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ci si vede domani intorno alle 22
al campeggio bahamas.
Stava per inviare l’sms quando ci ripensò e trepidando aggiunse:
ti amo. smile.
52.
Quel pomeriggio Cristiano Zena prese l’autobus e andò a farsi un giretto.
Non aveva programmi e in tasca aveva tre euro in tutto, ma non esisteva rimanere il sabato a casa.
Dopo mangiato aveva provato a telefonare a Quattro Formaggi per chiedergli se aveva voglia di andare a vedere le moto, ma il cellulare era spento come al solito.
Probabilmente era in chiesa.
Quando le porte dell’autobus si spalancarono sbuffando e Cristiano scese sul marciapiede erano appena le quattro, ma la notte già calava sulla pianura. Tra cielo e terra rimaneva solo una strisciolina color salmone.
Da est arrivava un vento tagliente e i cipressi piantati lungo la mezzeria della statale erano tutti piegati da una parte. Anche i lunghi striscioni pubblicitari appesi sotto il ponte pedonale sbattevano come vele lasche.
Di fronte a Cristiano si stendeva un chilometro e mezzo di magazzini, rivendite all’ingrosso e al dettaglio, outlet, autolavaggi fai da te, stock-house, luminarie colorate, insegne che pulsavano offerte e ribassi.
C’era pure una moschea.
A sinistra, dietro la palazzina della Cattedrale della Scarpa, tra nuvole di fumo prodotte dai venditori ambulanti di salsicce e porchetta, si levavano le imponenti mura del centro commerciale I Quattro Camini. Un po’ più in là il cubo di vetro di Mediastore, e dall’altra parte della strada il grande concessionario Opel-General Motors con le file di macchine nuove e il grande spazio dell’automercato con i festoni delle superofferte. E ancora il parcheggio della sala Multiplex accanto alla casetta del McDonald’s.
Al centro della rotonda, su cui s’immettevano altre due strade lunghe e dritte, il vecchio scultore Callisto Arabuia aveva eretto la sua ultima opera, una enorme scultura di bronzo a forma di pandoro che girava e spruzzava pisciatine d’acqua in una vasca.
Cristiano s’incamminò verso il centro commerciale.
Le quattro torri, agli angoli della costruzione, si vedevano, nei giorni buoni, da chilometri di distanza.
Si diceva che superassero di mezzo metro il campanile del duomo di piazza San Marco a Venezia. Per un euro si poteva prendere un ascensore che ti portava in cima alla torre numero due. E da lassù si vedeva il Forgese che serpeggiava verso il mare e tutte le minuscole frazioni e i paesini che macchiavano la pianura come scarlattina.
Il centro commerciale era un immenso parallelepipedo, più grande di un hangar aereo, azzurro e senza finestre, costruito a metà degli anni Novanta.
Quel giorno, in onore del mese degli sconti, in cima alle torri avevano attaccato dei palloni aerostatici a spicchi gialli e blu su cui era scritto: i grandi affari si fanno ai quattro camini. Tutto intorno al fabbricato si stendeva una spianata di asfalto cosparsa di migliaia di macchine.
Ci venivano da lontano, ai Quattro Camini. Era il più grande centro commerciale nel raggio di un centinaio 66
di chilometri. Centomila metri quadrati, divisi in tre piani e due mezzanini. Con un parcheggio sotterraneo che ospitava fino a tremila vetture. Il pianterreno era tutto destinato all’ipermarket Coral Reef dove si facevano i grandi affari e potevi portarti a casa una cassetta di birra a meno di dieci euro.
Tutto il resto era occupato dai negozi. Potevi trovare tutto ciò che desideravi: lo sportello bancario del Monte dei Paschi, punti vendita Vodafone e Tim, un ufficio postale, la nursery, i magazzini di vestiti e scarpe, tre parrucchieri, quattro pizzerie, una vineria, un ristorante cinese, un pub irlandese, una sala giochi, un negozio di animali, una palestra, un centro di analisi mediche e un solarium. Mancava solo una libreria.
Al centro del primo piano c’era un grande spiazzo ovale con una fontana a forma di barca e una scalinata di marmo che portava al secondo piano. Nelle intenzioni dell’architetto riproduceva in maniera surreale piazza di Spagna a Roma.
Cristiano attraversò il parcheggio, ingobbito per difendersi dal vento gelato. C’era un gran casino essendo il primo giorno di un lungo mese di offerte speciali.
