152
Fece un respiro e ringhiò: «Tekken, sei tu?! Lo so che sei tu! Parla, merda! Cos’è, non hai il coraggio?
Rispondi!».
La pioggia, di colpo, come se il cielo si fosse squarciato, cominciò a scrosciare contro i vetri e nello stesso istante la televisione si spense e Cristiano si ritrovò al buio.
Tranquillo. È solo andata via la luce.
«Sei tu, Tekken? Dillo! Sei tu!» ripeté senza la stessa convinzione di prima.
Con un dito si tolse il prosciutto da sotto il piede e si accucciò infreddolito sul divano e rimase in silenzio con la cornetta premuta sull’orecchio aspettando il click di Tekken che riabbassava.
148.
A Rino Zena sembrava di sentire la voce di Cristiano.
Ma era così distante che forse era solo la sua immaginazione.
Se solo fosse riuscito a parlargli. Se le formiche erano riuscite a muovergli il braccio, forse potevano muovergli anche la bocca, le mascelle e la lingua e farlo parlare.
Troppo difficile per degli insetti.
Il problema ora erano quelle grandi nuvole nere all’orizzonte che stavano ricoprendo il cielo viola e che riportavano le tenebre su di lui, sul deserto di pietre e sulle formiche.
Sì, doveva tentare.
149.
Danilo Aprea uscì dalla sopraelevata e imboccò via Enrico Fermi cantando a squarciagola: «… apre le braccia a nessuno come me che ho bisogno di qualcosa di più che non puoi darmi tu…».
La banca era lì. Proprio davanti al muso della macchina.
Danilo baciò la medaglietta di Padre Pio, si schiacciò contro il sedile e puntò dritto contro il Bancomat.
«… un’auto che va basta già a farmi chiedere se io…» urlò insieme a Bruno Lauzi.
La ruota destra colpì a centosessanta chilometri orari il marciapiede e si staccò dal mozzo e la macchina si ribaltò e cominciò ad avvitarsi su se stessa e si accartocciò contro un’enorme fioriera di cemento che era stata messa lì dalla nuova giunta comunale per impedire alle auto di entrare in quello che chiamavano centro storico.
Danilo sfondò di testa il parabrezza e volò oltre la fioriera finendo di faccia contro una rastrelliera per biciclette.
Rimase lì a braccia aperte, ma poi lentamente, come se fosse resuscitato, si sollevò e iniziò a barcollare in mezzo alla piazzetta pedonale.
Al posto del volto aveva una maschera di carne viva e vetro. Con l’unico occhio che gli funzionava vedeva un bagliore verdastro.
La banca.
Colpita.
Vedeva la macchinetta che sputava soldi come una slot machine impazzita. Ma anziché monete erano banconote verdi grandi come tappeti.
Sono ricco.
Si inginocchiò a raccoglierle e sputò un grumo di sangue, muco e denti.