208

E quindi?

E quindi doveva abbassarle le mutande. E lavarla.

Dentro e fuori.

No, questo no.

Non ce l’avrebbe mai fatta. Era troppo. E poi i pantaloni erano aperti, ma le mutande erano tirate su.

Non ci ha scopato.

No, non ci ha scopato. Mio padre non farebbe mai una cosa del genere con una ragazzina di quattordici anni.

Prese il tubo dell’acqua.

Ma perché l’ha ammazzata?

E il detersivo per togliere il grasso dalle mani.

Perché Rino Zena è un assassino maniaco.

Allora doveva andare dalla polizia.

“Mio padre ha ucciso Fabiana Ponticelli. È nel garage di casa nostra. ”

No. Ci doveva essere un’altra spiegazione. Certo che ci doveva essere. Quando suo padre si sarebbe svegliato dal coma gliel’avrebbe detta e lui avrebbe capito tutto.

Perché suo padre era un violento, era un ubriacone, ma non un assassino.

Però l’altra notte ha picchiato quella bionda che e entrata in camera mia. Ma l’ha presa solo a calci in culo. E diverso.

Mio padre è buono.

Osservò la mano destra della ragazza aggrottando le sopracciglia. C’era qualcosa di strano, che non gli tornava, ma non sapeva cosa. Le guardò la mano sinistra.

E le confrontò.

Mancava l’anello. L’anello con il teschio.

Fabiana l’aveva sempre al dito.

Dov’è?

210.

Beppe Trecca si risvegliò di colpo, si girò e per poco non cadde dal divano. Per qualche istante non riuscì nemmeno a capire dove fosse. Si guardò intorno spaesato.

La vecchia televisione accesa. Una sedia a sdraio.

Quella era la casa di Cristiano Zena.

Si mise seduto e sbadigliò grattandosi la testa. Aveva la schiena rotta e si sentiva prudere dovunque.

Ma ci sono le pulci?

In quel letamaio poteva esserci qualsiasi cosa. Anche piattole e pidocchi.

Doveva andare a pisciare e a bere un po’ d’acqua.

Gli sembrava di avere mezzo chilo di sale in bocca.

Colpa del riso con il dado.

Guardò lo Swatch.

Le quattro e cinquantacinque.

Si alzò continuando a sbadigliare. Si massaggiò la base della schiena, lì dove si era incrinato una vertebra.

Non poteva passare un’altra notte su quel divano.

Il medico si era raccomandato che dormisse senza cuscino su un materasso ortopedico, preferibilmente in lattice.

Tutta colpa di quell’imbecille di padre Italo, se era ridotto così. Padre Italo, un missionario domenicano originario di Caianello, circa tre anni prima, in un villaggio del Burkina Faso, lo aveva colpito con una pala e gli aveva incrinato la terza vertebra lombare.

Beppe Trecca era là con un gruppo di volontari a scavare dei pozzi per il progetto internazionale “Un sorriso per l’Africa”. Sotto un sole che ti arrostiva i neuroni, tra vacche scheletriche, s’impegnava per una causa misericordiosa e perché in quel periodo 209

aveva una mezza storia con Donatella Grasso, una delle coordinatrici.

Era un lavoro massacrante e Beppe, per ragioni a lui oscure, era passato da un ruolo di supervisione a quello di bassa manovalanza.

Il giorno dell’incidente, assalito dalle mosche, per tutta la mattinata aveva scaricato mattoni di cemento, sotto lo sguardo tirannico di padre Italo. Finalmente era arrivata l’ora di mangiare. Aveva buttato giù uno zuppone in cui galleggiavano dei pezzi di carne che somigliavano a trucioli. Dopo, per liberarsi dal sapore dell’aglio, aveva deciso di ciucciarsi una mentina rinfrescante.

Aveva cercato il pacchetto nella tasca dei pantaloni e si era accorto che aveva un buco e le mentine gli erano finite nel fondo dei calzoni. Si era appoggiato con una mano alla macchina per impastare la calce e aveva cominciato ad agitare la gamba per farle cadere a terra.

Un urlo disumano aveva squarciato il silenzio della savana. Beppe aveva avuto appena il tempo di girare la testa e vedere padre Italo che saltando lo colpiva con una badilata nelle reni.

L’assistente sociale era finito giù come un birillo mentre il domenicano urlava: «Staccate la corrente!

Ha preso la scossa! Ha preso la scossa! Staccatela!».

Il dolore lancinante e la sorpresa avevano impedito a Beppe di esprimersi. Aveva tentato di alzarsi ma il sacerdote, come un invasato, insieme a tre neri lo aveva ributtato giù e gli aveva afferrato la faccia e spalancato la bocca. «La lingua! La lingua! Si morde la lingua. Bloccategliela, per la miseria!»

Due giorni dopo, imbottito di antidolorifici, l’assistente sociale era stato messo su un aereo e rimpatriato con una vertebra incrinata e la lussazione della mandibola.

