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«Mamma, lo sai, se preferisci non vado. Non c’è problema. E lo stesso» le aveva detto a bassa voce stringendole la mano scheletrica.
Evelina aveva sospirato a occhi chiusi. «Ma che stai a fare qui? Con tutto il veleno che mi mettono nelle vene non riesco a tenere gli occhi aperti. Dormo tutto il giorno. Non ti preoccupare per me, Giuseppe.
Vai. Vai… Divertiti un po’, tu che puoi.»
«Mamma, sei sicura?»
«Vai… Vai…»
E lui era andato. Cinque giorni. Giusto il tempo di andare a Sharm el-Sheikh da Giulia Savaglia e tornare.
Aveva conosciuto Giulia Savaglia all’università e adesso lei faceva l’animatrice in un villaggio turistico e l’aveva tanto invitato a raggiungerla che Beppe aveva creduto che…
Al terzo giorno di permanenza al Coral Bay lei gli aveva spiegato come lo considerava.
Cos’aveva detto? “Una persona speciale. Un tesoro d’amico.”
Nello stesso giorno sua madre era morta. Era morta senza che suo figlio le tenesse la mano. E probabilmente si era domandata dov’era finito dopo che avevano passato venticinque anni uno accanto all’altra senza lasciarsi mai. Se n’era andata sola come un cane.
Beppe Trecca non se l’era perdonata.
Si era chiuso nell’appartamento di sua madre ad Ariccia depresso e addolorato, senza voler vedere più nessuno. I suoi progetti per diventare un sociologo, fare il concorso di ricercatore, se ne erano andati al diavolo. Imbottito di antidepressivi aveva vegetato per un anno e l’unica cosa che era riuscito a fare, oltre che ingrassare dieci chili, era stato andare in chiesa a pregare per l’anima di sua madre e prendersi un diploma di assistente sociale senza aver studiato una pagina.
E alla ventesima volta che sua cugina Luisa gli aveva detto che c’era un concorso a Varrano per un posto come assistente sociale, lui, esasperato, aveva fatto domanda.
“Non ti preoccupare per me, Giuseppe. Vai. Vai…”
Ti ho lasciata a morire sola come un cane. Perdonami.
Sono scappato. E non era per Giulia Savaglia, era perché sapevo che te ne saresti andata e non ho avuto la forza di starti vicino e vederti morire.
Improvvisamente, come un pugile rintronato che riceve una secchiata d’acqua in faccia, Beppe Trecca si rese conto della mostruosità di quello che stava combinando.
Singhiozzando si lanciò fuori dalla macchina, corse dall’africano che stava lì dove l’aveva lasciato, l’afferrò per le spalle e gli disse: «Tranquillo. Ora ti porto in ospedale». Cominciò a trascinarlo verso la macchina, ma si fermò ansimando e poggiò a terra il corpo per riprendere fiato. Fece due passi indietro, poi come una furia lo prese per il bavero del giaccone e cominciò a scuoterlo. «Ma perché mi devi rovinare la vita? Perché mi sei passato davanti? Che vuoi da me? Non è giusto! Non è giusto. Io… Io non ti ho fatto niente.» Si bloccò come se non avesse più forza nelle braccia. La faccia del morto a pochi centimetri dalla sua.
Era sereno. Come se stesse facendo un bel sogno.
No, non ce la posso fare.
Vorrei, ma non posso.
Constatare che non aveva i coglioni per prendere quell’uomo e portarlo all’ospedale lo fece scoppiare in un pianto disperato. Spalancò la bocca e scosso dai 169
singhiozzi si rivolse al Padreterno. «Ti prego, aiutami tu. Che devo fare? Cosa devo fare? Dimmelo tu! Io non ce la faccio. Dammi la forza tu. Io non l’ho fatto apposta. Non me ne sono accorto… Ti prego Dio, aiutami.»
Cominciò a girare attorno al cadavere, poi si mise le mani sugli occhi e implorò: «Tu che puoi tutto, fallo. Fai il miracolo. Fallo rivivere. Io non volevo ucciderlo.
È stata una disgrazia. Io ti giuro che se gli salvi la vita rinuncerò a tutto… Rinuncerò all’unica cosa bella della mia vita… Se tu lo salvi io ti prometto che…»
Esitò un istante. «… rinuncerò a Ida. Non la rivedrò mai più. Te lo giuro.»
