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Suo padre non c’era. E neanche il furgone. Non c’era nessuno.

Nemmeno una volta durante il tragitto gli era passato per la mente che, arrivato lì, suo padre potesse non esserci.

Il panico che se n’era rimasto rintanato nelle anse del suo intestino, e che si era fatto sentire solo per instillargli il dubbio che avessero chiuso lo svincolo per San Rocco, ora gli invase la testa e gli strozzò la gola.

«Avevi… detto all’Agip… E io sono qui. Lo so… ci ho messo un sacco, ma era lontano. Avevi… detto…

l’Agip. Dove sei?» mugugnò passandosi le mani nei capelli bagnati.

Fece di nuovo un giro intorno all’autolavaggio, al gabbiotto.

Vai a vedere più avanti.

Riprese a pedalare, ma dopo nemmeno duecento metri dalla pompa di benzina la strada lentamente cominciava a salire e s’inoltrava nel bosco.

La luce del faro si posava sui tronchi neri che si affacciavano sulla carreggiata.

Questo posto non mi piace. Qui non può essere.

Il furgone poteva benissimo essere parcheggiato prima della pompa e passando non lo aveva visto.

Stava per girare la bici quando qualcosa lo trattenne.

Una musica bassa, quasi impercettibile. Si mischiava con la pioggia che frustava la strada e le chiome del bosco e con il fruscio delle ruote che giravano sull’asfalto.

Si fermò con le viscere contratte e uno spiacevole formicolio alla base della nuca.

Elisa.

La cantante. La conosceva.

Elisa che cantava: «Ascoltami… Ora so piangere.

So che ho bisogno di te… Siamo luce che… Come un sole e una stella…».

Gli sembrò di intravedere dall’altra parte della strada una sagoma squadrata che assunse i contorni di un furgone. La pioggia tamburellava sulla lamiera.

Un flebile bagliore tingeva il vetro del finestrino coperto di gocce.

Il Ducato!

La musica veniva dalla radio.

Cristiano non riuscì neanche a gioire, tanta era la paura.

E se dentro non c’era suo padre ma qualcun altro?

Non fare il cacasotto.

Scese dalla bici e l’adagiò a terra cercando di non fare rumore. Provò a deglutire, ma non aveva più saliva.

Cazzo, che strizza.

I piedi congelati gli sguazzavano nelle scarpe mentre si avvicinava. Era a meno di un metro dal furgone.

Allungò una mano e tastò il paraurti. Ammaccato.

Il fanalino della freccia rotto.

Era proprio il loro.

Due passi, afferri la maniglia e… Non ce la posso fare.

Le gambe non lo sostenevano e le braccia così stanche…

Se apro lo sportello…

Tutto quello che veniva dopo grondava sangue ed era inzuppato di morte.

Vado a chiamare qualcuno…

Con uno scatto afferrò la maniglia, aprì lo sportello del posto di guida e fece un balzo indietro pronto a schivare l’attacco di un assassino.

Nessuno.

Il display rosso dell’autoradio sul cruscotto rischiarava il posto di guida. La spense. Vide la chiave nel blocchetto. Sotto al sedile del passeggero c’era la cassetta degli attrezzi. L’aprì. Prese una lunga torcia 163

elettrica. L’accese. Poi afferrò il martello, tornò giù e aprì il portellone posteriore.

Ma anche lì non c’era niente, se si esclude un sacco di cemento, un paio di assi, una busta con i resti del picnic e la carriola.

Puntando il fascio della torcia a terra controllò tutta la piazzola. Un paio di bidoni dell’immondizia, un cartello con l’insegna pericolo d’incendi, una cabina dell’elettricità.

No, non c’era nient’altro.

168.

Beppe Trecca era inginocchiato accanto all’extracomunitario steso a terra in attesa che il suo destino si compisse.

L’automobile nera e con i cerchi in lega si fermò di fronte a lui con i fari sparati che illuminavano la strada e la pioggia.

Beppe non riusciva a vedere chi ci fosse dentro.

La macchina sembrava una Audi o una Mercedes.

Finalmente il finestrino s’illuminò e si abbassò.

Al volante c’era un tipo sulla cinquantina. Indossava una giacca color cammello e un dolcevita azzurro.

Una barba nera e folta gli arrivava appena sotto gli zigomi. I capelli tirati indietro con il gel. Aveva in bocca una sigaretta che spense nel portacenere e poi si spostò verso il finestrino del passeggero e sollevando un sopracciglio diede un’occhiata. «È andato?»

Beppe sollevò lo sguardo, l’osservò senza capire e balbettò: «Come?».

Il tipo indicò il corpo con il mento: «È morto?».

«Non lo so… Credo…»

«L’hai preso?»

«… Sì, credo di sì.»

«È negro?»

Beppe fece sì con la testa.

«E che aspetti?» s’informò il tipo come se stesse chiedendo quando arrivava il prossimo bus.

«Cosa?»

«Che aspetti ad andartene?»

L’assistente sociale non riuscì a rispondere. Aprì la bocca e la richiuse come se un fantasma gli avesse cacciato giù per la gola un cucchiaio di merda.

L’uomo si massaggiò la barba. «È già passato qualcuno?»

Beppe fece no con la testa.

«E allora muoviti, che aspetti?» Guardò l’orologio.

«Vabè, io devo andare. Ti saluto. Auguri.»

Il finestrino si sollevò e l’Audi, o quello che era, sparì così come era apparsa.

169.

Cristiano Zena si mise al centro della strada sperando per un attimo che passasse qualcuno.

Ma perché di giorno quella strada del cazzo era tutto un circolare di macchine, di ciclisti e corridori, mentre di notte si trasformava in una zona evacuata come se tra gli alberi ci fossero i mostri?

«Papà! Papà! Dove sei?» urlò alla fine verso il bosco.

«Rispondi!» La sua voce si spense contro il fitto della vegetazione.

Io in quel bosco non ci entro nemmeno…

Ma, ora che ci pensava, il rumore di sottofondo che aveva sentito nella telefonata era quello della pioggia che cadeva tra gli alberi.

Come Dio Comanda
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