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Si mise in coda davanti alla cassa affollata di infermieri cercando nelle tasche dei pantaloni di velluto qualche spicciolo. Nel taschino del camice cominciò a vibrare il cellulare.
Marilena.
Lo prese, guardò il display.
No, era dall’ospedale.
«Sì?! Pronto! Che c’è?» sbuffò.
«Professore, sono Antonietta…»
Era l’infermiera del secondo piano.
«Mi dica.»
«C’è qui il figlio del paziente operato…»
«Sì?»
«Vuole sapere come sta il padre.»
«Ci faccia parlare Cammarano. Io sto uscendo. Mia moglie…»
L’infermiera rimase un istante silenziosa. «Ha tredici anni. E da quello che leggo qui non ha parenti.»
«Lo devo fare io?»
«È nella sala d’attesa del secondo piano.»
«Gli avete detto niente?»
«No.»
«Non ha nessuno, che ne so, amici con cui posso parlare?»
«Ha detto che ha solo due amici del padre. Ho provato a chiamarli, ma non rispondono. Nessuno dei due.»
«Arrivo. Intanto cercateli. E se no chiamate i carabinieri.»
Chiuse la comunicazione e pagò il cappuccino.
184.
Quattro Formaggi si svegliò immerso in un lago di dolore.
Sollevò appena una palpebra e un raggio di luce lo accecò. La richiuse. E sentì i passeri che cinguettavano troppo forte in cortile. Si tappò le orecchie, ma il movimento gli causò una fitta che gli tolse il fiato.
Rimase sopraffatto dal dolore. Quando finalmente riuscì ad aprire un occhio riconobbe la carta da parati consumata della sua stanza da letto. Gli sembrava di essersi addormentato davanti al presepe, quindi durante la notte doveva essersi messo a letto, cosa che non ricordava. Respirava a fatica. Come se fosse intasato dal raffreddore. Si toccò il naso incrostato e si rese conto che quello non era muco, ma sangue rappreso. E anche la barba e i baffi erano incrostati di sangue.
Ora si accorse che oltre al dolore c’era la sete. La lingua era così gonfia che non gli entrava in bocca.
Ma per bere doveva alzarsi.
Si sollevò di scatto e per poco dal dolore non svenne.
Alla fine, trascinandosi sulle ginocchia, si avviò verso il bagno. «Cavolo… Cavolo… Rino… Rino… Mi hai pestato… Mi hai pestato fortissimo…»
Si attaccò al bordo del lavandino, si tirò su e si guardò allo specchio. Per un istante non si riconobbe.
Non poteva essere lui quel mostro.
Il torace era cosparso di lividi grossi come uova al tegamino, ma ciò da cui Quattro Formaggi rimase affascinato fu la spalla tumefatta e sanguinante come una bistecca fiorentina.
Quello non glielo aveva fatto Rino. Era opera di Ramona. Pigiò il dito dov’era la ferita e lacrime di dolore gli colarono giù per le guance.
Quindi era tutto vero. Non era un sogno. Il suo corpo raccontava la verità.
La ragazzina. Il bosco. Il cazzo nella mano. Il sasso 179
in testa. Le botte. Tutto vero.
Avvicinò la faccia allo specchio, con la punta del naso contro il vetro, e cominciò a sputare muco e sangue.
185.
Cristiano Zena era seduto nella sala d’aspetto del reparto di terapia intensiva. Poggiava la testa contro il distributore di bibite e cercava disperatamente di tenere gli occhi aperti.
Era arrivato con il primo autobus e un’infermiera, dopo avergli fatto un’infinità di domande, gli aveva detto di aspettare lì. Il professor Brolli sarebbe venuto a parlargli. Aveva i brividi ed era così stanco… le palpebre gli si chiudevano e la testa gli ciondolava, ma non doveva addormentarsi.
L’infermiera non lo aveva riconosciuto, ma lui se la ricordava bene. Era quella che passava ogni tanto la notte.
Cristiano era già stato in quell’ospedale due anni prima, quando gli avevano tolto l’appendice. L’operazione era andata bene, ma aveva passato tre giorni in una stanza accanto a un vecchio con un sacco di tubi che gli uscivano dal petto.
Non si poteva dormire perché quello ogni dieci minuti aveva un attacco di tosse, sembrava che dentro i polmoni avesse i sassi. Gli occhi gli schizzavano fuori dalle orbite e cominciava a dare delle manate sul materasso come se stesse schiattando. Il vecchio poi non parlava mai, nemmeno quando il figlio lo andava a trovare con la moglie e i due nipoti. Loro gli facevano un mucchio di domande ma lui non rispondeva.
Neanche con la testa.
