «Beppe, ci ho messo un po’ a capirlo ma adesso ne sono certa, io ti amo. E

non mi sento in colpa per quello che abbiamo fatto stanotte.»

A Beppe uscì spontaneo: «Ma ora che facciamo?

Tuo marito?».

Lei scosse la testa. «Non lo so… Sono così confusa.

So solo che ti amo. Ti amo da morire.»

«Anche io, Ida.»

143.

«Il fiume va. Guardo più in là. Un’automobile corre e lascia dietro sé del fumo grigio e me. E questo verde mondo indifferente perché…» cantava Danilo Aprea alla guida della sua Alfa Romeo attraversando la tormenta.

Che sensazione fantastica, guidare di nuovo.

E che piacere stringere tra le mani il volante, e il getto caldo del riscaldamento sui piedi. La spia del serbatoio era a metà. Nell’autoradio girava la cassetta dei grandi successi di Bruno Lauzi.

Ma perché diavolo ho smesso di guidare?

Non sentiva più freddo, la mente gli si era come rischiarata e la tristezza se n’era andata all’improvviso, sostituita da un’euforia alcolica.

Danilo alzò ancora il volume della radio: «… da troppo tempo ormai apre le braccia a nessuno come me che ho bisogno di qualche cosa di più».

L’aquila era da sempre la sua canzone preferita.

Si ritrovò a pensare al viaggio che aveva fatto nell’autunno del 1995 con Teresa. Quanto avevano ascoltato quel disco. E ci cantavano sopra.

A quel tempo aveva una A112 con il tetto bianco.

Lui e Teresa si erano appena fidanzati. E avevano deciso di andare tre giorni a Riccione. Com’era giovane Teresa allora. Quanti anni poteva avere?

Diciotto, diciannove.

Era magra. Adesso era un po’ ingrassata, ma aveva ancora una bella figura.

Che viaggio! Tre giorni a fare l’amore chiusi in una pensioncina. E mica erano sposati. Si sposarono subito dopo. Al matrimonio i genitori di Teresa non si erano presentati. Perché non volevano che la figlia si sposasse così giovane e in più con un disoccupato.

«Ma Teresa se ne è fregata. Mi voleva sposare» fece Danilo con un sorriso orgoglioso.

Era rimasta tranquilla anche il giorno che aveva messo al mondo Laura. All’ostetrico aveva detto: «Fate entrare mio marito. Voglio tenergli la mano».

«Mio marito» disse ad alta voce Danilo. E lo ripeté:

«Mio marito».

144.

Come aveva fatto a non pensarci?

Le formiche non potevano parlare al posto suo.

Era stato sbagliato farne morire tante per quella telefonata inutile.

Rino Zena, imprigionato dentro il suo stesso corpo, non sapeva nemmeno se le formiche gli avevano veramente mosso il braccio, spinto il tasto giusto. E

adesso, poi, non sentiva più niente. La pioggia era scomparsa. Di botto. E quel cielo viola, verso l’orizzonte, 150

si stava coprendo di nuvole bluastre.

C’è troppo silenzio. Forse mi hanno seppellito vivo.

“Ogni creatura della Terra quando muore è sola”, glielo diceva sempre sua madre.

Ma si sbagliava: quando muori ci sono le formiche a farti compagnia.

Erano disposte in file precise, lo osservavano in silenzio.

Muovevano solo le antenne. Si sentiva addosso miliardi di piccoli occhi.

Vi prego, formichine, provate di nuovo. Un’altra telefonata e basta. Vi prego.

145.

Mentre Cristiano Zena, con la testa sotto il cuscino, si cullava muovendo il sedere e cercando di addormentarsi, dal fondo del subconscio gli tornarono a galla degli spezzoni di sogno e un groppo di tristezza gli serrò la gola.

Non ricordava perché, ma nel sogno era disperato (forse per qualcosa che non sapeva fare) e aveva deciso di farla finita.

Era nei bagni della palestra della scuola, che però erano un po’ diversi. Innanzitutto erano mille volte più grandi e poi avevano un sacco di docce e tutte spruzzavano acqua calda e vapore. Al centro del locale una vasca da bagno, di quelle antiche, con le zampe, e Cristiano era lì dentro con l’acqua che gli arrivava alle spalle.

Doveva suicidarsi e doveva fare anche veloce, se qualcuno entrava e lo beccava tutto nudo era una figura di merda. I suoi compagni di classe tra poco sarebbero arrivati. Li sentiva, nella palestra, che giocavano a basket. Le voci che si chiamavano. La palla che rimbalzava contro il tabellone.

In mano lui stringeva un rasoio di quelli vecchi a serramanico, con la lama quadrata e arrugginita. Con calma, senza paura, si era aperto le vene dei polsi, ma sangue non ne era uscito.

Succede sempre così quando ti tagli, passa un istante e poi il sangue comincia a sgorgare, ma questa volta era passato almeno un minuto.

Allora Cristiano si era ispezionato la ferita e dai bordi erano uscite delle formiche ciascuna con un pezzettino di foglia verde in bocca.

E poi si era svegliato.

Sperò che non fosse uno di quegli incubi a puntate che appena ti addormenti ricominciano.

Il telefono riattaccò a squillare.

Allora non hanno sbagliato numero…

«Che rottura di palle!» Si alzò dal letto sbuffando e in mutande e canottiera uscì nel corridoio buio. Faceva un freddo cane e il calore che aveva addosso si disperse subito.

Aprì la porta della camera di suo padre e a tastoni trovò l’interruttore.

«Papà, non sen…»

Il letto era vuoto.

È giù.

Se non sentiva il telefono, a mezzo metro dall’orecchio, doveva essersi proprio marcito.

