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«No…» esitò Cristiano, poi aggiunse: «Di malditesta.»
«Prende qualche medicina?»
«No.»
Furlan non riuscì a capire se il ragazzino stava mentendo.
Non è un tuo problema, si disse come sempre si diceva in casi come questo.
Il medico si rivolse a Ristori indicando il ragazzino:
«Portalo fuori, per favore».
Si slacciò la giacca. Poi sollevò le palpebre all’uomo e con la torcia gli osservò le pupille. Una era dilatata e l’altra contratta.
Nove su dieci una bella emorragia cerebrale.
Il nazista, nella sfiga, era pure fortunato: l’ospedale del Sacro Cuore di San Rocco da meno di un anno aveva aperto un nuovo reparto di terapia intensiva e rischiava pure di salvarsi.
«Ventiliamolo, impacchettiamolo e scarichiamolo»
ordinò alla Sperti, che rapida gli infilò il tubo endotracheale in gola. Lui intanto gli incannulò la vena dell’avambraccio.
Lo misero sulla barella.
E se lo portarono via.
181.
In seguito Cristiano Zena ricordò il momento in cui si portarono via suo padre su una lettiga come quello che cambiò la sua esistenza.
Più di quando aveva pedalato nella pioggia sicuro che non ci fosse più il bivio per San Rocco, più di quando aveva trovato suo padre morto nel fango, più di quando aveva visto il cadavere di Fabiana Ponticelli.
Il mondo cambiò e la sua esistenza divenne importante, degna di essere raccontata, quando vide la testa del pelato scomparire dentro l’ambulanza.
DOPO.
Ti hanno iscritto a un gioco grande.
Edoardo Bennato, Quando sarai grande.
Parte Quarta.
Lunedì.
182.
Nelle prime ore del mattino il temporale che aveva infuriato per tutta la notte sulla pianura si spostò sul mare dove finì di sbollire la sua rabbia affondando un paio di pescherecci e poi, fiacco e indebolito, si spense al largo dei Balcani.
Il telegiornale delle otto accennò appena al temporale e alla piena del Forgese, perché quella notte era stato rapito nella periferia di Torino un noto presentatore televisivo.
Un sole malaticcio stese i suoi raggi sulle terre grigie e zuppe e gli abitanti della pianura, come granchi dopo il passaggio della risacca, tirarono fuori la testa dai buchi in cui si erano tappati e, come piccoli ragionieri, incominciarono a stimare i danni.
Alberi e cartelloni abbattuti. Qualche vecchia cascina scoperchiata. Frane. Strade allagate.
I frequentatori del caffè Rouge et Noir si accalcarono contro il bancone di marmo e guardarono la teca in cui erano custoditi i famosi fagottini ripieni di cioccolata bianca. C’erano. E se c’erano i fagottini voleva dire che la vita continuava.