Epilogo
MEDJERDA «Chika» Jeune è stata sepolta ad Haiti il 15 aprile 2017. Molti degli americani che aveva conquistato vennero ad assistere alla cerimonia, a cui parteciparono anche la sua madrina, suo padre, tutto il personale dell’orfanotrofio e, con nostra sorpresa, il fratello minore e le due sorelle maggiori. Un gruppetto di persone si recò al cimitero, dove le farfalle svolazzavano intorno agli alberi che ombreggiavano quell’angolo.
Sulla lapide c’erano le parole della canzone che aveva cantato da sola quella sera:
MWEN SE PITIT BONDYE
Sono una figlia di Dio
Tornati all’orfanotrofio, i bambini si misero gli abiti migliori per la loro piccola cerimonia in chiesa. Molti di loro si alzarono e dissero cosa preferivano di Chika, compreso: «Le piaceva molto mangiare». Poi liberammo tre dozzine di palloncini rosa in suo onore, che si alzarono nel cielo e fluttuarono sopra le vie di Port-au-Prince.
Mentre camminavo per il cortile vidi il fratellino, Moïse, e mi mancò il fiato. Le somigliava moltissimo. Aveva tre anni, la stessa età di Chika quando era arrivata da noi. Lo abbracciai e lui mi saltò in braccio, stringendomi con una presa che era nuova e familiare al tempo stesso.
Quel pomeriggio il suo tutore, lo zio di Chika, chiese di parlare con me. Disse di aver preso Moïse dopo la morte della madre di Chika perché il bambino non aveva altro posto dove andare. Ma lui e sua moglie avevano già dei figli, e i soldi erano un problema. Aveva visto la missione, i dormitori, la cucina, la scuola.
«Adesso sarebbe possibile per voi prendere Moïse?» chiese.
E così abbiamo fatto.
Vive qui da quel giorno, come pure sua sorella Mirlanda.
Il mondo è un posto meraviglioso.
Lasciatemi finire con questa storia. Avevo l’abitudine di bere il caffè tutte le mattine. Chika mi osservava mentre lo preparavo e poi, com’era tipico suo, diceva: «Cos’è quello?»
«È caffè, Chika.»
«Vorrei tanto berlo io, il caffè.»
Andò avanti per mesi. Più le dicevo che il caffè non era adatto ai bambini e più lei lo voleva. Alla fine una mattina cedetti, e lei prese la tazza con entrambe le mani, bevette un sorsetto minuscolo di caffè e disse: «Mmm!»
Ancora adesso non so se le sia piaciuto davvero, o se a piacerle fosse la sensazione di essere più grande.
Ed è questa la cosa che ci ossessiona di più, guardandoci indietro. Non la battaglia. Non la malattia. Ma il fatto che gli anni passeranno e noi diciamo: «Chika avrebbe otto anni», o «Chika avrebbe nove anni», oppure, un giorno diremo: «Chika sarebbe all’università, adesso, e berrebbe il caffè». Non è del tempo che ha passato a lottare che ci lamentiamo. È il fatto che non sia potuta crescere. Il tempo che non ha avuto. Il futuro che non ha mai visto. Sembra ancora talmente ingiusto.
Ma a nessuno di noi è garantito il domani. È ciò che facciamo oggi che conta. Chika ha colmato ogni giorno. L’ha assaporato fino all’ultima goccia. Se l’è goduto. E ha sempre avuto un impatto sugli altri, spesso facendoli sorridere.
Le persone mi chiedono cosa ho imparato da questa esperienza. In queste pagine ho provato a spiegarlo. Ma c’è una cosa soprattutto che posso dire. Le famiglie sono come opere d’arte, possono essere fatte di tanti materiali. Certe volte lo sono per nascita, certe altre sono mescolate, altre ancora sono semplicemente momenti e circostanze combinati insieme, come le uova strapazzate preparate in una cucina del Michigan.
Ma indipendentemente da come una famiglia si forma, e da come va in pezzi, è vero e sarà sempre vero che non si può perdere un bambino. E noi non abbiamo perso una bambina. Ce n’è stata data una.