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Gli abbaglianti della Puma di Beppe Trecca illuminavano una immensa insegna a forma di banana su cui era scritto campeggio Bahamas.

Eccoci.

L’assistente sociale, tutto emozionato, uscì curvo dalla coupé metallizzata riparandosi con un ombrellino striminzito che il vento gli rivoltò come un imbuto. Si avvicinò al cancello chiuso con una catena e tirò fuori dalla tasca dell’impermeabile il mazzo di chiavi del camper di Ernesto, il marito di sua cugina.

Ci saranno anche quelle del cancello.

Ma non ne aveva la certezza visto che le aveva…

(rubate.)

… prese in prestito dalla vaschetta all’ingresso dell’appartamento di sua cugina Luisa, senza dire nulla.

Vabbè, e che problema c’è? Domani mattina gliele rimetto a posto e nessuno si accorgerà di niente.

L’idea di chiedere a Ernesto se gli prestava il camper per la notte non lo aveva neanche sfiorato, e questo per due ragioni:

1.) Il marito di Luisa era curioso come una scimmia e avrebbe scoperto tutto e nessuno al mondo doveva sapere di lui e Ida Lo Vino. Se fosse venuto fuori qualcosa, lui era un uomo finito.

2.) Il camper Ernesto non lo prestava a nessuno. Per comprare quella casa viaggiante si era indebitato fino al collo.

Beppe riuscì a trovare la chiave che apriva il lucchetto, spinse il cancello ed entrò nel campeggio con la macchina, senza richiuderlo.

Il piazzale coperto di ghiaia che affacciava sul Forgese era allagato. Il fiume, nero come inchiostro, che scorreva di solito a una trentina di metri da lì, ora si era ingoiato il moletto e lambiva la baracca delle canoe. Le palme con le foglie mangiate dall’inverno erano sballottate da refoli di vento e pioggia.

Anche dietro i vetri si sentiva il frastuono del fiume in piena.

Una nottata più schifosa di quella per un incontro romantico era difficile immaginarla.

I camper e le roulotte erano parcheggiati uno accanto all’altro.

Ora, quale diavolo è quello di Ernesto?

Beppe si ricordava che si chiamava qualcosa come Rimmel. Alla fine proprio in fondo alla fila vide un bestione bianco con scritto sopra Rimor SuperDuca 688TC.

Eccolo lì.

In quel coso si sarebbe compiuto l’atroce tradimento.

Sì, perché, Beppe ne era cosciente, quella che si apprestava a compiere era una vera e propria infamata, un attentato in piena regola all’integrità di una famiglia. Il povero Mario non se la meritava proprio questa mascalzonata dal suo migliore amico.

(Lascia stare. Tornatene indietro. Mario ti ha accolto in casa sua come un fratello. Ama sua moglie da morire e si fida di te.)

Parcheggiò cercando di non ascoltare la voce della sua coscienza.

(Sicuramente anche Ida ti sarebbe riconoscente.) Beppe sospirò spegnendo il motore.

Sono una merda. Lo so. Vorrei, ma non posso… Forse dopo averla avuta mi tirerò indietro. Ma così non posso vivere, devo averla almeno una volta.

Scese dalla macchina e girò intorno al camper tirandosi dietro un trolley blu tra le pozzanghere.

Dopo un paio di tentativi la porta si aprì, e con un miscuglio di eccitazione e senso di colpa l’assistente 95

sociale salì la scaletta ed entrò, mentre un lampo colorava di blu la dînette e il divanetto.

68.

Cristiano Zena fu svegliato da un tuono così potente che per un attimo pensò che sulla statale fosse esplosa un’autocisterna.

Tastò i cuscini, lo schienale e si rese conto di essere sul divano. Si era addormentato mentre vedevano il film con Al Pacino.

Era tutto buio. La pioggia picchiava sui vetri e il cancelletto, in cortile, sbatacchiava spinto dal vento.

«Tranquillo, Cri. Se n’è solo andata la luce.»

Cristiano riuscì appena a distinguere i lineamenti del viso di suo padre, tinti di rosso dalla brace della sigaretta.

«C’è un temporale della madonna. Vai a letto.»

«Ma che ore sono?»

«Non lo so. Le undici e mezzo, circa.»

Cristiano sbadigliò. «Come fate a prendere il trattore?

La strada del fiume sarà un mare di fango.»

«Sicuro» rispose Rino con voce tranquilla.

Cristiano stava per chiedergli se poteva andare anche lui, ma ci ripensò. Sapeva quale sarebbe stata la risposta. «Ma non è tardi?» domandò alla fine.

«Boh.»

«Che c’è? Non lo vuoi più fare?»

Suo padre sbuffò dal naso. Silenzio. Poi: «No».

«Perché?»

«Ci ho ripensato.»

«Perché?»

«Troppo pericoloso.»