Seduto su quella sedia ad aspettare di sapere se suo padre era vivo, Cristiano si ricordò che la seconda notte, mentre sonnecchiava immerso nella penombra giallastra della camera, il vecchio, improvvisamente, aveva parlato con una voce sfiatata: «Ragazzino?».
«Sì?»
«Stammi a sentire. Non fumare. È una morte troppo schifosa.» Parlava fissando il soffitto.
«Io non fumo» si era difeso Cristiano.
«E non cominciare mai. Capito?»
«Sì.»
«Bravo.»
Quando il giorno dopo Cristiano si era svegliato, non c’era più. Era morto, e la cosa strana era che non aveva fatto nessun rumore andandosene.
Ora, mentre sentiva il distributore automatico vibrargli contro una tempia, Cristiano si disse che si sarebbe fumato una bella sigaretta alla faccia di quel vecchio, e invece tirò fuori dalla tasca il cellulare di suo padre. Lo aveva asciugato sotto il getto dell’aria calda nel bagno e aveva ripreso vita. Compose per l’ennesima volta il numero di Danilo. Il cliente non era raggiungibile. Provò Quattro Formaggi. Anche il suo telefono era staccato.
186.
Mentre camminava per il corridoio del secondo piano il professor Brolli ripensò a quel giovane uomo pelato e pieno di tatuaggi che aveva operato. Quando gli aveva aperto il cranio e aveva aspirato il sangue aveva scoperto che l’emorragia cerebrale, fortunatamente, 180
non aveva interessato le zone addette al controllo del respiro e quindi il paziente inspirava ed espirava da solo, ma per il resto il suo cervello era fuori uso e non si poteva prevedere se e quando avrebbe ripreso a funzionare.
Nella difficile situazione economica in cui versava quell’ospedale, casi come quello erano vere e proprie sciagure. I pazienti in coma richiedevano un impegno costante del personale medico e tenevano bloccate le macchine necessarie per mantenerne le funzioni vitali.
In quello stato, poi, il malato soffriva sempre di un generale abbassamento delle difese immunitarie, con complicazioni infettive secondarie. Ma questo faceva parte del suo lavoro.
Enrico Brolli aveva scelto quel mestiere e quella specializzazione sapendo bene a che cosa andava incontro.
Suo padre era anche lui medico. Quello su cui Brolli non si era fermato troppo a riflettere, per tutti i sei anni dell’università, era che dopo bisognava parlare ai familiari del paziente.
Oramai andava per i sessanta e aveva tre figli grandi (Francesco, il più piccolo, aveva deciso di iscriversi a Medicina) e non gli era cresciuto ancora il famoso pelo sullo stomaco per spiattellare la cruda verità, ma non era bravo nemmeno a indorare la pillola. Quando ci provava cominciava a balbettare, si confondeva ed era molto peggio.
Dopo più di trent’anni di carriera non era cambiato un accidente. Ogni volta che doveva dare brutte notizie ai familiari del paziente si sentiva morire nello stesso identico modo. Ma quella mattina lo aspettava un compito ancora più ingrato. Spiegare a un ragazzino di tredici anni, solo al mondo, che suo padre era in coma.
Sbirciò nella sala d’aspetto deserta.
Il ragazzo era mezzo addormentato su una sedia di plastica. La testa poggiata contro il distributore di bibite. Lo sguardo fisso sul pavimento.
No! No, io non ce la faccio… Brolli girò su se stesso e si avviò a passo spedito verso gli ascensori. Glielo dice Cammarano. Cammarano è giovane e deciso.
Ma si fermò e guardò fuori dalla finestra. Centinaia di stormi dipingevano un imbuto nero che si allungava sulle nuvole bianche.
Si fece coraggio ed entrò nella sala d’aspetto.
187.
Beppe Trecca si risvegliò urlando: «Il voto!». Cominciò ad ansimare come se qualcuno gli avesse tenuto la testa premuta sott’acqua. Con gli occhi infuocati dalla febbre si guardò intorno smarrito. Ci mise qualche secondo a capire che era a casa, nel suo letto.
Rivide la faccia di un africano bruttissimo che lo fissava attraverso il lunotto posteriore della Puma, mostrandogli un pacco di calzini di spugna bianca.
Che incubo che ho fatto!
L’assistente sociale sollevò la testa dal cuscino. La luce del giorno filtrava attraverso le serrande. Era completamente zuppo di sudore e il piumino d’oca gli pesava addosso come se fosse sepolto sotto un quintale di terra. Aveva ancora in bocca il sapore schifoso della vodka al melone. Allungò un braccio e accese l’abat-jour sul tavolino. Strizzò gli occhi e li sentì bruciare.
Ho la febbre.
