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Guardò l’orologio a forma di violino appeso alla parete. Non si ricordava bene a che ora, ma aveva un appuntamento con Danilo al bar Boomerang e poi insieme sarebbero andati a svegliare Rino.

Giusto il tempo di risistemare la chiesetta in legno accanto al lago.

Entrò nel soggiorno.

Una stanza di una ventina di metri quadrati tutta ricoperta di montagne di cartapesta colorata, di fiumi di stagnola, di laghi fatti di piatti e bacinelle, di boschi di muschio, di città con case di cartone, deserti di sabbia e strade di stoffa.

E sopra c’erano soldatini, animali di plastica, dinosauri, pastori, macchinine, carri armati, robot e bambole.

Il suo presepe. Era da anni che ci lavorava.

Migliaia di pupazzetti raccolti nei cassoni della spazzatura, trovati nella discarica o dimenticati dai bambini ai giardini comunali.

Sopra la montagna più alta di tutte c’era una stalla con il Bambin Gesù, Maria, Giuseppe e il bue e l’asinello.

Quelli glieli aveva regalati suor Margherita per Natale, quando aveva dieci anni. Quattro Formaggi, muovendosi con una insospettabile grazia, attraversò il presepe senza far cadere niente e sistemò meglio il ponte su cui avanzava una fila di Puffi blu capitanata da un Pokémon.

Finito il lavoro s’inginocchiò e pregò per l’anima di suor Margherita. Poi andò nel microscopico gabinetto, si lavò alla meno peggio e indossò la tenuta invernale: una calzamaglia, un paio di pantaloni di cotone, una camicia di flanella a quadrati bianchi e blu, felpa marrone, un vecchio piumino Ciesse, una sciarpa della Juve, una cerata gialla, i guanti di lana, un cappello con la visiera e i grossi scarponi da lavoro.

Pronto.

12.

La sveglia attaccò a suonare alle sette meno un quarto e strappò Cristiano Zena da un sonno senza sogni.

Ci vollero dieci minuti buoni perché un braccio si estroflettesse come la chela di un paguro da sotto le coperte e zittisse la suoneria.

Gli sembrava di aver appena chiuso gli occhi. Ma la cosa più terribile era abbandonare il letto caldo.

Come ogni mattina prese in considerazione l’idea di non andare a scuola. Oggi poi la prospettiva lo allettava particolarmente visto che suo padre gli aveva detto che quel giorno andava a lavorare. Non capitava spesso, nell’ultimo periodo.

Ma non si poteva. Aveva il compito in classe di storia.

E se anche questa volta marinava…

Forza, alzati.

Un angolo della stanza cominciava a schiarirsi della luce slavata che arrivava dal cielo basso e grigio.

Cristiano si stiracchiò e si controllò il graffio sulla coscia. Era rosso, ma già stava facendo la crosta.

Afferrò da terra i pantaloni, la maglia di pile e i calzini e se li infilò sotto le coperte. Sbadigliando si tirò su, s’infilò le scarpe da ginnastica e si trascinò come uno zombie fino alla porta.

La stanza di Cristiano era grande, con i muri non ancora intonacati. In un angolo c’erano due cavalletti con una tavola di legno su cui erano impilati i quaderni e i libri di scuola. Sopra il letto, un poster di Valentino Rossi che faceva la pubblicità alla birra.

Accanto alla porta spuntavano i tubi di rame 15

tronchi di un termosifone che non era mai stato montato.

A bocca spalancata attraversò il corridoio coperto di linoleum grigio, superò i resti della porta del gabinetto ancora attaccati ai cardini ed entrò.

Il bagno era un buco di un metro per due con le mattonelle a fiori blu intorno alla piastra della doccia.

Sopra il lavandino era appesa una lunga scheggia dello specchio. Dal soffitto pendeva una lampadina nuda.

Passò sui resti del vomito di suo padre e guardò fuori dalla finestrella.

Pioveva e la pioggia si era mangiata tutta la neve.

Erano rimaste poche inutili macchie bianche che si scioglievano sulla ghiaia di fronte a casa.

La scuola è aperta.

Mancava la tavoletta della tazza e poggiò le chiappe sulla porcellana gelata stringendo i denti. Un brivido gli risalì su per la schiena. E in uno stato di dormiveglia cagò.

Poi si lavò i denti. Cristiano non aveva una bella dentatura. Il dentista gli voleva mettere l’apparecchio, ma per fortuna non avevano una lira e suo padre aveva detto che i suoi denti andavano bene così.

Non fece la doccia, ma si spruzzò il deodorante.

Immerse le dita nel gel e se le passò tra i capelli per renderli se possibile più arruffati, ma facendo attenzione a non far spuntare le orecchie.

Tornò nella stanza, infilò i libri nello zaino e stava per scendere giù quando vide un debole bagliore filtrare da sotto la porta della camera di suo padre.

Abbassò la maniglia.

Suo padre se ne stava imbustato dentro un sacco a pelo mimetico su un materasso matrimoniale buttato per terra.

Cristiano si avvicinò.

Solo l’ovale del cranio rasato spuntava dal sacco.

Sul pavimento lattine di birra vuote, calze e gli anfibi.