Poggiandosi una mano su un fianco Beppe andò a pisciare. Gli sembrò di sentire dei rumori provenire da sotto. Aguzzò le orecchie, ma sentì solo lo scroscio dell’urina nel water.

Si trascinò fino al divano e ci crollò sopra sbadigliando:

«Com’è amara la vita».

211.

La notte, in fondo alla pianura, cominciava a mostrare i primi segni di volersene andare. Una striscia di nebbia densa come ovatta era adagiata tra i filari di pioppi che seguivano il corso del fiume. Le cime scure degli alberi spuntavano come pennoni di navi fantasma.

Cristiano Zena ansimava spingendo la carriola su cui era adagiato il cadavere di Fabiana Ponticelli lungo una stradina che tagliava i campi chiazzati di pozzanghere.

Si orientava a memoria visto che non poteva accendere la torcia.

Aveva perso un sacco di tempo nel garage e tra poco avrebbe albeggiato e c’erano buone possibilità di incrociare qualcuno.

Contadini. Operai che andavano alle cave di ghiaia e passavano di lì per fare prima. Ragazzi sulle moto da cross.

Bisognava essere completamente idioti per non capire che sotto quella coperta c’era un corpo umano.

E quindi…

E quindi niente, se mi beccano è il destino che vuole così.

Dirò che sono stato io. E così quando papà si risveglierà 210

capirà quanto gli voglio bene.

Le braccia cominciavano a tremargli e al fiume mancava ancora un chilometro. La maglietta, sotto le ascelle e sulla schiena, era completamente zuppa di sudore.

Aveva percorso quella strada mille volte. Quando aveva deciso di costruirsi una zattera con delle taniche vuote per fare rafting, quando andava a pescare con Quattro Formaggi, quando semplicemente non aveva niente da fare.

Chi poteva mai immaginare che l’avrebbe percorsa spingendo il cadavere di Fabiana Ponticelli?

Se almeno ci fosse stato Quattro Formaggi lì con lui. Forse lui sapeva se suo padre e Fabiana avevano avuto una storia segreta. Oppure poteva chiederlo a Danilo. Ma era scomparso. L’aveva chiamato cento volte. Sempre staccato. E a casa non rispondeva nessuno.

Ripensò alla telefonata con Quattro Formaggi. Non sembrava particolarmente sorpreso di sapere che Rino era in coma.

Ma sai com’è fatto quello, si disse passandosi un braccio sulla fronte imperlata di sudore.

Non vedeva l’ora di vederlo e di abbracciarlo.

Era quasi arrivato. Il rumore della corrente riusciva a coprire il rombo dei camion che sfrecciavano sulla statale.

Si tolse la giacca, se la annodò intorno alla vita e riprese a spingere. Il sentiero, avvicinandosi al fiume, si era lentamente trasformato in un pantano e la piccola ruota della carriola slittava e affondava nel fango.

Anche sotto le suole delle scarpe da ginnastica si erano formati due blocchi di melma pesantissimi.

Davanti a lui, a poche decine di metri, si stendeva un acquitrino illuminato dai bagliori della centrale elettrica.

Gli alberi emergevano come piloni in mezzo al mare.

In vita sua Cristiano non ricordava di aver mai visto la piena del Forgese arrivare fino a là.

212.

Quattro Formaggi era ancora sulla sedia. Aveva i brividi e dalla spalla il dolore s’irradiava per il torace in ondate incandescenti.

In una mano stringeva il crocefisso.

Per un attimo era riuscito ad appisolarsi, ma un incubo orrendo l’aveva avvolto come una coperta fetida e per fortuna si era risvegliato.

Il televisore acceso a tutto volume gli rimbombava nel cranio, ma non voleva abbassarlo. Preferiva mille volte le voci gracchianti della televisione a quelle che aveva in testa.

Se chiudeva gli occhi, poi, gli appariva Ramona nuda e stesa tra le montagne, e i pastori e i soldatini che le salivano sopra con le pecore. La desiderava con una tale intensità che si sarebbe tagliato una mano per averla.

E poi c’era quell’incubo terribile che aveva fatto.

Era coperto da una pelliccia viscida e faceva parte di un branco di esseri scuri che correvano in un budello nero. Bestie con i denti aguzzi e con gli occhi rossi e con le lunghe code nude che si spingevano e squittivano e si azzannavano per arrivare prime in fondo al tunnel.

E poi tutti s’immergevano in una carcassa ricoperta di larve cieche e di millepiedi e scarafaggi e sanguisughe pronte a esplodere. Cominciavano a divorare 211

la carne marcia e gli insetti. E anche lui mangiava senza saziarsi mai.

“I cani dell’Apocalisse non mangiano e non lasciano mangiare” gli diceva suor Evelina in orfanotrofio.

Ma a un tratto una luce gelida lo accecava e al centro del raggio luminoso la figura filiforme di una donna gli diceva: «Tu sei l’Uomo delle Carogne».

«Chi? Io?»

