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133.
Danilo Aprea, con la bottiglia di Caffè Sport Borghetti stretta in mano, aveva controllato le automobili del garage. Una per una.
Tutte chiuse.
In quel condominio di merda tutti vivevano nel terrore che gli rubassero la macchina. E sicuro, al cento per cento, che avevano anche antifurti e controcazzi inseriti.
Aveva pensato di sfondare un finestrino e collegare i cavi dell’accensione come si vede nei film.
Ma non erano per lui, queste cose. Ci faceva giorno, cercando di smontare il cruscotto.
Se ci fosse Quattro Formaggi…
Danilo digrignò i denti come un cane idrofobo e urlò livido di rabbia: «Vaffanculo! Vaffanculo a tutti voi! Non mi fermerete. Avete capito? Non mi fermerete!
Ci state provando in tutti i modi, ma non ci riuscirete.
No! No! E no! Io il colpo lo devo fare». E diede un calcio contro lo sportello di una Mini Cooper facendosi un male incredibile.
Cominciò a saltellare bestemmiando e quando il dolore diminuì sollevò la bottiglia di Caffè Sport Borghetti, se ne fece fuori un terzo e si diresse ondeggiando verso l’uscita del garage.
134.
Nella tasca dei pantaloni c’era il suo cellulare.
Quando Rino Zena pensava al telefonino lo vedeva apparire enorme come se fosse proiettato sulla volta viola.
Non era la foto di un cellulare, ma un disegno fatto con un grosso pennarello nero. I numeri scritti con una grafia infantile e al posto dello schermo un cerchio con il sorriso e gli occhi. Avrebbe potuto contemplarlo per sempre.
Ma ora doveva prendere il suo telefonino dalla tasca dei pantaloni…
Bisognava parlare alle formiche e spiegar loro cosa fare.
135.
Danilo Aprea se ne stava in piedi sul parapetto del canale, con le mani poggiate sui fianchi, e fissava inebetito le gocce di pioggia.
Alla luce fioca del lampione sul piccolo ponte pedonale le gocce sembravano fili d’argento che si scioglievano sulla superficie marroncina del fiume imbrigliato dal terrapieno.
Le rive e gran parte dei pilastri sotto il ponte erano stati ingoiati dalla piena. Se la pioggia continuava a venire giù così, prima di mattina l’acqua avrebbe superato gli argini.
Danilo era bagnato fino alle mutande. Le guance e il mento gelati e le lenti degli occhiali rigate dalla pioggia.
Erano bastati cinquanta metri, la distanza da casa a lì, sotto quell’acquazzone, per ridurlo a un cencio bagnato.
Una scatola di polistirolo, di quelle che si usano per il pesce, sfrecciò beccheggiando tra i flutti come un gommone sulle rapide del Colorado e scomparve 141
sotto il ponte.
Danilo, provando a non far caso a un rivo gelato che gli colava lungo la schiena, chiuse gli occhi e cercò di ricordare dove, cinque anni prima, aveva lanciato le chiavi.
Più o meno qui.
Il 12 luglio di cinque anni fa… Faceva un caldo infernale e le zanzare non mi davano tregua.
Dopo il funerale di Laura aveva fatto tornare Teresa con la madre e lui aveva preso l’Alfa e si era fermato a un bar dove si era scolato il primo bicchiere di grappa della sua vita e per maggior sicurezza se n’era comprata una bottiglia intera, poi era passato da un negozio di autoricambi e aveva acquistato un telo per auto ed era tornato a casa. Aveva parcheggiato la macchina in garage, l’aveva coperta con il telo ed era andato al canale.
Quel giorno il corso d’acqua aveva tutt’altro aspetto.
Non pioveva da un sacco di tempo e si era ridotto a un rigagnolo puzzolente, infestato di insetti, che scorreva lento tra carcasse di motorini, scheletri di elettrodomestici e calle in fiore.
Danilo aveva guardato l’acqua verdastra. Poi aveva preso dalla tasca le chiavi della macchina e le aveva scagliate con tutta la sua forza nel canale. Il mazzo aveva superato il rigagnolo, la riva sabbiosa coperta di canne, aveva sbattuto contro il terrapieno ed era caduto sul bagnasciuga, sparendo tra dei grossi cubi di cemento affondati nel fango secco.