Cristiano non sapeva se esserne contento. Con i soldi avrebbero potuto comprare un sacco di cose, avere una macchina nuova, vivere meglio, viaggiare. D’altra parte però il colpo lo aveva sempre un po’ preoccupato.

Alla fine, meglio così. Ripensandoci aveva sempre avuto la sensazione che suo padre, in realtà, non avesse mai voluto farlo.

Cristiano si mise a sedere e incrociò le gambe. «E

ora che gli dici a Danilo?»

«Ho malditesta. Vai a letto.» Rino cominciava a innervosirsi.

Come se suo figlio gli stesse stuzzicando una ferita aperta. Cristiano sapeva che era meglio lasciar perdere, ma gli dava fastidio da morire che suo padre non mantenesse mai le promesse. Come quando aveva detto che gli regalava la PlayStation per Natale.

«Ma glielo hai promesso.»

«E chi se ne sbatte.»

«Danilo ti odierà.»

«Nessun problema. Se vuole lo fa con qualcun altro.

Non con me.»

«Sì, ma tu sei il loro capo. Da soli non ce la possono fare, lo sai benissimo. Non li puoi mollare così.» Mentre parlava, Cristiano si chiese perché cavolo continuava a insistere se era contento che suo padre avesse deciso di mollare.

Rino cominciò a urlare: «Ascoltami bene, scemetto.

Ficcati in testa che io non sono il capo proprio di nessuno, soprattutto di quei due, e poi io ho un figlio, al contrario di loro. Io non me la rischio per qualche spiccio. Fine della discussione».

La luce tornò. La televisione si riaccese. In cucina il frigorifero cominciò a ronzare.

Cristiano strizzò le palpebre. «E quando glielo dici?»

Rino aprì una lattina di birra e ci si attaccò. Poi, pulendosi 96

la bocca con un braccio, rispose: «Adesso.

Quando vengono qui. Tu vai a letto. Non mi va di discutere con te davanti. Muoviti».

Cristiano stava per ribattere che non era giusto, che lui c’era sempre stato alle loro riunioni e ci doveva essere anche ora, ma si morse la lingua.

«Che palle…» Si alzò e si avviò verso le scale senza dire nemmeno buonanotte.

Tanto da sopra si sentiva tutto.

69.

Nel camper c’era un puzzo orrendo.

E non era solo l’umidità, era qualcosa di molto peggio, di disgustoso… Qualcosa che aveva a che fare con escrementi umani e cessetti chimici.

Beppe Trecca cominciò a tastare alla cieca le pareti alla ricerca di un quadro elettrico.

L’estate prima era salito su quell’affare quando erano andati al convento di San Giovanni Rotondo, ma aveva avuto il mal d’auto per tutto il viaggio.

Finalmente, dietro un mobiletto, trovò degli interruttori e cominciò a spingerli a caso.

I neon sul soffitto e i faretti sul tinello si accesero spandendo una luce gelida.

Di fronte aveva uno spazio angusto occupato da mobili rivestiti di formica beige, la zona giorno con il tavolinetto e il divano e sopra la cabina di guida la verandina con un letto matrimoniale.

Con una mano sulla bocca aprì la porta del cessetto.

Fu come ricevere un cazzotto in faccia. L’assistente sociale, paonazzo, stordito dal tanfo, si dovette appoggiare contro una parete per non finire giù sulla moquette azzurrina.

Il fetore, compatto come un muro, era umano e chimico contemporaneamente. Per un attimo pensò che il marito di sua cugina avesse sciolto nell’acido una carogna, ma poi vide nella tazza un liquame violaceo in cui galleggiava del materiale a prima vista organico di origine incerta.

Si attaccò a un grosso pulsante rosso sperando che qualche pompa prosciugasse quella gora pestilenziale, ma non fu così. L’unica cosa che riuscì a fare fu aprire l’oblò, avviare un ventilatorino stanco e richiudere la porta.

L’impatto con la puzza era stato così forte che solo adesso si rese conto che in quel camper c’erano minimo cinque gradi sottozero e la pioggia lo martellava come un’incudine.

Come funzionava l’impianto di riscaldamento? Ma soprattutto: i camper hanno l’impianto di riscaldamento?

Dovrebbero.

Poggiò il trolley sul tavolo e aprì la zip. Cominciò a disporre sul cucinino una serie di contenitori di alluminio che contenevano pollo al bambù, springroll, ravioli al vapore, maiale in agrodolce e riso alla cantónese.

Tutto preso al ristorante La Pagoda Incantata al ventesimo chilometro della statale. Poi tirò fuori una bottiglia di Falanghina che aveva pagato dodici euro e una di vodka al melone per dare a Ida la botta finale in caso…

(Cosa?)

Niente.

Dispose una tovaglia rossa sul tavolinetto, dei piatti di plastica, le bacchette e poi accese delle candele al cedro e una decina di bastoncini d’incenso che cominciarono a esalare spire di fumo bianco.

Come Dio Comanda
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