48

Reseda, Los Angeles,

domenica, 12 giugno 2011

Nel bene e nel male, se non è un’affermazione troppo ironica, vivevo ancora nell’appartamento che un tempo avevo diviso con mia moglie e Vicki, in un grande e vecchio palazzo a Reseda, la Cenerentola di Hollywood.

Non era in buone condizioni come era stato anni prima, ma era casa mia. C’erano un letto, una TV, un posto per conservare il Jack Daniel’s e un freezer per il ghiaccio. Non mi serviva altro. Dopo aver lasciato Sarah davanti all’entrata dell’Oakdene, parcheggiai di fronte al mio palazzo, ma non chiusi a chiave, dato il perenne problema del finestrino rotto. Prima o poi l’avrei fatto riparare, o ci avrei provato da solo, ma sarebbe stato più poi che prima. Ero a pezzi e, se il mio aspetto rifletteva il modo in cui mi sentivo, è giusto dire che non ero esattamente fresco come una rosa.

Quando aprii il portone, non avevo idea di quanto questo semplice fatto avrebbe giocato a mio favore.

Ero esausto per via del caldo e dei viaggi in aereo e in automobile. Durante il volo avevo dormito, ma non era stato un vero sonno, quello che permette di rannicchiarsi sotto le lenzuola e di abbandonarsi tra le braccia di Morfeo.

Controllai la posta ma, visto che c’erano solo bollette e volantini patinati che offrivano altre linee di credito, li lasciai nella cassetta e salii gli spogli gradini di legno, coi passi che echeggiavano nella tromba delle scale. Ero così sfinito che, se avessi abitato più in alto, non sarei riuscito ad arrivare in cima. Nicola, la prostituta bisessuale del terzo piano, mi avrebbe trovato addormentato davanti alla sua porta l’indomani mattina, come se mi fossi accampato là fuori per una svendita di mezza stagione o roba simile.

Quando raggiunsi le altezze vertiginose del quarto piano, infilai stancamente la chiave nella toppa e… l’uscio si aprì. Solo di uno spiraglio. Fino a quel momento non mi ero nemmeno accorto che la serratura fosse rotta. Spalancai il battente, sforzandomi di tenere gli occhi aperti.

Ciò che vidi non mi piacque.

Non ho nessuna intenzione di spacciarmi per un «perfettino», perché so che non la berresti, ma rispetto determinati standard. Per quanto possano essere bassi, erano stati compromessi in modo grave. Sembrava che l’appartamento fosse stato investito da un treno, seguito da una bomba e, per completare l’opera, da una piccola granata. I cassetti erano stati sfilati, i vestiti e le riviste disseminati sul pavimento; il sofà era capovolto e, nell’angolo opposto, il televisore era ridotto a un misero mucchio di vetri e frammenti di plastica nera.

Qualcuno si era divertito a sfasciare tutto ciò che aveva trovato sul proprio cammino e, tanto per sicurezza, anche il resto. Negli ultimi giorni, casa mia era stata devastata da cima a fondo.

Ebbene, tra i miei standard modesti si nasconde la fastidiosa tendenza a lasciare le tazze di caffè sulla pila di riviste accanto al divano. Ma è raro che finisca di bere prima di assopirmi davanti a un programma notturno, perciò, di solito, le tazze sono ancora mezze piene. Come quella che avevo dimenticato l’ultima volta, soltanto che non era più mezza piena, perché era stata ribaltata. Il che non era sorprendente. Però, il fatto che il caffè stesse ancora gocciolando lo era eccome. L’intrusione non si era verificata mentre ero in Francia, bensì quello stesso giorno.

Anzi, era probabile che fosse ancora in corso…

«Adesso!»

Un uomo (quello intento a parlare nella fotografia di Sarah) spuntò da dietro la porta. Vidi solo il contorno del suo volto, pieno di rabbia e di rancore sprezzante, prima che mi sferrasse un pugno e mi scaraventasse sul pianerottolo mal illuminato.