146.

Danilo Aprea avrebbe potuto guidare per sempre.

Che bello lasciarsi alle spalle quel temporale e quella terra grigia popolata da serpi e scorpioni e puntare 151

verso sud.

Giù fino in Calabria. Fino in Sicilia. E da lì più giù.

In Africa. Sempre più giù. I deserti. Le savane. Il Nilo.

I coccodrilli. I negri. Gli elefanti. Il Sud Africa. Fino a… Come si chiamava? Capo Horn? Lì si sarebbe fermato. Sul pizzo dell’Africa, a guardare in silenzio l’oceano.

«… qualcosa di più che non puoi darmi tu, un’auto che va basta già a farmi chiedere se io vivo» cantava Bruno Lauzi. Con una mano Danilo prese a battere il tempo sul cruscotto.

In Sud Africa avrebbe ricominciato. In questi paesi sottosviluppati basta avere un po’ d’iniziativa e in cinque minuti metti su una bella attività. E avrebbe trovato una donna giovane, molto più giovane di lui e ci avrebbe fatto un figlio.

Poi avrebbe chiamato Teresa. «Ciao, sono Danilo, sono in Sud Africa, ti volevo solo informare che non sono morto, anzi sto benissimo e ho fatto un figlio con una ragazza…» recitò pestando sull’acceleratore.

La lancetta del contachilometri raggiunse i centoquaranta.

I lampioni gli schizzavano ai lati in una lunga scia al sodio.

Imboccò la sopraelevata che portava alla banca.

147.

Mentre il telefono continuava a squillare, Cristiano Zena scendeva al piano di sotto maledicendo quell’ubriacone di suo padre.

Il soggiorno era buio e la televisione accesa diffondeva un bagliore azzurrino su uno spicchio della stanza.

Dentro lo schermo c’era un tipo con la frangetta grigia e i baffoni che disegnava dei grafici.

La sdraio era vuota. La coperta appallottolata. La stufa spenta.

Dov’è?

Correndo verso il telefono passò davanti alla finestra nell’attimo in cui sul cielo livido si stampava un vaso sanguigno elettrico che illuminò a giorno la statale e il cortile.

Il furgone non c’è.

Ecco perché non rispondeva.

Quindi, alla fine, aveva rotto il cazzo gratis. “Io il colpo non lo faccio… Io qui, io lì…” E invece era andato.

Anche questo era strano. Suo padre difficilmente cambiava idea. Poteva anche essere uscito a cercarsi un’altra troia.

Il solito buffone! Sarà lui al telefono.

Cristiano superò con un salto maldestro la sdraio e infilò un piede dentro il cartone della pizza e con l’altro colpì una bottiglia di birra che rotolò sul pavimento.

Una fetta di prosciutto gli rimase appiccicata sotto il calcagno. Afferrò la cornetta e sbraitò nel microfono:

«Pronto, papà?!».

Il fracasso di un tuono lo assordò facendo tremare le finestre.

Cristiano si tappò l’orecchio libero. «Pronto?! Pronto, papà? Sei tu?!»

Silenzio.

«Pronto?! Pronto?!»

Tekken!

Le viscere gli si annodarono in uno spasmo doloroso e lo scroto gli si raggrinzì tra le gambe mentre la paura gli strisciava nelle vene.

Era lui. Tekken. Sicuro. Si voleva vendicare.

Aveva aspettato che suo padre uscisse per fargliela pagare.

Come Dio Comanda
titlepage.xhtml
index_split_000.html
index_split_001.html
index_split_002.html
index_split_003.html
index_split_004.html
index_split_005.html
index_split_006.html
index_split_007.html
index_split_008.html
index_split_009.html
index_split_010.html
index_split_011.html
index_split_012.html
index_split_013.html
index_split_014.html
index_split_015.html
index_split_016.html
index_split_017.html
index_split_018.html
index_split_019.html
index_split_020.html
index_split_021.html
index_split_022.html
index_split_023.html
index_split_024.html
index_split_025.html
index_split_026.html
index_split_027.html
index_split_028.html
index_split_029.html
index_split_030.html
index_split_031.html
index_split_032.html
index_split_033.html
index_split_034.html
index_split_035.html
index_split_036.html
index_split_037.html
index_split_038.html
index_split_039.html
index_split_040.html
index_split_041.html
index_split_042.html
index_split_043.html
index_split_044.html
index_split_045.html
index_split_046.html
index_split_047.html
index_split_048.html
index_split_049.html
index_split_050.html
index_split_051.html
index_split_052.html
index_split_053.html
index_split_054.html
index_split_055.html
index_split_056.html
index_split_057.html
index_split_058.html
index_split_059.html
index_split_060.html
index_split_061.html
index_split_062.html
index_split_063.html
index_split_064.html
index_split_065.html
index_split_066.html
index_split_067.html
index_split_068.html
index_split_069.html
index_split_070.html
index_split_071.html
index_split_072.html
index_split_073.html
index_split_074.html
index_split_075.html
index_split_076.html
index_split_077.html
index_split_078.html
index_split_079.html
index_split_080.html
index_split_081.html
index_split_082.html
index_split_083.html
index_split_084.html
index_split_085.html
index_split_086.html
index_split_087.html
index_split_088.html
index_split_089.html
index_split_090.html
index_split_091.html
index_split_092.html
index_split_093.html
index_split_094.html
index_split_095.html
index_split_096.html
index_split_097.html
index_split_098.html
index_split_099.html
index_split_100.html
index_split_101.html
index_split_102.html
index_split_103.html
index_split_104.html
index_split_105.html
index_split_106.html
index_split_107.html
index_split_108.html
index_split_109.html
index_split_110.html
index_split_111.html