Io

POCHE cose rendevano Chika più felice che mangiare. Assaggiava praticamente tutto. Ricordo una tiepida sera d’estate in cui eravamo seduti fuori a mangiare cibo libanese e Chika cantava: «Baba… gan-ush!» – era affascinata da quella parola –, poi si metteva a ridere e ne mangiava un altro po’, quindi ripeteva: «Baba… gan-ush

Aveva sei anni.

Janine era irremovibile sul fatto che mangiasse cibi che le facevano bene ed evitasse quelli che avrebbero potuto farle male. Incluso lo zucchero, perché nutre il cancro. Lo stesso dicasi del cibo industriale come patatine e snack.

Ma Chika era una bambina. Desiderava quelle cose. Una volta, a una festa di famiglia, mi sedetti sul divano e lei fece scivolare un cuscino tra noi due.

«Cerchi di bloccarmi?» le chiesi con un sorriso.

«Non voglio che ti arrabbi», borbottò lei.

«E perché dovrei arrabbiarmi, Chika?»

Lei spostò lentamente il cuscino.

Nascondeva un sacchetto di patatine.

Un’altra volta era tornata a casa da una festa di fidanzamento sull’auto della nostra amica Nicole. Quando lei aveva controllato nello specchietto retrovisore, Chika dormiva profondamente. Fu solo quando arrivò a casa che Nicole scoprì sul sedile un mucchietto di carte di cioccolatini Hershey’s. Chika aveva aperto un cesto regalo e si era mangiata tutto quel cioccolato in una volta sola.

Quando Janine aveva cercato di raccontarmi la storia, Chika mi aveva coperto le orecchie con le mani.

«No, no, no», aveva protestato.

«Cosa, Chika? Fammi sentire.»

«Okay. Ma non incavolarti.»

Incavolarmi?

Ovviamente non ci arrabbiavamo mai per queste cose. Al contrario, odiavamo privarla di qualunque cosa. Odiavamo fare tutto quello che le ricordava la sua malattia. Janine pianse quando ci dissero che non avevamo scelta se non inserire quel port nel petto di Chika, soprattutto perché Chika sarebbe stata costretta a vedere ogni giorno quel bozzo di plastica nella sua pelle.

«Quelle cose si infettano», disse Janine.

«Cos’altro possiamo fare?»

«Non mi fido.»

«Non ti fidi.» Sospirai. «Che alternativa abbiamo?»

Il giorno dopo che l’infermiera ebbe usato per la prima volta il port, mi feci accompagnare da Chika ad Haiti per la mia visita mensile. Una ricompensa per la sua tenacia.

Era metà luglio, il periodo più caldo dell’anno. Janine le aveva messo un paio di pantaloncini bianchi, una T-shirt verde lime e una fascia per i capelli bianca con un grosso fiore. Chika voleva arrivare quando i bambini dormivano e intrufolarsi nel suo letto a castello, così al risveglio il mattino dopo le bambine avrebbero detto: «Ehi, guarda! È Chika!» Passò in rassegna il piano con precisione militare per tutto il volo.

Sembrava particolarmente eccitata per questo viaggio. Forse si stava stufando dell’America, degli ospedali, delle cure. Adesso camminava solo con difficoltà e l’occhio sinistro non si chiudeva più, neppure quando dormiva. Le erano caduti i capelli dietro la nuca e sulle cosce aveva le smagliature provocate dalle drastiche oscillazioni di peso. La bocca era piegata all’ingiù come una lacrima capovolta.

Avevamo anche notato che perdeva la pazienza più spesso. Era più ribelle. Spesso urlava: «No!» Si nascondeva sotto il tavolo. Questi comportamenti avevano delle conseguenze, perché ci rifiutavamo di sostituire la pietà all’educazione, e volevamo educarla per il resto di una lunga vita.

Una volta che si era rifiutata di bere il frappè di integratori, Janine disse: «Chika, stiamo solo cercando di prenderci cura di te». Al che lei si era girata di scatto urlando: «Voi non siete qui per prendervi cura di me! Siete qui per punirmi e togliermi le cose!»

Cercai di intervenire.

«Chika, se vuoi andare da Aidan, devi finire il frappè.»

«Se tu vuoi stare qui, devi finire il tuo, di frappè!» ribatté lei.

Non posso dire che questi battibecchi non avessero conseguenze per noi. Certe volte facevano male. Ma sapevamo che era giustificata. Chika non si ribellava quando era ora di andare a letto o se doveva finire le verdure. Se non voleva bere un frappè di medicinali, o andare a fare una risonanza magnetica, come darle torto? Sbattevamo di continuo contro un muro invisibile, perché non volevamo addentrarci in spiegazioni né spaventarla o rendere più pesante il suo fardello.

Non sapevamo neanche mai quanto stava soffrendo; sopportava bene il dolore e si lamentava raramente. Qualche volta diceva: «Signor Mitch, mi fa male la testa». E mentre rispondevo: «Ti faccio un massaggio», oppure le davo un’aspirina per bambini, dentro di me ero terrorizzato. E se non fosse stato un mal di testa passeggero?

In un certo senso, ero sollevato quando Chika si ribellava contro di noi, quando tirava fuori la combattività, perché sapevo che ne avrebbe avuto bisogno per superare tutto quanto. Perciò, d’accordo, mi dicevo. Litiga se è necessario. Urla e strepita. Non andartene in punta di piedi.

Arrivammo ad Haiti tardi e quando l’auto di Alain oltrepassò i cancelli i bambini dormivano già. Chika non aveva un bell’aspetto; era stanca e sudata. Suggerii che rimanesse nella mia stanza fino al mattino dopo.

Non protestò. La cambiai, dicemmo le nostre preghiere e lei si sdraiò su un materassino. Qualche minuto dopo mi chiese se poteva dormire con me.

Le sollevai la testa. «Chika, cosa c’è che non va?»

E lei mi vomitò addosso.

Il mio mento, le spalle, la camicia erano ricoperti di vomito. La portai in bagno di corsa, ma aveva già rigettato tutto. Piangeva e io le dissi: «Va tutto bene, va tutto bene». Era madida di sudore, ma piagnucolava di aver freddo. La pulii e le misi un asciugamano bagnato sulla fronte, poi le diedi del Tylenol contro la febbre. Cadde in un sonno agitato, come me.

Chika
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