Incespicai nella moquette bitorzoluta e mi ritrovai con la schiena contro la parete, senza più sentire il pavimento sotto i piedi. Poi, l’uomo e il suo compagno mi comparvero davanti, ma sembravano un tantino strani, coi lineamenti deformati. Cosa ancora più bizzarra, sulla parete alle loro spalle c’era un’applique con la lampadina fulminata.

Il che, facendo un ragionamento logico, significava che in realtà ero steso per terra.

Si guardarono intorno e controllarono il ballatoio: vuoto. In molte occasioni ho pensato che in questo palazzo si potrebbe sparare un colpo senza che nessuno apra la porta, ma mi augurai che non fosse quello il giorno in cui i vicini avrebbero confermato le mie teorie. I due uomini mi afferrarono per i piedi e mi trascinarono oltre la soglia, con l’accortezza di chiudere l’uscio solo quando la mia testa ebbe superato lo stipite.

«Dovresti essere morto.» Il primo mi puntò la pistola tra le sopracciglia. Aveva un cerotto color carne sulle narici e una voce così nasale da essere quasi comica. L’avevo colpito per bene, direi.

«Perché ho la sensazione che succederà molto presto?» chiesi, senza ironia E con la voce nasale quasi quanto la sua.

«Forse perché è così. Dov’è la ragazza?»

Dovetti inventarmi una storia sui due piedi. Sapevano che ero ancora vivo nonostante la bomba, ma si poteva presumere che non avessero idea di cosa ne fosse stato di Sarah. Se fossi riuscito a guadagnare un po’ di tempo, forse uno dei due – non io – sarebbe arrivato tutto intero alla fine della giornata. Altrimenti, avrebbero mandato qualcuno a terminare il lavoro ancora prima che lei scendesse i gradini davanti all’Oakdene. Dovevo soltanto fare del mio meglio per sembrare convincente.

«Voi l’avete imballata, lei l’ha aperta. Trai le debite conclusioni.» Strascicai le parole, come se avessi un groppo in gola.

«Allora perché sei ancora vivo?»

Tacqui per un istante. Non è mai opportuno affrettare certe cose: la premura è cattiva consigliera, e via dicendo. «Perché non voleva che vedessi cosa c’era nel pacco. Ha detto che era qualcosa d’importante.»

«Infatti.» Mi fece il genere di sorriso sinistro che fa venire voglia di cancellarlo con una mazza. Una bella grossa, e magari costellata di chiodi arrugginiti. «L’ho confezionata personalmente. Dimmi, quando hai visto i suoi brandelli sparsi sul pavimento, hai pensato che fosse valsa la pena rompermi il naso?»

«L’unica cosa per cui è valsa la pena romperti quel cazzo di naso è stata romperti quel cazzo di naso.»

Il suo compagno stava parlando alla radio, forse con l’uomo senza la cui autorizzazione non poteva nemmeno pisciare. Stava spiegando che «nonostante le misure adottate» ero riuscito a raggiungere l’appartamento. Poi, ascoltò. A quel punto immaginai che stessero decidendo come farmi fuori, piuttosto che se uccidermi oppure no. Come quasi tutte le mie ipotesi, si rivelò sbagliata.

A quanto pareva, Grier era incappato in un problema, e io avrei potuto essergli ancora utile.

Anche se non per molto.

Più o meno nello stesso momento, a quasi tredicimila chilometri di distanza, qualcun altro scoprì che una porta che avrebbe dovuto essere chiusa era spalancata. A differenza della mia, però, non aveva subito l’umiliazione di essere scassinata. Perché avrebbero dovuto forzare la serratura, quando avevano una chiave di riserva? Rubata dalla sua borsa e duplicata quasi subito dopo che era arrivata sul posto, tanto per sicurezza.

