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Fabiana trovava che si vestisse benissimo. Quella sera indossava un paio di Levi’s a vita bassa, gli stivali texani, un golf di lana grezza con sopra dei disegni geometrici e si era raccolta i capelli in tante treccine.
Qualche giorno prima, in condizioni non tanto diverse da quelle, Fabiana aveva incrociato la madre di Esmeralda e avevano chiacchierato. Serena ti faceva stare a tuo agio, ti trattava come un’adulta e ti ascoltava.
Solo che quella sera l’aveva guardata un po’ più a lungo e poi le aveva chiesto: «Non è che voi due vi fate troppe canne?».
Fabiana, come un cane che l’ha fatta sul tappeto, si era acquattata contro la parete e con un sorriso che per poco non si era slogata la mandibola aveva detto falsissima: «Cosa? Non ho capito, scusa».
«Non è che vi fate troppe canne?»
Aveva aperto la bocca e aveva sperato che le uscisse qualcosa di sensato, ma non era successo niente e allora l’aveva richiusa e aveva fatto no con la testa.
«Lo so… Sono affari vostri e sono sicura che… ecco, sono sicura che siate abbastanza intelligenti per sapervi regolare. Ma con le canne è facile farsi prendere la mano… E poi diventa difficile concentrarsi a scuola…
Scusami se ti rompo… Non lo faccio di solito.»
Le costa da morire dirmelo, aveva pensato Fabiana.
«Sono un po’ preoccupata, se vuoi sapere la verità.
Con Esmeralda in questo periodo è impossibile parlare…
È sempre arrabbiata, come se le avessi fatto qualcosa di terribile. Mi risponde in un modo così aggressivo che mi mette paura… Io dico solo che se vi fate troppe canne poi vi isolate e il mondo inizia a sembrarvi piccolo e soffocante… Forse dovreste cercare di uscire di più, di non stare sempre sole, rinchiuse in quella…»
Fabiana, a bocca aperta, l’aveva fissata con l’espressione sbalordita di un bambino davanti a un camaleonte che cambia colore.
Il mondo piccolo e soffocante.
Ecco, la madre di Esmeralda aveva centrato quello che lei da un po’ sentiva dentro e la faceva stare così male.
Un mondo piccolo e soffocante. Da cui te ne devi andare appena finisci la scuola. Te ne devi andare in America, a Roma, a Milano, dove vuoi tu, ma te ne devi andare via da questo paese piccolo e soffocante.
Perché quell’essere sensibile, bellissimo, in piedi davanti a lei era la madre di Esmeralda e non la sua? Perché era così sfortunata da essere la figlia di una donna che aveva l’apertura mentale di una suora di clausura e che passava l’esistenza a ripetere la cantilena che papà stava passando un momento difficile al lavoro e che dovevano impegnarsi a rendergli la vita più facile?
E io? Io non esisto? No, per mia madre io non esisto. O
meglio, esisto perché faccio parte della famiglia Ponticelli e quindi devo essere Brava, Buona e Bella.
Ma non è meravigliosa una madre che ti dice che se ti sfondi di canne non sono affari suoi?
Quando sua mamma aveva scoperto in una tasca dei pantaloni un minuscolo pezzetto di fumo prima aveva simulato uno svenimento, poi l’aveva portata a parlare da Beppe Trecca, l’assistente sociale, e poi aveva cercato di spedirla in collegio in Svizzera. E se non fosse stato per la tirchieria del Merda a quell’ora sarebbe stata confinata a Lugano in un collegio paramilitare.
E la cosa più assurda di tutte, che la faceva stare troppo male, era che Esmeralda non si rendeva conto di quanto fosse fortunata ad avere una madre così. Le rispondeva male per principio. Alzava gli occhi al 103
cielo. Sbuffava.
Per un secondo, nascosta nell’ombra, Fabiana fu indecisa se chiedere a Serena di accompagnarla a casa.
Ma era meglio la pioggia che farsi vedere in quello stato.
Con la leggerezza furtiva di Eva Kant, Fabiana Ponticelli girò la chiave nella serratura e se ne uscì nella tempesta.
75.
Danilo Aprea stringeva la cornetta con due mani come fosse una mazza ferrata. «Rino, ma come cazzo faccio a stare calmo? Dimmelo tu! Quell’idiota è scomparso! Siamo in un ritardo incr…»
«Arriverà. Stai calmo! E poi in ritardo rispetto a cosa, scusami? Se arriviamo prima o dopo che diavolo ti cambia?» rispose Rino sbadigliando.
Dentro le pareti dello stomaco di Danilo Aprea zampillava acido cloridrico puro. Fece uno sforzo sovrumano per non mettersi a urlare così forte da farsi saltare una coronaria. Doveva stare calmo. Molto calmo. Ingoiò la bile che gli urticava l’esofago e pigolò: «Come rispetto a cosa? Ti prego, Rino, non fare così…».
«Non fare così cosa? Ma hai visto che tempo c’è fuori? Come ci andiamo, a prendere il trattore? A nuoto? Intanto aspettiamo che diminuisce e poi si vedrà.»
Danilo inspirava ed espirava gonfiando e sgonfiando le guance come Dizzy Gillespie.
«Ma cosa stai facendo? Hai l’asma?» gli domandò Rino.
«Niente. Niente. Hai ragione tu. Come sempre hai ragione tu. Aspettiamo.»
Odio puro.
Era quel tono pacato di Rino, da padreterno sotutto io che rimaneva calmo pure quando i marziani invadevano la Terra, che lo faceva diventare folle di rabbia. Quanto avrebbe goduto a piantargli un pugnale nel cuore. Cento, mille volte urlando: “Sai tutto tu, eh? Hai proprio ragione, sai tutto tu!”.
«Bravo. Devi rilassarti. Vi aspetto qui, che dobbiamo parlare.» E Rino riattaccò senza nemmeno salutare.
«Parlare? Parlare di cosa?» urlò Danilo, afferrò il telecomando e lo scagliò contro il muro mandandolo in pezzi e poi cominciò a saltarci sopra.
76.
Il cielo pesto si abbatteva come un martello su Quattro Formaggi e il suo Boxer. Le raffiche di vento e pioggia lo sbattevano a destra e a sinistra ed era un’impresa tenere dritto il motorino.
Lo scroscio dei torrenti che scorrevano sulla strada e il gorgoglio dei tombini che vomitavano fiotti di acqua marrone si fondevano nel casco in un rombo terrorizzante.
Non si vedeva un accidenti e Quattro Formaggi avanzava verso casa di Danilo a memoria.
La tormenta aveva strappato una fila di alberi dal marciapiede e li aveva gettati in mezzo alla strada.
Un grosso pino era piombato su un’automobile sfondandole il parabrezza.
Ma cos’era, la tempesta del secolo?
Il giorno dopo tutti i telegiornali avrebbero parlato di piene, alluvioni, crolli, danni all’agricoltura, rimborsi.