Una fila infinita di macchine era ferma di fronte alle sbarre automatiche del parcheggio e un fiume umano s’imbottigliava agli ingressi. Famiglie uscivano con i carrelli strapieni di roba, le mamme con i bambini infagottati come astronauti nei passeggini, bande di adolescenti sui motorini che scorrazzavano tra le auto, gente che si litigava i posti, pullman che vomitavano comitive di vecchi. In un angolo del parcheggio avevano montato anche un piccolo parco divertimenti ambulante con tanto di autoscontri e tiro al bersaglio.
La musica arrivava forte e distorta dagli altoparlanti alle porte d’ingresso.
Cristiano guardò dietro la fila dei cassonetti dove di solito Fabiana Ponticelli ed Esmeralda Guerra durante l’estate stavano con il loro gruppo e d’inverno parcheggiavano i motorini.
Lo Scarabeo con lo smile era lì, legato alla moto di Tekken.
Il cuore cominciò a correre.
Osservò la motocicletta. Gli dispiaceva ammetterlo, ma quel figlio di puttana aveva proprio un gran bel mezzo. Gli aveva cambiato le ruote e ci aveva messo quelle da pista, per fare le pieghe nel traffico. Notò anche che la marmitta non era quella regolamentare.
Chissà quanti soldi doveva aver speso per modificarla.
Ma quello non era un problema. Il padre di Tekken era un pezzo grosso della Biolumex, la fabbrica di lampadine che stava vicino a San Rocco, e quindi sin da piccolino ogni stronzata gliela esaudivano.
Cristiano non poté fare a meno di sentire l’invidia bruciargli le viscere. Ma poi si disse che i figli di papà nascono con la pappa pronta e quando arrivano i cazzi frignano come femmine.
Se per esempio arriva un terremoto e gli porta via tutto, Tekken non saprà fare niente, sarà disperato per essere povero e s’impiccherà al primo albero che trova. Io invece non perdo niente.
Sarebbe bello se ci fosse un terremoto.
E poi si incoraggiò dicendosi che i grandi hanno sempre dovuto farsi largo nella merda da soli. Vedi Eminem o Hitler o Christian Vieri.
S’infilò nella fiumana che entrava nel centro commerciale.
Dentro faceva molto caldo. Ai lati c’erano sfilze di 67
ragazze in minigonna e giacchetta che ti riempivano di fogli promozionali di tariffe telefoniche e sconti per le palestre e i solarium. Intorno a un tipo che tagliava carote e zucchine con un affare di plastica c’era un capannello di persone.
Come sempre Cristiano si fermò davanti a Cellulandia, il negozio di telefonini.
Quanto ne desiderava uno.
Probabilmente lui era l’unico in tutta la scuola a non averlo.
«E non sei fiero di essere diverso dagli altri?» Così gli aveva risposto suo padre quando glielo aveva fatto notare.
«No. Non sono fiero. Lo voglio anch’io.»
Passò davanti a un negozio di elettronica che esponeva vantaggiosissime offerte su monitor e pc. Ma ci rimase poco. Era spinto da spalle, pance, era assordato da labbra truccate che gli urlavano nei timpani, avvolto da nubi di profumo e dopobarba, abbagliato da capelli tinti.
Che diavolo era venuto a fare in quel casino?
Raggiunse il Pub dell’Orso Elettrico e ci guardò dentro per vedere se per caso c’era Danilo.
A malapena rischiarati da luci soffuse, i tavolini erano circondati da figure scure. Anche il bancone era gremito da gente seduta sugli sgabelli. Tre monitor al plasma trasmettevano gli incontri di wrestling.
La musica era assordante. E ogni volta che qualcuno dava una mancia, i camerieri colpivano una campana.
Di Danilo non c’era traccia.
Cristiano uscì e con i tre euro che aveva in tasca si comprò una fetta di pizza al salame e funghi. Decise che si sarebbe fatto un giro veloce senza fermarsi a guardare le vetrine.
Mentre la massa che si spostava compatta attraverso la galleria B lo trascinava, per poco non sbatté contro Fabiana Ponticelli.
La scartò per un pelo. Sentì Esmeralda che diceva:
«Di qua! Di qua!».
Due folletti colorati che schizzavano tra la folla cacciando urletti di gioia. Saltavano. Si prendevano e davano spinte a chi gli si parava davanti. Si beccavano un sacco d’insulti, ma nemmeno li sentivano. Come possedute da un demone cretino.
Le inseguì cercando di non farsi scorgere e stando attento a non perderle mai di vista. Fabiana, all’improvviso, indicò un negozio di vestiti e sghignazzando lei ed Esmeralda ci si buttarono dentro mano nella mano. Cristiano si avvicinò alla vetrina.
