Ѐ L’AGOSTO del 2013. Gestisco l’orfanotrofio da tre anni. Abbiamo acqua corrente, cibo sano e tanti bambini nuovi. E anche se gran parte di Haiti per me rimane un mistero, venire qui tutti i mesi ha fatto sì che alcune cose siano diventate un’abitudine.
Atterro all’aeroporto di Port-au-Prince, supero il controllo passaporti, oltrepasso una piccola band haitiana che suona musica di benvenuto. Scendo le scale mobili, che come di consueto non funzionano.
In fondo alle scale mi aspetta Alain Charles, il direttore haitiano, che è riuscito a entrare in aeroporto a furia di chiacchiere. (Ormai conosce praticamente tutti quelli che lavorano qui.) Recuperiamo i bagagli e usciamo dalle porte, cosa che assomiglia a entrare in una galleria di aria bollente. Uomini sudati con la camicia button-down afferrano il mio bagaglio e gridano: «Salve, signore!… La aiuto io, signore!» Ci facciamo largo tra la folla per arrivare alla macchina.
Ci immettiamo nel traffico caotico e passiamo accanto a montagne di macerie del terremoto, ancora visibili dopo tre anni, e a cumuli di spazzatura, alcuni in fiamme. Una capra spersa. Un cane macilento. Buche capaci di inghiottire un intero veicolo. Finalmente un colpo di clacson, e un addetto alla sicurezza apre il cancello del nostro orfanotrofio. Entriamo e suoniamo di nuovo il clacson.
Apro la portiera e il mondo cambia.
Sento il suono più meraviglioso di tutti – bambini che strillano – correre nella mia direzione. In testa c’è l’ultima arrivata, Chika Jeune, che è qui solo da poche settimane. Gli altri urlano: «Signor Mitch!» ma lei non mi conosce ancora, non proprio. Eppure sembra decisissima a essere la prima. I bambini mi si aggrappano alle gambe e mi si arrampicano addosso, e lei solleva le braccia, perciò la tiro su. Mi stupisce spesso che i bambini vogliano il tuo abbraccio anche se ti conoscono appena.
«E tu come stai, Chika Jeune?»
Non risponde. Non parla inglese.
«Sak pase?» provo, un’espressione creola che significa più o meno «Come va?»
Lei sorride, mi mette le braccia attorno al collo e nasconde la faccia.
«Va bene», dico, «me lo dici dopo.»