Mme Mercelle sapeva che la sua ospite non era tipo da trascorrere la giornata rintanata nella sua camera, anche se non l’aveva mai vista uscire. Tuttavia, la ragazza andava e veniva a orari così impensabili che spesso era difficile incrociarla. La proprietaria amava tenere la sua pensioncina, che considerava la più graziosa di Couiza, sempre pulita e ordinata. Così, dando per scontato che la giovane fosse fuori, aveva deciso che era una buona occasione per dare una rapida sistemata: spolverare, cambiare le lenzuola e così via.

Però, quando raggiunse l’uscio e lo trovò socchiuso, cominciò a preoccuparsi. A prescindere dal fatto che l’ospite fosse in camera o no, quella porta non veniva mai lasciata aperta. La ragazza aveva insistito parecchio. Teneva molto alla privacy, tanto che aveva ignorato i mobili già presenti e aveva acquistato una piccola cassettiera munita di chiave e aveva pregato Mme Mercelle di non provare ad aprirla. Conteneva i suoi documenti personali, aveva aggiunto.

Naturalmente, la proprietaria aveva acconsentito senza protestare; dopotutto, non era abituata a ficcare il naso negli affari dei clienti. La giovane avrebbe anche potuto usare una delle cassettiere disponibili, aveva replicato, e lei avrebbe promesso solennemente di non guardare dentro, ma l’altra aveva specificato che si sarebbe sentita molto più tranquilla se avesse avuto la certezza di essere la sola persona ad avere la chiave. Richiesta curiosa, forse, ma ragionevole. Inoltre, era una delle migliori ospiti a lungo termine che Mme Mercelle avesse mai avuto. Sempre cortese, pagava con puntualità e obbediva alle regole della pensione, per quanto fossero poche e flessibili.

La camera era piccola, soprattutto col letto matrimoniale che occupava gran parte dello spazio, ma aveva un angolo cottura dotato di lavello, microonde e bollitore, più un bagno privato con doccia. Le pareti erano tappezzate d’istantanee. In città c’erano alberghi più grandi, e persino alcuni bilocali da affittare nella periferia sud, ma di solito quei posti richiedevano di firmare contratti di durata maggiore, e forse la ragazza aveva voluto un po’ di flessibilità in più.

Così, se la porta aperta era stata una sorpresa, puoi immaginare lo stupore di Mme Mercelle quando trovò la stanza in apparenza deserta, mentre il cassetto – il cassetto segreto – era spalancato. In fondo, non c’erano state effrazioni. La serratura non sembrava forzata, no? L’ospite doveva semplicemente essersene andata in fretta e furia, concluse, magari alle prime luci del giorno, perché era in piedi dalle sette e non aveva visto entrare o uscire nessuno. Varcò la soglia e spinse il cassetto senza sbirciare dentro, anche se con la coda dell’occhio notò che era vuoto.

Non poteva chiuderlo a chiave, è naturale, ma così la stanza aveva un aspetto più ordinato.

Notò che le tende erano ancora tirate e, contrariata, borbottò qualcosa in francese, aprendole per far entrare la luce del sole. Quando si voltò, urtò un oggetto col piede. Era qualcosa di morbido, quasi spugnoso, non di duro come un libro o una scatola.

Abbassò gli occhi.

Poi, fuggì dalla stanza, con le pantofole che sbattevano sui gradini mentre urlava a squarciagola: «Aidez moi! Aidez moi!»

Il corpo di Kelly Brown era steso accanto al letto, gli occhi spalancati e la lingua blu che penzolava dalla bocca. Era sdraiata a pancia in su, con le gambe girate e piegate, ma con la camicia da notte e gli slip ancora indosso. La manica sinistra era arrotolata, e una cinghia di cuoio era legata a mo’ di laccio emostatico intorno all’esile bicipite e sotto, nell’incavo del gomito, una siringa vuota era ancora conficcata nella carne ormai fredda.