Si inginocchiò e rimase così, fermo, a testa bassa, senza più lacrime.
173.
Cristiano Zena riaprì gli occhi.
Doveva essersi addormentato.
Devo portare papà a casa.
Ci mise qualche secondo a realizzare che quella cosa scura che si muoveva lentamente davanti al suo naso era l’indice della mano di suo padre.
Aspetta. Non ti muovere.
Doveva essere un’altra allucinazione, come il fremito che aveva sentito prima prendendogli le gambe.
Cristiano tirò su lentamente la testa.
No, non si stava sbagliando. Si muoveva. Poco, ma si muoveva.
Non resse, cacciò un urlo stridulo e afferrò la mano di suo padre.
Il pollice, l’indice, l’anulare… si piegavano come se cercassero di stringere una pallina invisibile.
Rino Zena prese a storcere la bocca e strizzare gli occhi e un rivolo di schiuma bianca gli spuntò dall’angolo delle labbra.
Cristiano lo scuoteva per le spalle. «Papà! Papà!
Papà! Sono io!»
Suo padre prese a tossire e riaprì gli occhi.
Era troppo. Cristiano, nel buio, non ce la fece più, la torcia gli scivolò dalla mano, lo abbracciò e singhiozzando prese a dargli pugni sul petto. «Stronzo, bastardo. Lo sapevo che non potevi morire. Tu non puoi morire… Tu non mi puoi lasciare… Ti ammazzo io… Ti ammazzo io, lo giuro…»
Afferrò la pila e gliela puntò in faccia. «Papà, mi senti? Fammi un segno se mi senti… Stringimi la mano se non riesci a parlare…»
Improvvisamente il corpo di suo padre fu come attraversato da una scossa da diecimila watt, e Rino spalancò di nuovo gli occhi, li roteò in su e cominciò a tremare, a digrignare i denti e a sbattere le gambe e le braccia e la testa come fosse posseduto dal demonio.
Il tutto durò meno di venti secondi e poi, improvvisamente, le convulsioni lo abbandonarono.
Cristiano lo prese a ceffoni per cercare di risvegliarlo, ma niente…
Non era morto, però. Il torace gli si gonfiava e gli si sgonfiava.
Doveva correre subito all’ospedale, chiamare un’ambulanza, i medici…
Corri! Che aspetti?
Cristiano si sollevò e si precipitò verso la strada, ma fece appena qualche passo che inciampò, la luce gli volò via e si ritrovò nell’oscurità steso su qualcosa…
Allungò un braccio tastando per capire che cosa fosse. Era morbido, bagnato ed era coperto di lana e 170
stoffa e aveva…
I capelli!
Scattò in piedi come se fosse stato acciuffato da una mano invisibile e arretrando si portò le mani davanti alla bocca e gridò: «Cristo! Cristo! Cristo!».
Afferrò la torcia da terra e con la mano che gli tremava la puntò in basso verso…
Fabiana!
A occhi aperti. A bocca aperta. A braccia aperte. A gambe aperte. La giacca aperta. La camicia aperta. La testa aperta.
Uno squarcio le partiva dall’attaccatura dei capelli, le attraversava la fronte coperta di gocce di pioggia e le divideva in due un sopracciglio. Il piercing le pendeva da un lembo di carne rosa. I capelli inzuppati di sangue e fango. Gli occhi fissi. Il reggipetto strappato.
Il seno, lo sterno e lo stomaco coperti di una roba rossiccia. I pantaloni abbassati alle ginocchia. Le gambe graffiate. Gli slip viola strappati.
Mentre le viscere gli si rivoltavano nello stomaco, Cristiano indietreggiò, spalancò la bocca cercando di ingoiare aria ma gli salì un’ondata di roba calda e cacciò fuori un getto acido e poi rantolando scappò via nel bosco, ma dopo poche decine di metri crollò in ginocchio e abbrancando un tronco provò a rigettare di nuovo senza riuscirci.
Si pulì la bocca con il dorso della mano e si disse che non aveva visto niente, che era solo un incubo e che bastava così, che doveva andare via, via da lì, e tutto sarebbe tornato a posto.
«Basta così. Adesso te ne vai tranquillo, tranquillo.»
Doveva andare sulla strada, prendere la bicicletta e tornare a casa e rinfilarsi a letto.
Posso farlo.