«Sì, tu!» e lo indicava mentre tutti gli esseri fuggivano terrorizzati. «Tu sei l’Uomo delle Carogne.»

E poi si era svegliato.

All’improvviso diede un calcio alla televisione che cadde dal tavolino ma continuò a strillare.

Ma perché diavolo Ramona aveva scelto di passare nel bosco?

Ha sbagliato, lo gliel’avevo detto. Non è colpa mia se è passata nel bosco.

Se avesse preso la circonvallazione ora non sarebbe successo niente e lui sarebbe stato bene e Rino non sarebbe finito in coma. E tutto sarebbe stato come prima.

«… Come prima» mormorò l’Uomo delle Carogne e poi prese a darsi pugni sulla gamba.

213.

L’acqua era diventata troppo alta. Cristiano Zena aveva lasciato la carriola e mentre trascinava il cadavere verso il fiume l’alba si era affacciata sulla pianura.

Non aveva incontrato anima viva. Era stato fortunato, con la piena nessuno passava di lì.

Beppe a quest’ora doveva essere sveglio e sicuramente lo stava cercando.

Davanti a lui un lungo recinto di filo spinato arrugginito emergeva dall’acqua. Sopra ci si erano appollaiati dei grossi corvi neri. Dietro, il greto era completamente sommerso dalla piena. Cristiano mise un piede sul filo arrugginito che scomparve nell’acqua e spinse il cadavere avvolto nel cellophane oltre la barriera.

Il fiume gli arrivava alle ginocchia e la corrente cominciava a tirare.

All’inizio aveva pensato di legare al corpo dei massi e farlo affondare nel fiume, ma ora si era convinto che era meglio lasciarlo portare via dalla corrente.

Quando lo avrebbero trovato sarebbe stato lontano e nessuno avrebbe potuto ricollegarlo a loro. Se era fortunato sarebbe arrivato fino al mare e lì ci avrebbero pensato i pesci a terminare il lavoro.

Guardò per l’ultima volta Fabiana avvolta nella plastica trasparente.

Sospirò. Non provava nemmeno pena per lei. Si sentiva stanco, svuotato, ridotto a una bestia. Solo.

Come un assassino.

Provava una nostalgia lancinante per i giorni in cui andava a giocare sul fiume.

Chiuse gli occhi.

Lasciò andare il corpo come aveva fatto tante volte con i rami, immaginando che fossero navi e galeoni.

Quando li riaprì il cadavere era un’isoletta lontana.

214.

Anche il ponte Sarca, lungo trecentoventitré metri, progettato dal famoso architetto Hiro Itoya e inaugurato da pochi mesi con mongolfiere, fanfare e fuochi d’artificio, era uscito malconcio dalla furia della tempesta.

Come Dio Comanda
titlepage.xhtml
index_split_000.html
index_split_001.html
index_split_002.html
index_split_003.html
index_split_004.html
index_split_005.html
index_split_006.html
index_split_007.html
index_split_008.html
index_split_009.html
index_split_010.html
index_split_011.html
index_split_012.html
index_split_013.html
index_split_014.html
index_split_015.html
index_split_016.html
index_split_017.html
index_split_018.html
index_split_019.html
index_split_020.html
index_split_021.html
index_split_022.html
index_split_023.html
index_split_024.html
index_split_025.html
index_split_026.html
index_split_027.html
index_split_028.html
index_split_029.html
index_split_030.html
index_split_031.html
index_split_032.html
index_split_033.html
index_split_034.html
index_split_035.html
index_split_036.html
index_split_037.html
index_split_038.html
index_split_039.html
index_split_040.html
index_split_041.html
index_split_042.html
index_split_043.html
index_split_044.html
index_split_045.html
index_split_046.html
index_split_047.html
index_split_048.html
index_split_049.html
index_split_050.html
index_split_051.html
index_split_052.html
index_split_053.html
index_split_054.html
index_split_055.html
index_split_056.html
index_split_057.html
index_split_058.html
index_split_059.html
index_split_060.html
index_split_061.html
index_split_062.html
index_split_063.html
index_split_064.html
index_split_065.html
index_split_066.html
index_split_067.html
index_split_068.html
index_split_069.html
index_split_070.html
index_split_071.html
index_split_072.html
index_split_073.html
index_split_074.html
index_split_075.html
index_split_076.html
index_split_077.html
index_split_078.html
index_split_079.html
index_split_080.html
index_split_081.html
index_split_082.html
index_split_083.html
index_split_084.html
index_split_085.html
index_split_086.html
index_split_087.html
index_split_088.html
index_split_089.html
index_split_090.html
index_split_091.html
index_split_092.html
index_split_093.html
index_split_094.html
index_split_095.html
index_split_096.html
index_split_097.html
index_split_098.html
index_split_099.html
index_split_100.html
index_split_101.html
index_split_102.html
index_split_103.html
index_split_104.html
index_split_105.html
index_split_106.html
index_split_107.html
index_split_108.html
index_split_109.html
index_split_110.html
index_split_111.html