Sul comodino altre lattine e la pistola. C’era puzzo di sudore rancido e di panni sporchi che si confondeva con l’odore di una vecchia moquette blu spelacchiata.

Una lampada con sopra un panno rosso tingeva di scarlatto l’enorme bandiera con una svastica nera appesa al muro senza intonaco. Le serrande abbassate, le tende a rombi bianchi e marroni fermate con le mollette.

Suo padre là ci stava solo per dormire. Di solito crollava sulla poltrona davanti alla televisione e solo il freddo e d’estate le zanzare gli davano la forza necessaria per trascinarsi fino in camera.

Quando Cristiano lo vedeva aprire le finestre e dare una sistemata alla meno peggio sapeva che il pelato si era organizzato da scopare con qualcuna e non voleva intossicarla con i calzini marci e le cicche.

Cristiano diede un calcio al materasso. «Papà! Papà, svegliati! È tardi.»

Niente.

Alzò la voce: «Papà, devi andare a lavorare!».

Doveva essersi scolato una cisterna di birra.

Chi se ne frega! si disse e fece per andarsene quando sentì un gemito che non si capiva se venisse dall’oltretomba o dal fagotto. «No, oggi… oggi… vado… devo…

Danilo… Quattro…»

«Vabè. Ci vediamo dopo. Scappo che perdo l’autobus.»

Cristiano si avviò verso la porta.

«Aspetta un attimo…»

«È tardi, pa’…» s’innervosì Cristiano.

«Dammi le sigarette.»

Il ragazzo cominciò a sbuffare cercando per la 16

stanza il pacchetto.

«Sono nei pantaloni.» La faccia di suo padre spuntò dal sacco a pelo sbadigliando. Il segno della zip su una guancia. «Madonna, che schifo il pollo di ieri sera…

Stasera cucino io… Faccio le lasagne, cosa dici?»

Cristiano lanciò il pacchetto al padre, che lo prese al volo. «Dai, che ho fretta… Perdo l’autobus, te l’ho detto.»

«Aspetta un attimo! Ma cosa ti ha preso oggi?» Rino si accese una sigaretta. Per un istante il suo viso fu avvolto da una nuvola bianca. «Stanotte ho sognato che ci mangiavamo le lasagne. Non mi ricordo dove, ma erano buone. Sai che faccio? Oggi le preparo.»

Ma perché spara queste stronzate? si chiese Cristiano.

Sapeva a malapena cucinare due uova all’occhio di bue e rompeva sempre il rosso.

«Le faccio con un casino di besciamella. E le salsicce.

Se fai la spesa ti faccio delle lasagne che ti dovrai inchinare e ammettere che sono il tuo Dio.»

«Sì, come l’altra volta che hai fatto la pasta con le vongole e la sabbia.»

«Guarda che la sabbia ci sta benissimo.»

Cristiano, come sempre, si perse a osservarlo.

Trovava che se suo padre fosse nato in America sarebbe diventato di sicuro un attore. Non un attore mezzo frocio come quello che faceva 007. No, uno tipo Bruce Willis o Mel Gibson. Uno che andava in Vietnam.

Aveva la faccia da duro.

Gli piacevano la forma del cranio e le orecchie piccole e tonde, non come quelle che aveva lui. La mascella squadrata e i puntini neri della barba, il naso piccolo, gli occhi color ghiaccio e le rughette che gli venivano intorno quando rideva.

E poi gli piaceva che non fosse troppo alto ma proporzionato, come un pugile. Con un sacco di muscoli ben definiti. E poi gli piaceva il filo spinato tatuato intorno al bicipite. Meno, la pancia gonfia e quella testa di leone sulla spalla che sembrava una scimmia. E

anche la croce celtica che aveva sul pettorale destro non era male.

Perché non sono uguale a lui?

Non sembravano nemmeno padre e figlio, se non fosse stato per il colore degli occhi.

«Oh… Mi stai sentendo?»

Cristiano guardò l’orologio. Era tardissimo. Il primo autobus era già passato. «Dai! Me ne devo andare!»

«D’accordo, ma prima devi dare un bacio all’unico essere che hai mai amato.»

Cristiano rise e fece no con il capo. «No, fai schifo, puzzi come una fogna.»

«Senti chi parla, l’ultima volta che ti sei fatto la doccia eri alle elementari.» Rino buttò la cenere in una lattina sorridendo. «Vieni subito qua e bacia il tuo Dio. Ricordati che tu senza di me non saresti esistito, se non ci fossi stato io tua madre avrebbe abortito, quindi bacia questo maschio latino.»

Cristiano sbuffò. «Che palle!», e di corsa poggiò appena le labbra sulla guancia ruvida di suo padre.

Stava per allontanarsi quando Rino lo afferrò per un polso e con l’altra mano si pulì disgustato la guancia.

«Che schifo! Ho un figlio frocio!»

«Vaffanculo!» Cristiano ridendo cominciò a prenderlo a zainate.

«Sì… Ancora… Ancora… Mi piace…» ansimava come un idiota Rino.

«Che stronzo che sei…» E giù colpi sulla zucca pelata.

Come Dio Comanda
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