E allora perché non riusciva ad alzarsi, perché continuava a vedere il sopracciglio di Fabiana troncato in due e quel lembo di carne da cui pendeva l’anello e quegli occhi azzurri allagati dalla pioggia?
Il segreto era non pensare e ordinarsi cose semplici e farle una alla volta.
Ora ti alzi.
Prese un respiro e reggendosi al tronco si alzò.
Ora vai sulla strada.
Si tirò in piedi e nonostante le gambe gli sembrassero di qualcun altro cominciò ad avanzare a braccia avanti attraverso la vegetazione scura. E finalmente sbucò sulla strada. Scavalcò il guardrail e cominciò a correre giù per la discesa dimenticandosi la bicicletta.
A un tratto il bosco fu rischiarato da un fascio di luce.
Fermala.
Si mise al centro della strada, sollevò le braccia, ma all’ultimo momento, quando i fari della macchina stavano per illuminarlo, un impulso lo fece spostare di lato e saltare dietro il guardrail prima che qualcuno lo potesse vedere.
Steso dentro il ruscello che scorreva al lato della strada si chiese perché non aveva fermato quella macchina.
174.
Beppe Trecca risalì nell’automobile tirando su con il naso.
Il Signore non aveva fatto il miracolo, ma non gli aveva nemmeno dato il coraggio di portare l’uomo in ospedale.
L’assistente sociale alzò al massimo il riscaldamento, spinse la frizione, ingranò la marcia, diede un’occhiata 171
allo specchietto retrovisore e per poco non schiattò sul colpo.
L’africano era in piedi e lo guardava attraverso il lunotto.
175.
Basta. Basta pensare.
Doveva prendere suo padre e portarlo via e non chiedersi cosa cazzo fosse successo dentro a quel bosco.
Cristiano Zena ritornò al furgone scacciando la visione di Fabiana morta. S’infilò dentro il vano posteriore e con uno straccio cominciò a sfregarsi il corpo per cacciare via il freddo che gli era entrato nelle ossa.
Tirò fuori la carriola ed entrò nel bosco.
176.
«Cos’è successo? Non mi ricordo niente.» L’africano era seduto accanto a Beppe Trecca che guidava a venti chilometri all’ora con un’espressione di terrore dipinta sul viso.
Non ce la faceva nemmeno a guardarlo, tanto era terrorizzato. Quello lì seduto vicino a lui era tornato, come Lazzaro, dal regno dei morti.
Beppe era così stravolto che non riusciva neanche a essere felice.
(Hai chiesto il miracolo e il miracolo è avvenuto.) Ma com’è possibile? Un miracolo? A me? Ma che senso ha? Perché Dio ha aiutato uno sfigato come me?
(Il volere di Nostro Signore è imperscrutabile.) Quante volte aveva detto questa banalità per tirarsi fuori da situazioni rognose. Ora ne comprendeva appieno il senso.
L’assistente sociale si fece coraggio e senza voltarsi riuscì a balbettare: «Ma come ti senti?».
L’uomo si massaggiò il collo. «Mi fa male un po’
la testa e qui, sul fianco. Devo essere caduto. Non lo so, non mi ricordo niente…» Era confuso. «Stavo per attraversare la strada di corsa e poi niente. Mi sono risvegliato a terra e c’era la tua macchina. Grazie, amico.»
Beppe sgranò gli occhi. «Di cosa?»
«Di esserti fermato ad aiutarmi.»
Non ha nemmeno capito che l’ho investito.
Una sensazione di benessere gli rilassò gli addominali e l’assistente sociale seppe che Dio gli era vicino e che forse era stato troppo severo con se stesso.
Osservò l’africano. Non sembrava stesse troppo male. «Vuoi che ti porto all’ospedale?»
L’africano fece no con la testa e si agitò come se Beppe gli avesse proposto di fare una visitina a una sezione della Lega Nord. «No! No! Sto bene. Non è niente. Per favore, mi potresti lasciare al prossimo incrocio?»
Non ha il permesso di soggiorno.
«Forse dovresti farti vedere da un medico.»
«Non è niente, amico.»
«Posso almeno chiederti come ti chiami?»
Il nero sembrò rimanere un istante in dubbio se dirglielo o no, ma poi fece: «Antoine. Mi chiamo Antoine».
Indicò la strada. «Ecco, lasciami qui, per favore.