Si tirò su. La stanza prese a girare. Gli scorrevano davanti, presi in un vortice, Foppe la cassettiera Ikea, il televisorino Mivar, il poster di una spiaggia tropicale, 181
la libreriola zeppa di Garzantine e della Biblioteca del Sapere, il tavolo, un pacco di calzini di spugna bianca, la cornice d’argento con la foto della madre, la…
Un pacco di calzini?!
Trecca fece un rutto acido e rimase a fissarli, con il corpo irrigidito sotto il piumino. Rivide tutta la notte come in un film. Il camper, Ida, il sesso, la banana, Rod Stewart, lui sotto la pioggia accanto al cadavere dell’africano morto e…
Beppe Trecca si diede una manata sulla fronte bollente.
… Il voto!
Dio, ti prego… Ti giuro che se gli salvi la vita rinuncerò a tutto… Io rinuncerò all’unica cosa bella della mia vita…
Se tu lo salvi io ti prometto che rinuncerò a Ida. Non la rivedrò, non ci parlerò mai più. Te lo giuro.
Aveva chiesto a Dio e Dio aveva dato.
Quell’africano era tornato dal mondo dei morti grazie alla sua preghiera. Beppe Trecca, quella notte, era stato testimone di un miracolo.
Prese la Bibbia che teneva sul comodino e cominciò a sfogliarla rapidamente. E lesse facendo fatica a mettere a fuoco le parole:
… Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato.
Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».
Uguale!
Ma a che costo?
Rinuncerò a Ida.
Così aveva detto. E quindi…
E quindi non la rivedrò più. Ho fatto un voto.
La testa gli ricadde giù pesante e gli sembrò di essere risucchiato di nuovo nel buco nero.
Aveva dato via il proprio cuore in cambio di una vita.
Io rinuncerò all’unica cosa bella della mia vita…
Con una smorfia di terrore appiccicata alla faccia strinse nei pugni il lenzuolo, mentre il panico lo sgretolava come fa l’onda con un castello di sabbia.
188.
Sulla porta della sala d’aspetto un medico alto e secco lo guardava.
A chi assomiglia?
Cristiano Zena ci mise qualche secondo, poi gli venne. Era identico a Bernardo, l’avvoltoio di Braccio di Ferro.
Dopo essersi schiarito la voce, il medico si decise:
«Sei tu Cristiano, il figlio di Rino Zena?».
Gli fece segno di sì.
Il professore si sedette tutto curvo su una sedia di plastica di fronte a lui.
Aveva le gambe più lunghe di quelle di Quattro Formaggi, e Cristiano notò che aveva i calzini diversi fra loro. Erano tutti e due blu, ma uno era liscio e l’altro a coste.
Sentì per quel tipo un istintivo moto di simpatia che represse subito.
«Sono Enrico Brolli, il chirurgo che ha operato tuo padre e…» Lasciò la frase così e si mise a leggere 182
una cartellina che teneva in mano grattandosi la nuca.
Cristiano si alzò in piedi: «È morto. Non ci stare a girare tanto intorno».
Il medico lo guardò con la sua piccola testa piegata un po’ di lato, come alle volte fanno certi cani. «Chi ti ha detto che è morto?»
«Non mi metto a piangere. Dimmelo e basta, così me ne vado.»
Brolli scattò su e gli poggiò una mano sulla spalla.
«Vieni. Andiamo da lui.»
189.
Quattro Formaggi, sotto la doccia, sollevò le braccia verso l’alto, poi le riabbassò e si guardò le mani.
Quelle mani avevano preso una pietra e avevano sfondato la testa a una donna.
L’acqua bollente della doccia divenne pioggia gelata e sentì sulla punta dei polpastrelli la superficie rugosa della pietra e la consistenza spugnosa del muschio e risentì la vibrazione al contatto della fronte di quella…
Ebbe una vertigine, finì contro le mattonelle e si lasciò scivolare giù come uno straccio bagnato.
190.
Rino Zena era steso su un letto con un turbante di garze bianche avvolto intorno alla testa. Una lampada sopra la spalliera formava un tenue ovale luminoso e il volto sereno sembrava sospeso sul cuscino come quello di uno spettro. Il resto del corpo era nascosto sotto un lenzuolo verdino. Intorno c’era un anfiteatro di monitor e apparecchiature elettroniche che emettevano luci e bip.
Cristiano Zena ed Enrico Brolli erano in piedi a un paio di metri dal letto.
«Dorme?»
Il medico scosse la testa: «No. È in coma».
«Ma sta russando?!»
Brolli si lasciò sfuggire un sorriso. «A volte succede che le persone in coma russino.»
«È in coma?» Cristiano si girò per un secondo a guardarlo come se non avesse capito.
