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Tre stelle.
Cristiano aveva una scala di cinque stelle per stabilire l’incazzatura di suo padre.
Anzi, fra le tre e le quattro stelle. Già in zona “stai molto attento”, dove l’unica strategia era quella di dargli sempre ragione e stargli il più possibile lontano dai coglioni.
Suo padre si voltò e diede un calcio violento a una sedia di plastica bianca che rotolò per la stanza e finì contro il mucchio di scatoloni in cui Cristiano teneva i suoi panni. Si era sbagliato. Quelle erano cinque stelle. Allarme rosso. Qui l’unica strategia era ammutolirsi e confondersi con l’ambiente.
Era da una settimana che a suo padre rodeva il culo.
Qualche giorno prima se l’era presa con la porta del bagno che non si apriva. La serratura era rotta. Per un paio di minuti aveva provato ad armeggiare con un cacciavite. Se ne stava lì, in ginocchio, a bestemmiare, a insultare Fratini, il ferramenta che gliel’aveva venduta, i fabbricanti cinesi che l’avevano costruita con la latta, i politici che permettevano d’importare quella merda, ed era come se fossero tutti lì, proprio davanti a lui, e niente, quella porta non ne voleva sapere di aprirsi.
Un pugno. Uno più forte. Un altro. La porta sussultava sui cardini, ma non si apriva. Rino era andato in camera, aveva preso la pistola e aveva sparato contro la serratura. Ma quella non si era aperta. Aveva solo prodotto un botto assordante che aveva rintronato Cristiano per mezzora.
Una cosa buona c’era stata: Cristiano aveva imparato che è una stronzata quella che si vede nei film, dove se spari alle serrature le porte si aprono.
Alla fine suo padre l’aveva presa a calci. L’aveva sfondata urlando e strappando pezzi di legno con le mani. Quando era entrato nel bagno aveva dato un pugno allo specchio e le schegge erano finite dovunque e lui si era aperto una mano ed era rimasto un sacco di tempo a sgocciolare sangue seduto sul bordo della vasca, fumandosi una sigaretta.
«E a me cosa me ne frega se quel cane è scemo?» riprese Rino dopo averci pensato un po’ su. «Mi ha rotto i coglioni. Io domani devo lavorare…»
Si avvicinò al figlio e si sedette sul bordo del letto.
«La sai una cosa che mi dà veramente fastidio? La mattina, quando faccio la doccia, uscire fuori tutto bagnato e mettere i piedi a terra, sulle mattonelle gelo late, rischiando pure di rompermi l’osso del collo.»
Gli sorrise, caricò la pistola e gliela porse reggendola per la canna: «Stavo pensando che ci vorrebbe proprio un bel tappetino di cane».
2.
Alle tre e trentacinque di notte Cristiano Zena uscì di casa indossando stivali di gomma verdi, i pantaloni a scacchi del pigiama e la giaccavento di suo padre.
In una mano stringeva la pistola, nell’altra la torcia elettrica.
Cristiano era un ragazzino esile, alto per i suoi tredici anni, con i polsi e le caviglie sottili, le mani lunghe e scheletriche e il quarantaquattro di piede. In testa gli cresceva un cespo ingarbugliato di capelli biondicci che non riuscivano a nascondere le orecchie a sventola e che proseguivano sulle guance con due basette poco curate. Gli occhi grandi e azzurri divisi da un nasino piccolo e all’insù, e una bocca troppo 3
larga per quel viso smilzo.
La neve scendeva giù fitta. L’aria era ferma. E la temperatura era di qualche grado sotto lo zero.
Cristiano si cacciò in testa un cappello di lana nera, sbuffò una nuvoletta di condensa e puntò la luce sul cortile.
Uno strato di neve copriva la ghiaia, il vecchio dondolo arrugginito, i cassonetti della spazzatura, un mucchio di mattoni, il furgone. La statale, che passava proprio davanti alla casa, era una lunga e immacolata striscia bianca. Nemmeno un segno di pneumatici a rovinarla.
Il cane continuava ad abbaiare lontano.
Chiuse la porta di casa e s’infilò meglio il pigiama negli stivali di gomma.
“Vai, forza. È una stronzata. Che ci vuole? Gli spari in il
testa, mi raccomando in testa se no si mette a guaire e ti tocca sparargli un’altra volta, e te ne torni a casa. Tra dieci minuti sei di nuovo a letto. Dai, guerriero. ” Il discorsetto che suo padre gli aveva fatto quando l’aveva tirato fuori dal letto gli risuonò in testa.