Qui va bene. Sono arrivato.»
Beppe fermò l’automobile e si guardò intorno. C’era un incrocio con un semaforo lampeggiante e intorno il deserto.
In fondo alla pianura, oltre i capannoni e i tralicci 172
dell’elettricità, un leggero chiarore aveva rubato un pezzo di cielo alla notte.
«Qui? Sicuro?»
«Sì, sì. Va bene, amico. Fermati qui. Grazie mille.»
Antoine aprì la portiera della macchina e stava per uscire quando si fermò e lo fissò. In quei due enormi occhi marroni Beppe vide risplendere il mistero della Trinità. «Posso chiederti una cosa?»
Beppe Trecca deglutì. «Sì, certo.»
L’africano tirò fuori dallo zaino un mazzo di calzini di spugna bianca e glieli porse. «Amico, li vuoi?
Sono tutto cotone. Cento per cento. Ti faccio un prezzo buono. Cinque euro. Cinque euro soltanto.»
177.
Cristiano Zena, con il busto appiccicato al volante, guidava il furgone giù per i tornanti.
Il motore del Ducato, in seconda, ululava.
Cristiano sapeva che doveva cambiare marcia, ma finché non fossero finite le curve non rischiava.
L’alba era arrivata finalmente e pioveva meno, ora.
I fari proiettavano due ovali sulla strada ricoperta di terra, pozzanghere e rami che strusciavano sul fondo del Ducato.
Cristiano lanciò un’occhiata indietro. Stesi sul pianale uno accanto all’altro c’erano Rino Zena e il cadavere di Fabiana Ponticelli.
Sul corpo di Fabiana c’erano un sacco di prove. Lui era un esperto di queste cose, aveva visto tantissimi telefilm polizieschi e si sa che sotto le unghie della vittima rimane la pelle del…
Ci fu una specie di click nella mente di Cristiano, un blackout di un istante.
… e c’erano sicuramente altri milioni di indizi e la polizia ci avrebbe messo cinque minuti a capire…
(Cosa?)
Niente.
178.
Beppe Trecca con tre pacchi di calzini in mano entrò nel suo bilocale. Si spogliò in silenzio e fece una doccia bollente senza pensare a niente. Si infilò il pigiama e abbassò le serrande. Fuori non pioveva più, e oramai il giorno aveva preso possesso del mondo. I passeri sui cipressi cominciavano timidamente a cinguettare, come a dirsi: “Ma avete visto che nottata? È
passata e si ricomincia a vivere”.
Beppe si mise i tappi nelle orecchie e si cacciò sotto le coperte.
179.
Cristiano Zena lasciò la strada che tagliava il bosco e si ritrovò alle porte di Varrano.
Era quasi fatta. Doveva attraversare il paese e prendere la statale. Imboccò un largo viale alberato e decise che era ora di cambiare marcia. Osservò il pomello del cambio consumato. Lo afferrò e stava per innestare la terza quando sentì la voce scura di suo padre che gli diceva:
(La frizione. La spingi o no quella maledetta frizione?’!) Abbassò il pedale e mise la terza al primo tentativo.
Quando guardò di nuovo fuori si accorse che in fondo al viale c’era un bagliore che tingeva di blu e 173
arancione le cime dei platani.
La polizia!
Ebbe un mezzo mancamento e istintivamente affondò il piede sui freni. Il furgone inchiodò di botto in uno stridio di ganasce e poi cominciò ad avanzare a balzi per una decina di metri e si spense nel bel mezzo della strada.
Cristiano rimase avvinghiato al volante senza respirare.
Poi chiuse gli occhi e strinse i denti.
E adesso?
Riaprì gli occhi e vide degli uomini in uniforme giallo fosforescente che stendevano lunghe strisce da una parte all’altra del viale. Proprio accanto, una volante della polizia e un camion con i lampeggianti arancione.
Un poliziotto veniva verso di lui agitando la paletta.
Cristiano provò a deglutire, ma non ci riuscì. Teneva la testa abbassata perché non voleva che il poliziotto gli vedesse la faccia da moccioso.
Svelto!
Girò la chiave e il Ducato prese a singhiozzare spinto in avanti dal motorino di avviamento.
Il poliziotto si era fermato a cinquanta metri e gli diceva di fare inversione.
Allora…
(Spingi quella dannata frizione!)
