Tu
IL nostro ultimo viaggio in Germania, all’inizio di dicembre, è un po’ come tornare a casa. Stesso appartamento di Colonia. Stessa padrona di casa italiana strampalata. Gli stessi diciannove gradini su e giù. Le stesse passeggiate con la sedia a rotelle al mercato, nelle piazze e alla clinica. E tu, Chika, eri felice di essere lontana dalla folla del Ringraziamento, e di essere tornata al centro dell’attenzione.
Ma faceva più freddo e dovevamo infagottarti nelle coperte. Il tuo eloquio era notevolmente rallentato, e oscillavi il busto avanti e indietro: sembrava che seguissi il ritmo di una danza, ma in realtà era una lenta perdita del controllo motorio. Quando mangiavamo, facevi fatica a usare il coltello e bevevi con la cannuccia per non lasciar cadere il bicchiere. In un mercatino di Natale ti vidi osservarti le dita, sforzandoti di muoverle una alla volta.
C’erano altri segnali di cattivo augurio. Una bambina con cui avevi fatto amicizia alla clinica non veniva più, perché il suo tumore era progredito e se n’era formato un altro. In occasione di una visita, mentre tu guardavi un film sull’iPad, il dottor Van Gool ci mostrò le statistiche dei suoi studi fino a quel momento, grafici con linee nere e verdi: quella verde rappresentava i pazienti più recenti. L’obiettivo, disse, era fare in modo che la linea verde curvasse e si appiattisse sopra quella nera, indicando una corrispondenza fra il trattamento immunologico e una tregua nella progressione del DIPG.
Vicino alla fine della linea nera vidi una serie di segni rossi.
«Cosa sono quelle X?» chiesi.
La signorina Janine mi toccò il braccio.
«Sono croci», sussurrò. «Vuol dire che sono morti.»
Quella sera, nella cucina angusta dell’appartamento mettemmo su delle canzoni per bambini mentre tu cercavi di disegnare. Cantavi meglio che potevi. Sembrava che ti fosse tornata una passione per le ninne nanne, forse perché erano più facili da ricordare. Adoravi Twinkle, Twinkle, Little Star.
Ricordo una volta in cui eravamo sui sedili posteriori di un’auto, e cantavamo quella canzone, e tu mi hai messo una mano sulla bocca, come niente fosse, per poter finire da sola. Dopo ti ho chiesto: «Lo sapevi che puoi esprimere un desiderio guardando una stella?»
«Uh?»
«Puoi dire: ‘Vorrei esprimere un desiderio’, e la stella farà in modo che si avveri.»
«Oppure», hai suggerito tu a bassa voce, «potremmo far venire una stella da noi.»
«Da noi?» ho detto.
«Come un regalo.»
«Vuoi dire prenderla dal cielo?»
«Sì.»
«E fare in modo che bussi alla porta e dica: ‘Ciao’?»
«Noooo… Le stelle non sanno parlare.»
Avrei dovuto dire, sì, Chika, sanno parlare, perché ne sto ascoltando una proprio adesso. Invece ho borbottato: «Sembra una buona idea», e tu mi hai appoggiato la testa sul petto e io ti ho dato un bacio sui capelli. Sarei potuto rimanere così per sempre, a guardare le tue guance, il naso e i capelli. Noi adulti possiamo essere parecchio incasinati, Chika. Ma sul viso dei bambini vediamo che il Signore non ha gettato la spugna con noi. Il tuo ne era la prova.
Quando tornammo dalla Germania doveva essere successo qualcosa. Eri inerte. Vomitavi in auto. Avevi lo sguardo appannato. Iniziavi le frasi a voce alta, ma finivi sussurrando.
Ti portammo al Mott Hospital, dove ti fecero una risonanza magnetica. Fu confermato il peggio. C’era una «progressione significativa» della malattia. Pensai a quanto quella parola era cambiata per noi, «progressione», che in genere indicava una cosa positiva e adesso era tutto tranne che quello. Mancava una settimana a Natale, la signorina Janine aveva fatto l’albero e gli amici stavano già lasciando i regali per te. Delle volte ti trovavo seduta sul pavimento, a osservare le decorazioni senza dire una parola, e quando ti chiedevo: «Cosa guardi, Chika?» mi fissavi prima di rispondere, battendo le palpebre, come se stessi tentando di individuarmi in mezzo a una tormenta di neve.