«Avvicinati, se vuoi.»
Lo vide fare due passi in avanti, incerto, come se lì ci fosse un leone anestetizzato. E poi stringere la testiera del letto. «E quando si risveglierà?»
«Non lo so. Ma di solito ci vogliono almeno un paio di settimane.»
Rimasero in silenzio.
Sembrava che il ragazzo non avesse sentito. Rigido, attaccato a quella testiera come se avesse paura di cadere. Brolli non sapeva come spiegargli la situazione.
Gli si avvicinò. «Tuo padre aveva un aneurisma.
Probabilmente da quando è nato.»
«Cos’è un… ane…?» domandò Cristiano senza girarsi.
«L’aneurisma è la piccola dilatazione di un’arteria.
Una specie di sacchetta piena di sangue che non è elastica come gli altri vasi e con il tempo si può rompere.
A tuo padre si è rotta ieri notte e il sangue è entrato nella zona sub… insomma tra il cervello e la scatola cranica, ed è penetrato nel cervello.»
«E allora cosa succede?»
«Che il sangue comprime il cervello e crea uno 183
squilibrio chimico…»
«E cosa gli avete fatto?»
«Abbiamo tolto il sangue e chiuso l’arteria.»
«E adesso?»
«È in coma.»
«In coma…» ripeté Cristiano.
Brolli fece per allungare una mano e mettergliela sulla spalla. Ma ci ripensò. Quel ragazzo non sembrava volere conforto. Aveva gli occhi asciutti ed era stremato.
«Tuo padre non può svegliarsi. Sembra che dorma, ma non è così. Per fortuna riesce a respirare da solo e non deve essere aiutato da una macchina. Quella bottiglia appesa all’incontrano» indicò la flebo accanto al letto «serve per alimentarlo, poi gli metteremo un tubicino che gli porta il cibo direttamente nello stomaco. Il suo cervello ha subito un danno molto serio e adesso è impegnato con ogni risorsa a ripararsi.
Tutte le altre funzioni, come mangiare, bere, parlare sono state sospese. Per il momento…»
«Ma la vena si è rotta perché ha fatto qualcosa di strano?» A Cristiano la voce uscì stridula.
Il medico sollevò un sopracciglio. «In che senso qualcosa di strano?»
«Non lo so…» Il ragazzo rimase in silenzio, ma poi aggiunse: «Io l’ho trovato così…».
Chissà, forse quella sera aveva fatto arrabbiare il padre e adesso si sentiva responsabile. Brolli cercò di tranquillizzarlo. «Poteva anche dormire, quando è scoppiata l’emorragia. Aveva un aneurisma abbastanza esteso. Si è mai fatto visitare? Gli hanno mai fatto una tac?»
Il ragazzo scosse il capo: «No. Odiava i medici».
Brolli alzò il volume della voce: «Non parlare al passato. Non è morto. È vivo. Il suo cuore batte ancora, il sangue gli circola nelle vene».
«Se gli parlo mi sente?»
Il medico fece un sospiro. «Non credo. Fino a che non darà qualche segno di ripresa di coscienza come aprire gli occhi… non credo, onestamente, che ti sentirà.
Ma forse non è così… Sai, è un mistero anche per noi. Comunque, se ti va di parlarci ci puoi parlare.»
Il ragazzo alzò le spalle. «Ora non mi va di parlarci.»
Brolli andò alla finestra. Vide la macchina di sua moglie ferma sulla strada. Sapeva perché Cristiano non voleva parlare con suo padre. Si sentiva abbandonato.
Il dottor Davide Brolli, il padre di Enrico Brolli, per tutta la vita si era svegliato alle sette. Puntuale, mezzora dopo prendeva il caffè. Alle otto in punto usciva di casa, scendeva una rampa di scale e andava nello studio dove riceveva fino all’una meno cinque. All’una era a casa per l’inizio del telegiornale. Mangiava da solo davanti alla televisione. Dall’una e mezzo alle due e dieci riposava. Alle due e dieci tornava in studio.
Rientrava a casa alle otto. Mangiava e controllava i compiti ai figli. Alle nove se ne andava a dormire.
Questo succedeva tutti i giorni dell’anno, esclusa la domenica. La domenica andava a messa, comprava le paste e ascoltava le partite alla radio.
Qualche volta, quando aveva un dubbio su un tema o una versione dal latino, il piccolo Enrico usciva di casa con il quaderno in mano e andava giù allo studio del padre.
Per raggiungerlo era costretto a farsi largo nel corridoio pieno di bambini frignanti, di carrozzine e mamme. Odiava tutti quei marmocchi perché suo padre li considerava figli propri. Spesso gli aveva sentito dire: «È come se fosse figlio mio».