Alzò lo sguardo. La sagoma scura di suo padre era dietro la finestra e gli faceva segno di muoversi. S’infilò la pistola nelle mutande. Il freddo dell’acciaio gli raggrinzì lo scroto.
Fece un cenno al padre e si avviò con il suo passo incerto verso il retro della casa mentre il cuore lentamente cominciava a salire di ritmo.
3.
Rino Zena guardava dalla finestra suo figlio uscire di casa sotto la neve.
Aveva finito la birra e la grappa. E questo è un bel guaio di per sé, ma se in più hai un fischio acuto come un punteruolo che ti trafora i timpani diventa un vero problema.
Quel sibilo era cominciato quando Rino aveva sparato alla porta del bagno e anche se era passata una settimana non diminuiva.
Forse mi sono rotto un timpano. Dovrei andare da un medico, si disse accendendosi una sigaretta.
Ma Rino Zena si era giurato che sarebbe entrato in un ambulatorio solo a zampe in avanti.
Lui non ci finiva nella trappola.
Quei bastardi incominciano col dirti che ti devi fare una serie di analisi così entri nel tunnel e grazie e arrivederci.
Se non ti stronca la malattia, ci pensano i debiti che devi fare per curarti.
Rino Zena aveva passato la sera accasciato su una sedia a sdraio davanti alla televisione, ubriaco fradicio.
Con due fessure al posto degli occhi, la mandibola appesa e una lattina in mano aveva tentato di seguire un programma assurdo, che ogni tanto gli si sfocava davanti.
Da quello che era riuscito a capire c’erano due mariti che accettavano di scambiarsi le mogli per una settimana e lo sapeva solo Iddio perché.
Non avevano più rispetto di niente in quel cesso di televisione. Tanto per fare una cosa originale una famiglia era di morti di fame di Cosenza e l’altra di romani con i soldi che gli uscivano dal culo.
Il padre povero faceva il carrozziere. Il padre ricco, uno di quei froci a cui bisogna spiegarglielo, lavorava con qualcosa che aveva a che fare con la pubblicità. E
chiaramente la moglie del carrozziere era un cesso inguardabile e l’altra una biondona con due gambe lunghe come trampoli che passava la giornata a insegnare 4
come respirare in una palestra.
Alla fine però la storia aveva preso Rino e seguendola si era finito una bottiglia di grappa.
A casa del pubblicitario il cesso di Cosenza era odiata da tutti perché aveva la mania di girare impugnando il Vetril e non ti potevi sedere che quella cominciava a dire che i cuscini si rovinavano. Dopo un giorno la comandavano come una cameriera negra e lei era tutta contenta.
Rino era più interessato alla situazione di Cosenza.
Il carrozziere trattava la strappona come fosse lady Diana. Rino aveva sperato che il carrozziere, in una botta di ignoranza, acchiappasse la strappona che faceva tanto la raffinata, ma si vedeva che era in pesante astinenza da cazzo, e se la facesse.
«Vieni qua, troia! Ti faccio capire io come si fa a casa Zena!» aveva cominciato a ragliare Rino lanciando un barattolo di birra contro lo schermo della televisione.
Lo sapeva benissimo che era tutta una commedia, che quella roba era vera come le borse che vendono i negri davanti ai centri commerciali.
Poi si era addormentato. Si era risvegliato poco dopo con la sensazione di avere un rospo morto in bocca e con una morsa che gli stava spappolando le tempie.
Si era aggirato per casa alla ricerca di qualcosa di alcolico per alleviare il dolore.
Alla fine, in fondo a un pensile della cucina, aveva trovato una bottiglia impolverata di Pera Williams.
Chissà da quanto tempo era là. L’acquavite era finita, ma la pera sembrava ancora bella zuppa di alcol.
Aveva spaccato la bottiglia sul lavello e piegato sul tavolo si era succhiato la pera. Allora si era accorto del cane. Non la piantava più di abbaiare. Ci aveva messo un po’ a capire che era il bastardo del mobilificio di Castardin. Che se ne stava buono buono nella sua cuccia tutto il giorno e la notte attaccava ad abbaiare e non smetteva più fino all’alba.
Probabilmente il vecchio Castardin neanche lo sapeva, all’orario di chiusura se ne usciva e con la sua BMW grossa come un carro da morto se ne andava al circolo a buttare soldi a poker. In paese si diceva che era un gran giocatore, di quelli di una volta, che perdono con classe.
