Tu
IL tuo ultimo Natale è passato in sordina. Ti abbiamo portata alla riunione di famiglia che si tiene ogni anno la vigilia, ma tu sei perlopiù rimasta a guardare gli altri bambini che mangiavano e aprivano i regali. A quel punto dovevamo imboccarti con cucchiaiate di cibo morbido, perché non riuscivi più a tenere in mano le cose e deglutire era diventato un problema.
La mattina dopo abbiamo festeggiato a casa, solo noi tre. Per l’occasione la signorina Janine ti ha messo un maglioncino rosso e ti abbiamo tenuta in braccio mentre scartavi i regali. Armeggiavi con la carta, decisa ad aprirli tutti, anche se non riuscivi a controllare i movimenti delle braccia. Una volta scartato il regalo, farfugliavi: «Ssè?» quando l’incarto si svolgeva, e io prendevo in mano ogni giocattolo spiegandoti cos’era, finché tu non facevi di sì con la testa.
Ci è voluta quasi tutta la mattina. Questa volta non ci sono stati strilletti o urla di esultanza, niente corse per montare i giocattoli, né pancake, uova e pane tostato con il burro di mandorle, perché non riuscivi più a mangiare quelle cose.
Però ricordi cosa ho detto delle mattine di Natale senza figli? Per la prima volta in vita nostra, non era più così, Chika. E per la prima volta in vita tua, avevi una figura materna e una paterna tutte per te durante quella ricorrenza. Nel pomeriggio, seduta al tavolo con te, la signorina Janine si è messa a piangere. Tu hai allungato una mano tremante verso un fazzolettino e le hai asciugato le lacrime con delicatezza. Poi hai fatto avvicinare i nostri visi perché ci baciassimo.
Ci sono stati dei momenti, Chika, in cui mi sono chiesto se non stessimo forzando troppo la mano. Se le cure non stessero consumando il tuo prezioso corpicino. Le cose che hai dovuto sopportare. Gli effetti collaterali. Spesso avevi l’aria talmente sfinita.
Ma averti lì con noi quel Natale, tra le nostre braccia, a guardarti mentre aprivi una calza rossa, il solo sapere che eri sopravvissuta per vedere un altro giorno – e questo in particolare – ci dava una sensazione di pienezza e amore, quella di una famiglia che tenta di godere ogni momento, perché certe volte è l’unica cosa che una famiglia può fare.
Due settimane dopo festeggiammo il tuo settimo compleanno. Vennero tutti. E intendo tutti tutti. Sorelle e fratelli, cugini, i loro figli, tutti i tuoi «amici» di quaranta, cinquanta e sessant’anni, e la folla da pifferaio magico che avevi radunato intorno a te, dalle infermiere ai musicisti. Quanta gente! La festa si teneva a casa nostra e ti avevamo messo il tuo vestito giallo preferito, quello di Belle, e quando la signorina Janine e diversi amici ti portarono nella stanza sulla sedia a rotelle, io suonai Happy Birthday to You al pianoforte mentre tutti cantavano.
Avevamo organizzato la presenza di due «principesse», vestite da Cenerentola e Bella addormentata, e quando fecero il loro ingresso ti si illuminarono gli occhi, nonostante la confusione che dovevi avere in testa. Fecero dei giochi, distribuirono regali e cantarono delle canzoni accompagnate da un radiolone, inclusa I sogni son desideri, che finisce con i versi che parlano di dimenticare il presente, e il sogno diventerà realtà. Non potevi dire molto, in realtà; per la maggior parte del tempo sei rimasta seduta tra la signorina Janine e me, tenendoci per mano. Ma i tuoi occhi non si perdevano niente.
Quel pomeriggio non riuscivo a smettere di abbracciarti, Chika, non so bene perché. Mi allontanavo un attimo, poi tornavo e ti prendevo in braccio, raccogliendo gli ampi strati della gonna gialla sotto il braccio. Certe volte ti sentivo seppellire la faccia nell’incavo della mia spalla e cercavo di farti guardare la torta, ma non riuscivi a sollevare la testa. È stato il compleanno più felice e più straziante che io abbia mai vissuto.