Questo se lo ricordava bene, perché per un attimo aveva pensato che sarebbe dovuto scendere e gettare le chiavi nell’acqua se no i vecchi, che ogni tanto si mettevano a pescare da sopra il ponte, potevano vederle e poi andargli a fregare la macchina. Ma non lo aveva fatto.
Chiunque avrebbe detto che era matematicamente impossibile che fossero ancora là, la corrente se le era portate via e a quest’ora si trovavano nelle profondità del mare. Ma questo in caso di circostanze ordinarie.
Quelle in cui si trovava Danilo, invece, non erano circostanze ordinarie, quella era la sua vita e se il destino aveva deciso che doveva trovarle le avrebbe trovate.
Corse lungo il canale, attraversò il ponticello in mattoni e ritornò indietro nel punto dove ricordava fossero cadute le chiavi.
Guardò giù. Non era molto alto. Due, tre metri. Appendendosi con le mani il salto non era impossibile.
Il problema si sarebbe presentato dopo, quando ne sarebbe dovuto uscire.
Una ventina di metri più giù spuntava dall’acqua il tronco di un albero.
Da lì posso arrivare fino alla strada.
Danilo si tolse gli occhiali e se li infilò nella tasca della giacca.
Salì sul muretto, tirò fuori la catenina con la medaglietta di Padre Pio, la baciò e si appese al cornicione.
Adesso doveva solo buttarsi.
Basta trovare il coraggio.
Ma anche se non avesse trovato il coraggio, oramai non ce l’avrebbe mai fatta a tirarsi su con la sola forza delle braccia, quindi…
Fece un bel respiro e si lasciò andare.
Finì nell’acqua fino alla cintola. Era così gelata che non ebbe nemmeno la forza di urlare. Un miliardo di aghi gli penetrarono le carni e fu subito afferrato dalla corrente impetuosa. Si dovette avvinghiare con tutte e due le mani alle frasche che crescevano negli interstizi dei mattoni del terrapieno per non essere trascinato via.
Non riusciva nemmeno a poggiare i piedi sul fondo, 142
tale era la forza del flusso. E le fronde, nonostante fossero robuste, non avrebbero retto a lungo il suo peso.
Cominciò a cercare le chiavi sul fondo del torrente.
Mollò la presa con una mano e il fiume lo spinse sotto.
Bevve un sacco di acqua che sapeva di terra.
Cacciò fuori la testa e cominciò a sputare e poi boccheggiando prese a rovistare di nuovo sul fondo.
Sentì con i polpastrelli gli spigoli dei cubi di cemento ricoperti di alghe e gli steli viscidi delle piante acquatiche.
Muoveva con fatica le dita intorpidite dal freddo.
Non ci sono. Come possono essere ancora qui? Solo un deficiente come me poteva pensare che dopo cinque anni…
Il ramo a cui era appeso, senza preavviso, si strappò dal muro. Danilo sentì che la corrente lo afferrava, cominciò a mulinare gambe e braccia come un cane che affoga cercando di resistere, ma era impossibile, allora, disperato, provò ad ancorarsi ai cubi di cemento, che però erano viscidi. Con le nocche batté contro un tondino di ferro che spuntava dal fango. Riuscì ad afferrarlo e rimase appeso, fra i mulinelli e il frastuono dell’acqua che lo assordava, come un grosso tonno preso all’amo.
Sapeva che non avrebbe retto a lungo, il freddo era insopportabile e la corrente lo tirava, ma se mollava sarebbe stato trascinato via e sarebbe finito dritto contro le grate della chiusa un chilometro più in basso.
Ma che cosa sto facendo?
Improvvisamente, come un sonnambulo che si risveglia sul ciglio di un cornicione al quinto piano di un palazzo, si terrorizzò rendendosi conto del casino in cui si era cacciato. Solo una follia suicida poteva averlo portato dal calduccio sicuro di casa tra i gorghi di un canale in piena.
Esplose in una mitragliata di bestemmie irripetibili che lo avrebbero fatto dannare per sempre, se non fosse stato certo di essere già da un pezzo condannato al fuoco eterno.
Era allo stremo delle forze, cercava di tenere duro, di avvinghiarsi allo spunzone di ferro, ma oramai aveva solo il naso, come la pinna di uno squalo, che affiorava dall’acqua. Stava per mollare quando si accorse che intorno al tondino c’era qualcosa, come un anello metallico.
Lo toccò.
No! Non era possibile!
Per l’emozione mancò poco che lasciasse la presa.