Tiravano fuori dai ripiani gonne, golf e magliette, gli davano appena un’occhiata e poi ricacciavano i vestiti appallottolati tra le pile ordinate. Ma ogni tanto si fermavano, osservavano i muri e il soffitto.
Cristiano non capiva, poi ebbe un’illuminazione.
Le telecamere.
Quando non erano coperte dal raggio delle telecamere una provocava un gran casino attirando l’attenzione e l’altra infilava veloce la roba nella borsa.
Vide che Fabiana entrava con la borsa in un camerino mentre Esmeralda faceva il palo di fronte alla tenda fingendo di provarsi un cappello, e quando arrivò una commessa inferocita per il disordine che avevano combinato sfoderò un sorriso falsissimo e iniziò a chiederle mille cose portandola verso uno scaffale lontano.
Cristiano poteva mettere una mano sul fuoco che Fabiana, chiusa nello spogliatoio, con un tronchese stava dandosi da fare a staccare gli antifurto dai 68
vestiti.
Quando riapparve, fece un segno a Esmeralda e tranquille, con la borsa gonfia, uscirono dal negozio e si dissolsero in mezzo alla folla.
Erano brave. Cazzo, se erano brave.
Lui invece era una frana a rubare. Sbagliava tutto.
Ci metteva duemila anni a decidersi e le commesse non lo beccavano solo perché erano rimbambite. Ma finiva sempre per prendere cose inutili. Un paio di Adidas che gli andavano strette. Un’altra volta un joypad della PlayStation che non serviva a un accidente non avendo la consolle.
L’esperienza peggiore era stata quando aveva deciso di rubarsi Fragola, il furetto del negozio di animali.
Se n’era innamorato al primo sguardo, di quella creatura pelosa. Aveva una faccia da topolino ma le orecchie grandi da orsacchiotto e due gocce d’inchiostro al posto degli occhi. Una pelliccia color caffellatte e una coda a pennello. Dormicchiava in una grande gabbia, spaparanzato su una specie di amaca. Su un cartellino era scritto: addomesticato. E Cristiano, senza farsi vedere dalla proprietaria, aveva aperto la gabbia e aveva infilato una mano. Fragola si era lasciato carezzare la pancia e con le manine gli aveva acchiappato il pollice e glielo aveva leccato con la lingua rasposa.
Per giorni era andato al negozio a chiedere informazioni su quanto costava (una cifra impossibile!), cosa mangiava, dove cagava, se era buono, se puzzava, e alla fine la proprietaria esasperata gli aveva detto:
«O te lo compri o sparisci».
Cristiano, offeso, aveva puntato la porta, ma prima di uscire aveva visto che la strega stava vendendo una confezione di croccantini a un cliente. Aveva aperto la gabbia, afferrato Fragola per il collo e senza starci troppo a pensare se l’era infilato nei pantaloni ed era scappato via.
Il furetto, dopo qualche secondo, aveva cominciato ad agitarsi, a torcersi e a graffiare come se lo volessero uccidere.
Cristiano intanto cercava di camminare disinvolto lungo il mezzanino ma l’animale gli scorticava le cosce.
A un certo punto non ce l’aveva fatta proprio più e aveva cominciato a urlare e a zompare come un invasato tra la folla. Si era cacciato una mano nei pantaloni mentre alle spalle aveva sentito una voce urlare: «Al ladro! Al ladro! Mi ha rubato il furetto!
Fermatelo!».
La proprietaria gli correva dietro tra le facce sbigottite.
Cristiano aveva preso a trottare. Poi la testolina del furetto era spuntata dal fondo di una gamba dei pantaloni, Cristiano aveva cominciato a scalciare e l’animaletto era schizzato fuori e dopo un volo di un paio di metri era scappato in direzione del negozio della Tim mentre lui si precipitava verso l’uscita.
Dopo quella terribile esperienza si era giurato che non avrebbe mai più rubato niente nei negozi.
Ma intanto quelle due dov’erano finite?
Proseguì per la galleria cercandole nei negozi di vestiti e di scarpe.
Piazza di Spagna era affollata di gente che si riposava ai tavolini del bar La Luna nel Pozzo. C’era un pagliaccio con il cilindro e il bastone che per tre euro si faceva fotografare insieme ai bambini. E una bionda in bikini stesa su un lettino che aveva appiccicati dei cerotti e dei fili colorati che le facevano vibrare le chiappe.
Eccole là.