Ѐ L’AUTUNNO del 2013 e Chika Jeune è al nostro orfanotrofio da qualche mese. Essendo la più piccola sia per statura che per età, è la prima della fila per andare in bagno o a scuola. Sembra apprezzare che gli altri bambini camminino dietro di lei. Però la vedo spesso da sola con un gioco che si è portata in un angolino tutto suo. Non è raro che i bambini nuovi parlino poco e si attacchino a un libro da colorare o a una bambola, forse perché non hanno nulla cui aggrapparsi del loro passato. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà perché Chika smetta di sentirsi un’estranea ed entri a far parte del gruppo.
Una sera stiamo celebrando la funzione del vespro, una tradizione di preghiere e canti gospel, punteggiata dal suono dei bonghi e sostenuta dal volume assordante di voci acute. I bambini intonano le canzoni a squarciagola, qualcuna in creolo, altre in inglese, da Shout to the Lord e I Give Myself Away a Jériko Miray La Kraze e Mwen se Solda Jezi. Certe volte sembra di stare in mezzo alla folla urlante di una manifestazione sportiva. Ma vedere dei bambini tanto piccoli, che hanno così poco, cantare il loro ringraziamento al Signore è uno spettacolo per gli occhi.
Quella sera sono seduto contro una parete con diversi bambini appoggiati addosso. Nel bel mezzo di un canto allegro, Janine attira la mia attenzione.
«Guarda», dice indicando.
A pochi metri di distanza c’è Chika Jeune, con indosso una camicia da notte bianca, che applaude e oscilla la testa a ritmo di musica. Ha gli occhi chiusi, agita le mani in aria e ride tra una strofa e l’altra. Quando il canto finisce, slancia un braccio sopra i capelli intrecciati e spalanca la bocca nel più dolce dei sorrisi, come a dire: «È stato così divertente, possiamo rifarlo?»
Mi prendo un appunto mentale. È stata la preghiera. È una di noi.