Le chiavi!
Ho trovato le chiavi!
Le mie chiavi.
Tutte e tre. Quella della macchina, quella della porta dell’atrio e quella della saracinesca del garage.
Che botta di culo!
No, era blasfemo chiamare così quel ritrovamento.
Quello era un miracolo. Un miracolo in piena regola.
Quando le aveva lanciate, le chiavi avevano sbattuto contro il terrapieno e cadendo l’anello che le teneva insieme si era infilato nel tondino.
Un po’ come quel gioco del luna park in cui se tiri il cerchio intorno a una bottiglia vinci il peluche. Ma lui non aveva mirato. Non lo aveva neanche visto il tondino.
Questo significava che Dio, il fato, il caso, chiunque fosse, aveva voluto così. Quante possibilità c’erano che una cosa del genere potesse succedere? Una su dieci miliardi.
Quelle chiavi erano rimaste lì, per tutti quegli anni, immerse nell’acqua e nel fango, aspettando che lui 143
tornasse a riprendersele.
Mezzo affogato e assiderato, Danilo Aprea provò una sensazione di calore al centro del torace che lo riscaldò e gli spazzò via qualsiasi dubbio e paura su quello che stava facendo, proprio come un forno rovente incenerisce in un istante un pezzo di carta.
Su, in cielo, c’era qualcuno che lo aiutava.
Sfilò le chiavi dallo spunzone. Le strinse forte, conficcandosele nel palmo della mano. E poi, sicuro di trovare il modo per uscire da quel fiume, prese un respiro, chiuse la bocca, si tappò il naso e si lasciò andare.
136.
I tre tiranti arrugginiti che reggevano la grande banana si tendevano come le sartie di un vascello in una bufera boreale.
A circa trenta metri dal cartellone, nel Rimor SuperDuca 688TC, Beppe Trecca e Ida Lo Vino erano impegnati in un amplesso furioso.
L’assistente sociale era steso nella mansardina sopra la cabina di guida e a cavalcioni su di lui, in un risicato smorzacandela, Ida si agitava e ansimava massaggiandosi le piccole tette che fuoriuscivano bianche dal reggiseno di pizzo nero.
Assordato dal frastuono della pioggia, dei tuoni e delle capocciate di Ida contro il soffitto imbottito del camper, Beppe inspirava ed espirava, con la moglie del suo migliore amico affondata sul suo coso, e combatteva una battaglia con il proprio sistema nervoso simpatico che aveva deciso di fargli avere un orgasmo entro pochi secondi. Lo sentiva scendere, infame, attraverso il midollo spinale e azzannargli le cosce e convergere rabbioso verso il bacino contraendogli la muscolatura.
Doveva far rallentare Ida, sospendere un attimo, gli bastava un attimo, perché così non avrebbe retto ancora molto…
L’afferrò per la vita cercando di sollevarla e di sfilarglielo, ma lei interpretò male il gesto e gli si avvinghiò e continuando a pompare gli sussurrò nell’orecchio sinistro: «Sì… Sì… Non sai quanto ho immaginato questo momento. Sfondami!».
D’accordo, così non funzionava. Doveva riuscirci da solo, ad arginare l’orgasmo, distrarsi, pensare a qualcosa di disgustoso, di abietto, che lo avrebbe calmato.
Bastava un attimo e sarebbe passato.
S’immaginò di ingropparsi padre Marcello. Quell’essere orrendo, butterato dal vaiolo e devastato dalla psoriasi, che viveva in parrocchia. Immaginò di penetrare le chiappe flaccide e pelose del prete marchigiano.
Questo, in effetti, lo aiutò un po’. Ma appena vide, nella penombra del faretto da lettura, il volto di Ida sfigurato dal piacere e si accorse che, come in trance, lei s’infilava l’indice tra le labbra umide e se lo passava sulla lingua non resse, provò a pensare a qualcosa di più deprimente, gli venne in mente la noche triste di Cortes e l’orrendo massacro del popolo azteco, ma non bastò, venne lo stesso in silenzio.
Non riuscì nemmeno a capire se fosse più il piacere o la delusione. Soffocò il vagito e sperò che gli rimanesse duro il tempo sufficiente per far venire anche lei.
Strinse i denti, impassibile come un fante prussiano.
«Beppe… Beppe… Oddio, sto per venire… Vengo!
Vengo!» miagolò Ida affondandogli le unghie nelle spalle.