Che voleva dire che rosicava in silenzio.
E così lui perdeva con classe i soldi che rubava con quei mobili di cartone e il suo maledetto cane abbaiava tutta la notte.
E se anche qualcuno gliel’avesse fatto notare, lui, con la sua classe d’altri tempi, avrebbe detto che lì intorno c’erano solo capannoni. A chi mai poteva dare fastidio un cane che faceva solo il suo dovere? Rino metteva mani e piedi sul fuoco che all’uomo d’altri tempi non lo aveva neppure sfiorato il pensiero che a meno di mezzo chilometro c’era una casa dove dormiva un bambino.
Un bambino che doveva andare a scuola.
Perfetto, si era detto Rino Zena tirando fuori la pistola dal cassetto, domani avrai la possibilità di far vedere al mondo la tua infinita classe quando troverai il tuo cane stecchito.
4.
Cristiano decise di arrivare al mobilificio attraverso i campi. Anche se la statale era coperta di neve, qualcuno poteva sempre passare.
La luce del lampione non arrivava dietro casa e l’oscurità era totale. Con la torcia illuminò il muso contorto 5
di una Renault 5, una impastatrice di cemento, i resti sbrindellati di una piscinetta gonfiabile, una sedia di plastica, lo scheletro di un melo morto e una recinzione alta un paio di metri.
Cristiano era uscito di casa di corsa, senza pisciare.
Avrebbe potuto farla là, ma poi decise che era meglio di no, che faceva troppo freddo e che voleva finirla subito con quella storia.
Avvicinò la sedia alla rete, ci montò sopra, si mise tra i denti la torcia, si aggrappò con le dita alle maglie e si tirò su. Passò una gamba dall’altra parte, ma il fondo dei pantaloni gli rimase impigliato in uno spunzone. Provò a liberarsi senza riuscirci e alla fine lanciò la pila a terra e si gettò giù sentendo uno strap e un dolore alla gamba.
Si ritrovò disteso sul dorso tra le erbacce zuppe e con la neve che gli si scioglieva sulla faccia. Si rialzò e infilò la mano nello strappo che gli aveva aperto mezzo pigiama. Un lungo graffio, non abbastanza profondo da sanguinare, gli segnava l’interno della coscia. La pistola era ancora nelle mutande.
Raccolse la torcia e cominciò ad avanzare a fatica seguendo le recinzioni dei capannoni industriali, risucchiato dal fango e ostacolato dai rovi.
Si trovava sul bordo di un campo arato che di giorno si stendeva fino all’orizzonte. In fondo - quando non c’era la nebbia, ma la nebbia d’inverno c’era sempre - s’intravedevano le chiome grigie del bosco che cingeva gli argini del fiume.
Se non ci fossero stati quel cane che abbaiava e il suo respiro affannato il silenzio sarebbe stato assoluto.
Lontano, oltre il fiume, brillavano le luci sospese delle fabbriche e lo sfavillio giallastro della centrale elettrica.
Le dita, strette nella morsa del freddo, cominciavano a intorpidirsi e il gelo gli risaliva su per i piedi e gli azzannava i polpacci.
Che idiota.
Nella fretta di uscire, incazzato con suo padre, non si era nemmeno messo le calze. I fiocchi di neve gli cadevano sul collo e la giacca cominciava a bagnarsi sulle spalle.
I contorni neri dei capannoni industriali si susseguivano uno dopo l’altro. Superò una rivendita di prodotti sanitari. Cessi. Mattonelle. Lavandini. Impilati in ordine tutto intorno alla costruzione. Poi un concessionario di trattori e macchine agricole e il retro di una discoteca chiusa per fallimento.
Basta, me la faccio addosso.
Spense la luce, mise la pistola nella tasca della giacca, si abbassò i pantaloni e tirò fuori l’uccello.
Per il freddo e la paura gli si era rattrappito. Sembrava un salammo. Lo scroscio di urina fuse la neve e una nuvola di vapore acre si levò da terra.
Mentre se lo scrollava si rese conto che il cane abbaiava più forte.
Il prossimo capannone era il mobilificio dei fratelli Castardin.
Sembrava che il bastardo andasse a pile, non riprendeva nemmeno fiato. Ogni tanto però smetteva di abbaiare e ululava, neanche fosse un coyote del cazzo.
Accese la torcia e riprese a camminare più veloce.
Ci stava mettendo troppo. Sicuro che il pelato già fremeva.
Se lo vedeva aggirarsi per casa come un leone in gabbia.
5.