Sbuffò, si allungò e con la punta del piede schiacciò il pedale.
Bene.
(E adesso metti in folle. È quello al centro.) Dopo vari tentativi decise che aveva trovato il folle.
Girò di nuovo la chiave e questa volta il motore partì.
Ingranò la prima e mollò lentamente la frizione. Il furgone si mosse e lui girò il volante e tornò indietro.
Sulla statale incrociò lunghi tir con targhe straniere che avanzavano uno dietro l’altro come una carovana di elefanti. Il cielo aveva assunto un colore grigio scuro e a est un sottile chiarore cominciava a ravvivare la pianura. La sagoma della casa sembrava emergere come un bunker nero dalla bruma che avvolgeva i campi e la strada.
Posteggiò il furgone, spense il motore e scese. Aprì lo sportello.
Suo padre era finito sopra il cadavere di Fabiana e sotto la bicicletta. Aveva la testa in mezzo agli avanzi del barbecue e su una guancia gli si era incollata un’etichetta della birra Peroni.
Cristiano saltò su e controllò che il cuore gli battesse ancora. Era vivo. Lo afferrò per i piedi e lo tirò fuori dal furgone stando attento a non fargli sbattere la testa. Lo fece scivolare di nuovo dentro la carriola.
Poi chiuse gli sportelli e lo spinse verso casa, ma arrivato davanti alla porta si ricordò di non avere le chiavi. Le trovò in una tasca dei pantaloni di Rino.
Aprì la porta.
Dopo vari tentativi riuscì a caricarselo in spalla e lentamente, piegato sotto settantotto chili, si fece le scale fino al piano di sopra. Distrutto, senza più forze, adagiò suo padre sul letto.
Ora doveva spogliarlo, ma questo lo sapeva fare.
Quante centinaia di volte gli era già successo di doverlo mettere a letto ubriaco fradicio?
180.
Se c’era una cosa per cui il dottor Furlan perdeva la testa erano gli ziti alla genovese.
Metti tre chili di cipolle in un pentolone, ci aggiungi 174
un po’ di sedano, carote, un pezzo di vitella magra e lasci cuocere a fuoco basso per una giornata intera.
La cipolla, lentamente, si trasforma in una crema scura e profumata che metti sugli ziti con una bella manciata di parmigiano grattato e qualche foglia di basilico.
La fine del mondo.
La moglie del dottor Furlan la faceva eccezionale, perché ci metteva dentro anche un pezzo di lardo. E
la tirava tanto che della vitella non rimaneva che un ricordo.
Il problema era che Andrea Furlan, dopo aver perso la finale di pallavolo del circolo, era tornato a casa verso mezzanotte ululando per la fame, aveva aperto il frigorifero e se n’era fatta fuori una mezza zuppiera senza nemmeno riscaldarla, e poi non contento aveva aggiunto tre fette di torta ripiena di scarola, olive e capperi e due salsicce.
In questo stato si era buttato a letto. Si era svegliato tre ore dopo, per il turno in ambulanza.
Ora, seduto tra Paolo Ristori, l’autista, e l’infermiera Sperti, sentiva le cipolle e le salsicce che tentavano di scalargli l’apparato digerente. Aveva una nausea terribile e lo stomaco duro come un pallone da basket.
Il massimo sarebbe stato andare dietro e farsi una pennichella di cinque minuti sulla lettiga mentre quei due idioti battibeccavano.
Furlan, con una smorfia di disgusto in faccia, osservò Ristori.
Masticando una gomma americana continuava ossessivamente ad abbagliare un camion pieno di maiali che non si spostava dalla corsia di sorpasso. Si credeva Schumacher. Con la scusa che doveva fare presto correva come un matto.
«E insomma s’è cagato addosso…» fece Michela Sperti, una ragazza bionda imbacuccata nell’uniforme arancione. Sotto la tuta (Paolo l’aveva vista una volta in bikini alla piscina comunale e si era spaventato) era un insieme di masse muscolari così definite e precise che sembravano tanti pesci posati uno sull’altro.
Per colpa del culturismo si era persa le tette e le mestruazioni.
Ristori le diede una rapida occhiata. «Mi stai dicendo che il tuo fidanzato si è cagato addosso durante le selezioni di Mister Olimpia?»
«Sì. Mentre stava sul palco a fare le pose.»