L’autopsia avrebbe rivelato che Kelly non si era mai iniettata sostanze stupefacenti in passato, ma fu impossibile stabilire se avesse fatto ricorso ad altri metodi non invasivi. L’unica cosa certa era che l’ultima dose di eroina pura, somministrata mediante la siringa, l’aveva uccisa quasi subito. Nei pochi secondi che le erano rimasti, forse si era resa conto di stare per morire, o forse no. Però, autopsia o non autopsia, l’espressione di orrore sul suo volto rendeva più credibile la prima supposizione.

I due uomini della fotografia avevano dovuto fare soltanto una piccola deviazione. Avevano fatto tappa là, su espressa richiesta di Grier, mentre tornavano a Cardou con le tavole che avevano confiscato al banco della DHL, a Carcassonne. Nessuno li aveva visti entrare o uscire dalla pensione, meno che mai Mme Mercelle, che aveva il sonno pesante da quando suo marito, un tipo violento, era morto.

Anche se qualcuno li avesse visti, non avrebbe fatto molta differenza. Assieme a Grier, che aveva chiesto a Klein di rientrare dalla Siberia e d’incontrarlo a Los Angeles, erano saliti a bordo di un charter privato per gli Stati Uniti meno di un’ora dopo che il cuore di Kelly si era fermato.

A quanto pareva, il decesso era destinato a essere classificato come mort par mésaventure.

La Teoria Dell'eternità
titlepage.xhtml
OEBPS_Text_part0000.html
OEBPS_Text_part0001.html
OEBPS_Text_part0002.html
OEBPS_Text_part0003.html
OEBPS_Text_part0004.html
OEBPS_Text_part0005.html
OEBPS_Text_part0006.html
OEBPS_Text_part0007.html
OEBPS_Text_part0008.html
OEBPS_Text_part0009.html
OEBPS_Text_part0010.html
OEBPS_Text_part0011.html
OEBPS_Text_part0012.html
OEBPS_Text_part0013.html
OEBPS_Text_part0014.html
OEBPS_Text_part0015.html
OEBPS_Text_part0016.html
OEBPS_Text_part0017.html
OEBPS_Text_part0018.html
OEBPS_Text_part0019.html
OEBPS_Text_part0020.html
OEBPS_Text_part0021.html
OEBPS_Text_part0022.html
OEBPS_Text_part0023.html
OEBPS_Text_part0024.html
OEBPS_Text_part0025.html
OEBPS_Text_part0026.html
OEBPS_Text_part0027.html
OEBPS_Text_part0028.html
OEBPS_Text_part0029.html
OEBPS_Text_part0030.html
OEBPS_Text_part0031.html
OEBPS_Text_part0032.html
OEBPS_Text_part0033.html
OEBPS_Text_part0034.html
OEBPS_Text_part0035.html
OEBPS_Text_part0036.html
OEBPS_Text_part0037.html
OEBPS_Text_part0038.html
OEBPS_Text_part0039.html
OEBPS_Text_part0040.html
OEBPS_Text_part0041.html
OEBPS_Text_part0042.html
OEBPS_Text_part0043.html
OEBPS_Text_part0044.html
OEBPS_Text_part0045.html
OEBPS_Text_part0046.html
OEBPS_Text_part0047.html
OEBPS_Text_part0048.html
OEBPS_Text_part0049.html
OEBPS_Text_part0050.html
OEBPS_Text_part0051.html
OEBPS_Text_part0052.html
OEBPS_Text_part0053.html
OEBPS_Text_part0054.html
OEBPS_Text_part0055.html
OEBPS_Text_part0056.html
OEBPS_Text_part0057.html
OEBPS_Text_part0058.html
OEBPS_Text_part0059.html
OEBPS_Text_part0060.html
OEBPS_Text_part0061.html
OEBPS_Text_part0062.html
OEBPS_Text_part0063.html
OEBPS_Text_part0064.html
OEBPS_Text_part0065.html
OEBPS_Text_part0066.html
OEBPS_Text_part0067.html
OEBPS_Text_part0068.html
OEBPS_Text_part0069.html