Noi
«SIGNOR Mitch?»
Mmm?
«Siamo andati in Germania tre volte.»
Vero.
«Ho visto lo zoo. E il ponte con tutti quei lucchetti.»
Parla dello Hohenzollernbrücke di Colonia, che scavalca il Reno. Le coppie scrivono sui «lucchetti dell’amore» e poi li agganciano alle sponde di ferro del ponte per simbolizzare il loro impegno. Ce ne sono più di quarantamila. Il peso sta diventando un problema. A quanto pare, l’amore talvolta può essere troppo gravoso.
«Perché non siamo tornati di nuovo?»
In Germania?
«Ha ha.»
Non potevamo.
«Vuoi dire che io non potevo», dice.
Esito.
È così, dico.
«Già.» Fa una smorfia. «Lo so.»
Attraversa la stanza e si ferma vicino agli scaffali per esaminarne il contenuto. Fuori è inverno e fa freddo, e questa mattina è comparsa correndomi incontro dalla porta dello studio, i piedi silenziosi sulla moquette. Mi giro e la guardo fare gli ultimi passi e poi una capriola, che la fa atterrare sul sedere. Urla: «Ahia!»
Mentre la guardo mi rendo conto di quanto ho osservato l’andatura di Chika quando era con noi. Come l’occhio sinistro e la parte sinistra della bocca, era un barometro della malattia. L’avevo vista trascinare la gamba quando era appena arrivata, e poi camminare incerta dopo l’intervento e gli steroidi. Sono stato testimone di un quasi ritorno alla normalità dopo la radioterapia e poi di un nuovo peggioramento.
Una volta, tra un viaggio in Germania e l’altro, si è allontanata pestando i piedi rabbiosa perché doveva prendere qualche medicina. Ha urlato: «Non voglio!» Poi le hanno ceduto le gambe. È caduta. Sono andato ad aiutarla, ma lei si è allontanata gattoni e ha iniziato a salire i gradini che portano in camera da letto. Si è arrampicata su uno, è scivolata giù, si è tirata su di nuovo. Chika si era arresa a molte cose nella sua battaglia contro il DIPG. Ma la sua volontà di combattere non è mai venuta meno.
«Ehi! Signor Mitch!» mi dice adesso.
Alzo lo sguardo. Ha in mano il blocco giallo. Indica il penultimo punto.
«Parla della signorina Janine?»