«No… per favo…» balbettò Andrea e si mise una mano davanti alla bocca e fece un rutto alla cipolla che per poco non lo stordì.
«Be’, quando ti imbottisci di Guttalax a tre ore dalla gara…» Michela prese a mordersi le unghie.
«Ma perché l’ha fatto?» chiese Ristori.
«Era tre etti sopra al suo peso. Passava di categoria.
Quel deficiente la mattina aveva bevuto una mezza Ferrarelle. È andato in sauna, ha sudato come un dannato, ma niente, non ha perso mezzo grammo.
Allora ha capito che doveva avere l’intestino pieno. E
quindi si è purgato, ma si è sbloccato mentre stava facendo un doppio bicipite frontale.»
Furlan vide la casa e la indicò: «Rallenta! Rallenta!
Siamo arrivati. Fermati».
«Ok, capo.» Ristori mise la freccia e fece una brusca sterzata entrando a tutta velocità nel cortile della casa degli Zena e sgommando sulla ghiaia fino a fermarsi a mezzo metro da un furgone Ducato.
Michela si tirò su inferocita. «Stronzo! La prossima volta, ti giuro, ti do un cartone sul naso se sterzi all’improvviso 175
in questo modo.»
«Sai che paura! Ma chi sei? Shanna, la principessa degli elfi?»
Furlan afferrò la valigia del pronto soccorso e scese dall’ambulanza. L’aria fresca lo fece sentire subito meglio. Si avviò verso l’ingresso dell’abitazione. La porta era spalancata.
Ristori con la lettiga e la Sperti con la bombola dell’ossigeno lo seguirono in casa dandosi spintoni come due adolescenti.
Il dottore si ritrovò in uno stanzone. Un tavolo ricoperto di lattine di birra. Delle sedie di plastica bianca.
Che schifo.
Nella penombra riuscì a scorgere una figura seduta su una sedia a sdraio.
Furlan si avvicinò e vide che era un ragazzino alto e magro come una cicogna che li guardava senza espressione. Indossava un lungo accappatoio arancione e un paio di mutande sformate. Era pallidissimo e aveva due occhiaie scure intorno agli occhietti gonfi e iniettati di sangue. Vedendoli entrare non fece nulla se non spalancare la bocca.
O è fatto o è traumatizzato.
«Sei tu che hai chiamato il 118?» domandò Ristori al ragazzino.
Quello fece segno di sì con la testa e indicò le scale.
«Ti vedo strano. Stai bene?» gli chiese la Sperti.
«Sì» si limitò a dire il ragazzino, come rallentato.
Furlan si guardò intorno. «Dov’è?»
«Su» fece il ragazzino.
Furlan salì di corsa al piano di sopra e nella prima stanza trovò, allungato su un materasso, un uomo pelato e ricoperto di tatuaggi. Era strizzato in un pigiama di flanella blu a righe bianche.
Mentre apriva la valigetta Furlan diede di sfuggita un’occhiata alla stanza. Mucchi di panni appallottolati.
Scarpe. Scatoloni. Su una parete era appesa una grande bandiera con una svastica nera.
S’impedì di farsi girare immediatamente i coglioni.
Non era il primo e non sarebbe stato l’ultimo maledetto naziskin che gli capitasse di soccorrere facendo quel lavoro. Quanto odio questi bastardi…
Si piegò e afferrò il polso dell’uomo. «Signore?! Signore?!
Signore, mi sente?!»
Nulla.
Furlan prese lo stetoscopio. Il cuore batteva. Regolare.
Tirò fuori dalla tasca della giacca la matita e con la punta punzecchiò l’avambraccio di quel tizio.
L’uomo non ebbe alcuna reazione.
Si girò verso il ragazzino che, appoggiato sullo stipite della porta, lo fissava con uno sguardo da pesce lesso.
«Chi è? Tuo padre?»
Il ragazzino fece segno di sì.
«Da quanto sta così?»
Il ragazzino alzò le spalle. «Non lo so. Mi sono svegliato e l’ho trovato così.»
«Cos’ha fatto ieri sera?»
«Niente. È andato a letto.»
«Ha bevuto? È pieno di lattine di birra, qui.»
«No.»
«Si droga?»
«No.»
«Ti prego di dirmi la verità. Si droga?»
«No.»
«E ha preso dei farmaci?»
«No, non credo.»
«Soffre di qualcosa? Malattie?»