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Qualcuno gli aveva sollevato dal petto quei mille chili che non lo facevano più respirare.
Dilatò i polmoni, buttò fuori l’aria e si passò le dita fra i capelli. Si stirò con le mani la giacca e si aggiustò il nodo della cravatta.
Attraversò deciso la calca e si infilò nel banco dove stava Ida.
Sentì l’odore buono del suo profumo. Le strinse un braccio. «Ida?»
La donna si girò e lo vide. Sbalordita sospirò: «Beppe!
Dove eri finito?».
«A chiudere i conti con Dio» disse, poi le fece cenno di aspettare e si rivolse a Mario Lo Vino che lo guardava sorridente: «Finita la funzione, devo parlarti».
Si sedette e prese la mano a Ida.
240.
Cristiano aveva dovuto abbracciare tutti i suoi compagni di scuola. Alcuni lo avevano anche baciato.
Pure quello sfigato di Colizzi, il secchione, che lo aveva sempre odiato. L’unica che non lo aveva degnato di uno sguardo era Esmeralda Guerra, l’amica di Fabiana.
Sulle prime neanche la riconobbe, vestita così elegante e con i lunghi capelli neri raccolti in una treccia.
Si era anche tolta il piercing. Sembrava più grande ed era bellissima. In mano aveva un foglio che continuava a leggere. Intorno le sedeva un drappello di damigelle che cercavano di consolarla.
Cristiano si sedette accanto a Pietrolin, che una volta aveva picchiato al centro commerciale con la sagoma di cartone di Brad Pitt.
Pietrolin gli diede una gomitata. «La Guerra leggerà una poesia che ha scritto per Fabiana. E domani alle tre e mezzo va anche alla Vita in diretta.»
Dall’altra parte, in piedi accanto a un confessionale, c’era Tekken con tutta la sua banda. Ducati, Nespola, Memmo e altri tre o quattro di cui Cristiano non conosceva il nome. Aveva addosso un’armatura di gesso.
Allora la legnata te l’ho data bene. Ti ho fatto male. Te lo meriti. Visto quello che hai fatto a Quattro Formaggi…
A un tratto ci fu un mormorio generale.
Cristiano si voltò.
Erano entrati il padre, la madre e il fratellino di Fabiana.
La folla si aprì per farli passare. I Ponticelli si tenevano stretti l’uno all’altro e avanzavano smarriti in mezzo alla gente. C’era chi sollevava i telefonini per fotografarli e fare i video. Nella penombra della chiesa gli schermi dei cellulari s’illuminavano come ceri funebri.
Li fecero sedere in prima fila accanto al sindaco, a un sacco di personaggi importanti e ai poliziotti in divisa.
La madre prese in braccio il figlio mentre le telecamere delle televisioni zoomavano in un primo piano.
«Dopo il funerale c’è il corteo fino al cimitero. Non ho capito se ci dobbiamo andare anche noi.»
Cristiano fissò Pietrolin senza sapere cosa dire. Da quando era entrato nella chiesa aveva evitato di guardare verso l’altare, ma non resse più.
La bara bianca era deposta sopra un tappeto rosso.
Intorno migliaia di iris, tulipani, margherite. Decine di corone e coniglietti di peluche bianchi.
Una fila sterminata di persone si avvicinava e deponeva altri fiori o semplicemente sfiorava la bara.
Lì dentro c’è Fabiana e io sono stato l’ultimo a toccarla.
Rivide il momento in cui spingendo nel fiume il 244
cadavere avvolto nella plastica le aveva sfiorato un dito del piede.
241.
L’Uomo delle Carogne aprì la porta del reparto di rianimazione.
Il cuore ora gli batteva forte nel petto, ma il ritmo era regolare.
C’era un viavai di medici e infermieri che uscivano ed entravano dalla stanza dove era ricoverato Rino.
Un allarme suonava.
Si avvicinò mordendosi il palmo della mano.
Intorno al letto c’era un capannello di dottori che discutevano e gli nascondevano la visuale.
Nessuno faceva caso a lui.
Allora prese coraggio e si avvicinò un altro po’.
Sotto il golf sentiva la pistola che spingeva sul costato indolenzito.
Attraverso le schiene dei medici vide il corpo di Rino sotto le lenzuola. Il collo, il mento, le guance, le palpebre abbassate… Il braccio tatuato da cui uscivano i tubi trasparenti che si sollevava. L’indice puntato verso di lui. Gli occhi azzurri fissi nei suoi.
Rino aprì la bocca e disse: “Sei stato tu!”.
242.
Incominciò una musica e la chiesa si ammutolì. Rimase solo il pianto di qualche bambino.
In fondo, a lato dell’altare, c’erano quattro ragazze con la gonna nera e la camicia bianca che con il violino suonavano una melodia tristissima. Cristiano l’aveva già sentita in un film di guerra.
Esmeralda guardò la Carraccio, l’insegnante di Matematica, che le fece segno di andare, e tutti i suoi compagni si sollevarono dagli scranni per farla passare dandole delle pacche d’incoraggiamento.
La chiesa era così silenziosa che i tacchi delle scarpe nere rimbombavano sulle arcate in cemento armato.
Esmeralda salì composta i tre gradini, passò accanto alla bara e si mise in piedi dietro al leggio. Si avvicinò al microfono e dovette prendere tre respiri prima di riuscire a dire con un filo di voce: «Questa è una poesia. L’ho scritta per te, Fabiana». Si passò una mano sugli occhi. «Fabiana dal sorriso. Fabiana dal cuore grande. Fabiana che sapeva illuminare anche le giornate più buie… Fabiana che ci faceva ridere… Ora sei…» Piegò la testa e cominciò a sussultare. Provò a continuare. «… ora sei… ora sei…» ma non ci riuscì.
Bofonchiò tra i singhiozzi: «Ci mancherai, farfallina».
E poi si allontanò dal leggio e corse al suo posto coprendosi il viso.
Alessio Ponticelli guardò la moglie e le strinse forte la mano. Fece un respiro e andò al microfono.
Cristiano lo aveva visto qualche volta davanti alla scuola. Era un bell’uomo, un tipo atletico, sempre abbronzato.
Ma ora sembrava ammalato, come se gli avessero succhiato via ogni forza. Era pallido, spettinato e con gli occhi lucidi e febbricitanti. Tirò fuori dalla giacca un foglio piegato, lo aprì, lo guardò, ma poi se lo rinfilò in tasca e cominciò a parlare piano.
«Avevo scritto di Fabiana, mia figlia, di che magnifica creatura era, avevo scritto dei suoi sogni, ma non ce la faccio, scusatemi…» Tirò su con il naso, si asciugò gli occhi e riprese a parlare con più vigore.