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Tra 5th Street e Alameda Street, Los Angeles,
venerdì, 20 aprile 2040
«Inutile? Come diavolo ti salta in mente di dire una cosa simile?» Klein pareva offeso, come se il commento spontaneo di Alison fosse stato un affronto personale anziché la critica a una sua idea.
«Perché la storia non si può cambiare. Perciò che senso ha provarci?»
Lui, anziché sembrare contrariato, sorrise come se avesse sempre saputo che quel momento sarebbe arrivato. Peggio ancora, l’impressione era che la brillante Alison fosse caduta nel suo gioco.
«Sono certo che siamo tutti ansiosi di conoscere la tua opinione sull’argomento. Se vuoi essere così gentile da illustrarcela», la esortò Klein.
Lei capì di aver fatto un passo falso. Una parte del suo discorso sarebbe stata presa, rielaborata e rinfacciata, soltanto che non sapeva quale e l’unico modo per scoprirlo era assecondare Klein. Si diede della stupida e prese la parola: «Okay, ipotizziamo che mandiate un uomo indietro nel tempo. Nella storia non c’è nulla che si possa cambiare, nemmeno una singola azione».
«Perché no?» Kerr sarebbe voluto tornare nel passato ed evitare di rovinare il suo unico appuntamento con Akira Okinawa, la studentessa americana che aveva conosciuto e di cui si era innamorato a Londra sei anni prima. La stessa che poi sarebbe diventata la star cinematografica Akira Lake.
«Perché è già successa.» Alison notò che Kerr non era l’unico ad avere una faccia perplessa. «D’accordo, immagina che ti dia una bomba atomica e che ti rimandi nel 1939 per far saltare in aria Berlino e uccidere Hitler…»
«Non si può portare una bomba atomica. Non è un essere vivente», obiettò Kerr.
«Puoi sempre infilartela nel culo», ribatté lei con finta irritazione. Tuttavia aveva involontariamente dato voce a uno dei maggiori problemi in cui Klein si era imbattuto all’interno del progetto. «Okay, allora t’incarico di rubare un potentissimo ordigno esplosivo e di farlo detonare nella Berlino del 1939. Non ci riesci. Fine della storia, buonanotte.»
«Come fai a sapere che non ci riesco?»
«Perché nella Berlino del 1939 non è stato fatto detonare nessun potente ordigno esplosivo. Non è mai capitato, punto e basta. E, se non è mai capitato, non puoi tornare indietro e farlo succedere.» Alison guardò gli altri. «Se ci riuscissi, quali effetti avrebbe questo su di me, che me ne sto qui nel futuro? Il testo nei miei libri di storia cambierebbe di colpo? Spero di no, perché Mr. Klein è figlio d’immigrati tedeschi che sono venuti negli Stati Uniti subito dopo la seconda guerra mondiale. Se tu fossi riuscito nell’intento, cosa che non è avvenuta, forse lui non avrebbe mai studiato al MIT, svolto ricerche per il governo degli Stati Uniti e fondato la KleinWork Research Technology. Perciò io sarei disoccupata. E si tratta soltanto di due tedeschi. Che mi dici di tutte le altre conseguenze?»
Indicò Strauss. «Forse il nostro Pete non verrebbe neanche concepito in seguito all’effetto a catena del tuo piccolo bombardamento selvaggio. Anche se sono sicura che forse non sarebbe una cattiva cosa, che ne sarebbe di lui dopo il tuo ritorno al passato? Scomparirebbe all’improvviso?»
Strauss parve offeso, mentre Klein sorrise e chiese: «Stai dicendo che, se non è mai successo, non potrà mai avere luogo?»
«Esatto. Perciò che senso ha?»
Lui ci pensò su. «E se tu fossi la persona che è tornata nel 1939 e, non so, che ha suggerito a Hitler la bella idea di svegliarsi il primo settembre e d’invadere la Polonia, scatenando così la seconda guerra mondiale?»
Alison era sbalordita: gli altri stavano annuendo. Erano forse usciti di senno? «Ancora una volta, che senso ha? È già accaduto, cosa avrebbe da guadagnare una persona nel diventare la ragione per cui è successo?»
Klein sembrò soddisfatto. Ma di cosa, per la precisione? «Hai pronunciato la parola chiave, ragazza mia, la ragione», disse dolcemente. Rifletté in silenzio, con le mani giunte e le dita premute contro la base del naso. «Dimmi, Alison, dove sono le ossa di Cristo?»
«Non lo sa nessuno.»
«Esatto.» Klein parlò con passione, spinto dal desiderio di qualcosa d’indecifrabile. «E se fossimo noi la ragione per cui non lo sa nessuno?»
Kerr e Haga si agitarono sulle sedie, impazienti.
«A che scopo?» chiese lei.
«Per nasconderle dove non sarebbero mai state trovate. Almeno finché non avessimo deciso di dissotterrarle.»
«Vuoi scherzare. Mandare le persone indietro nel tempo per nascondere le cose. Dissotterrarle? È così assurdo che non riesco neanche a immaginarmelo.»
Stranamente, era proprio ciò che la spaventava di più. Sapeva che non era assurdo. Niente affatto. Anzi, era molto, molto astuto. E non sarebbe mai dovuto accadere. Era quello il motivo per cui stava lottando come una forsennata. «E per quanto riguarda le persone che dovrebbero viaggiare nel tempo?»
«Cosa vuoi sapere?» chiese Klein, con una scintilla di malvagità negli occhi.
«Non potrebbero tornare.» C’era una punta di rabbia nella voce di Alison. «Mai. Qualunque epoca sceglieste, non avrebbero le risorse né la tecnologia necessarie. Sarebbero bloccate nel passato per sempre.»
«E cosa c’è di male in questo?»
«Prego?» fece lei sbigottita.
Di norma, nessuno l’avrebbe passata liscia se avesse contraddetto Klein in quel modo, nemmeno il più audace o il più intelligente, ma quel giorno fu diverso. Alison Bond stava dicendo tutte le cose che lui voleva dicesse. Era quello il difetto di chi ragionava secondo la logica: era molto prevedibile.
«Se andate a pagina 15 del memorandum, troverete un capitolo intitolato ’La sospensione’. Penso che lo giudicherete molto illuminante», riprese Klein.
Alison aprì il documento e studiò il testo per più di un minuto, assimilando ogni parola e, peggio ancora, ogni implicazione. Era una lista di statistiche, accompagnate da nomi, numeri e profili biografici. Qua e là, contrassegnate da un asterisco, c’erano anche alcune date, che nella migliore delle ipotesi potevano essere definite imminenti.
In quell’istante, si rese conto che Klein era cambiato, che era impazzito nel senso più clinico della parola. Lo conosceva sin da piccola e, in tutta sincerità, aveva seguito ogni episodio della sua ascesa come una sit-com settimanale. Era iniziata come semplice ambizione, per poi trasformarsi prima in brama e disperazione e, infine, in ossessione: il desiderio di onnipotenza. Negli ultimi anni gliel’aveva letto negli occhi più spesso di quanto avesse voluto ammettere. Era come se la vecchiaia e i costanti fallimenti avessero provocato il genere di rabbia che cancella ogni ragionevolezza.
Quel vecchio bastardo era uscito di senno. Stava esagerando, si stava spingendo troppo oltre.
«Ti prego, Josef, dimmi che è uno scherzo», supplicò Alison.