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Reacher controllò dalla finestra. Erano quattro pneumatici in totale, grossi e gibbosi, da sterrato, tutti appartenenti a un Ford pick-up. Il pick-up aveva sospensioni rialzate, luci sulla barra del tetto, uno snorkel e un verricello sulla parte anteriore. Nella penombra all’interno si scorgevano due grosse sagome. Colli robusti e spalle enormi. Il furgone avanzò lento lungo la fila di bungalow e si fermò a cinque metri dalla Subaru. I fari restarono accesi. Il motore girava in folle. Le portiere si aprirono. I due scesero.
Erano entrambi simili a Brett, ma più grossi. Sotto la trentina, circa due metri, una vita grossa resa piccola dal torace, dalle braccia e dalle spalle gigantesche. Avevano i capelli tagliati corti, occhi piccoli e facce carnose. Quel genere di persone che facevano pasti doppi e avevano ancora fame. Indossavano giubbotti rossi da football dei Cornhuskers, resi grigi dalla luce azzurra proveniente dalle gronde del bungalow.
La moglie del dottore raggiunse Reacher alla finestra.
«Santo Dio», esclamò.
Reacher non disse nulla.
I due chiusero le portiere, si spostarono in sincronia verso il pianale di carico e aprirono un portattrezzi dietro all’abitacolo. Sollevarono il coperchio; uno prese un martello a testa tonda, l’altro una chiave inglese doppia, lunga almeno quarantacinque centimetri. Lasciarono il coperchio aperto e avanzarono verso la luce dei fari, preceduti dalle loro ombre. Camminavano leggeri ed erano agili per la loro mole, come in genere ogni giocatore di football. Si fermarono per un istante, guardarono la porta del bungalow e si girarono.
Verso la Subaru.
La assalirono in preda a una furia violenta, come in una specie di guerra lampo. Per due, tre minuti fracassarono e picchiarono senza freno. Il rumore era assordante. Spaccarono ogni frammento di vetro del parabrezza, i finestrini laterali, il lunotto posteriore, i fari e i fanali. Tempestarono di ammaccature il cofano, le portiere, il tetto, i parafanghi e il portellone posteriore. Infilarono le braccia nei finestrini senza vetri e distrussero i comandi, i pulsanti e l’autoradio.
Merda, pensò Reacher. Ecco svanito il mio passaggio.
«La punizione per mio marito», sussurrò la moglie del dottore. «Stavolta è peggio.»
I due si fermarono all’improvviso, così come avevano iniziato. Rimasero lì, ai lati della familiare distrutta a respirare affannosamente e a ruotare le spalle tenendo le armi lungo i fianchi. Nella luce al neon brillavano i minuscoli frammenti dei vetri rotti. Il rimbombo e il suono delle lamiere echeggiò in lontananza perdendosi nel silenzio assoluto.
Reacher si tolse la giacca e la gettò sul letto.
I due si misero in formazione spalla a spalla e si diressero alla porta del bungalow. Reacher la aprì e uscì andando loro incontro. Che vincesse o perdesse, lottare all’interno avrebbe significato devastare la stanza e Vincent, il proprietario del motel, aveva già abbastanza problemi.
I due si fermarono a tre metri e rimasero fianco a fianco, simmetrici, le armi strette nella mano all’esterno, tre metri cubi di ossa e muscoli, duecentosettanta chili di carne, tutti rossi e sudati nel gelo.
«Un quiz a sorpresa. Voi vi siete fatti quattro anni di college per imparare a giocare una partita. Io me ne sono fatti tredici nell’esercito per imparare a uccidere. Quindi, quanta paura ho?» disse Reacher.
Non ci fu risposta.
«Ed eravate tanto incapaci che non siete stati nemmeno convocati. Io ero tanto bravo che ho ricevuto ogni sorta di medaglie e promozioni. Quindi, quanta paura avete?»
«Non molta», rispose l’uomo con la chiave.
Risposta sbagliata. Ma comprensibile. Essere una guardia o un placcatore abbastanza abile alle superiori da arrivare, spesato di tutto, al grande college di Lincoln non era cosa da poco. Giocare anche per poco al Memorial Stadium ti rendeva quasi paragonabile ai più grandi campioni. E non riuscire a entrare nella National Football League non era affatto una disgrazia. La linea che divideva il successo dal fallimento nel mondo dello sport era spesso molto sottile e le ragioni per cui si ricadeva da una parte o dall’altra erano spesso molto arbitrarie. Quegli uomini erano stati parte dell’élite per quasi vent’anni, il fenomeno più importante del loro quartiere, della loro città, della loro contea, forse anche del loro stato. Erano stati famosi, festeggiati, pieni di ragazze. Probabilmente non perdevano uno scontro da quando avevano otto anni.
Tranne per il fatto che non si erano mai ritrovati in uno scontro. Non nel senso che intendeva chi era pagato per combattere o morire. Dare pacche e spintoni davanti al cancello della scuola, sul marciapiede di fronte al negozio di milkshake o a tarda sera dopo una festa d’inizio estate è completamente diverso dal combattere, per due grassoni che provano qualche lancio al parco dal Superbowl. Quei due erano dilettanti, peggio ancora, dilettanti compiaciuti di sé, abituati a cavarsela grazie alla mole e alla reputazione. Nel mondo reale sarebbero stati uccisi prima ancora di sferrare un colpo.
Nella fattispecie: la scelta delle armi era pessima. Le migliori sono le armi da fuoco, poi vengono le armi per trafiggere, poi ancora le altre armi da taglio. Gli oggetti contundenti occupano un posto molto in fondo alla lista. Rallentano la velocità della mano. Lo slancio incontrollato che implicano è uno svantaggio, se manchi il bersaglio. E se devi usarli, il rovescio è l’unico modo per farlo, per poter accelerare e colpire con lo stesso movimento fluido e improvviso. Quei due invece erano spalla a spalla con le armi nella mano esterna, il che lasciava presumere che avrebbero usato un colpo dritto, ossia che il martello o la chiave inglese si sarebbero spostati all’indietro, fermati e spostati in avanti. La prima parte della mossa sarebbe stata un chiaro messaggio. Un avvertimento con la A maiuscola. Zero sorprese. Avrebbero potuto anche mettere un annuncio sul giornale o mandare un telegramma con la Western Union.
Reacher sorrise. Era cresciuto nelle basi militari in giro per il mondo, aveva fatto a pugni con la progenie più dura dei Marine e affinato le doti contro le più violente bande giovanili nelle strade polverose del Pacifico e nei vicoli umidi d’Europa. Da qualsiasi misera cittadina del Texas, dell’Arkansas o del Nebraska provenissero, quei due erano vissuti nella bambagia al confronto. Mentre studiavano gli schemi e imparavano a correre, a saltare e ad afferrare la palla, lui era stato fatto a pezzi e rimesso insieme da specialisti che potevano spezzarti il collo tanto in fretta che non te ne accorgevi neanche finché non chinavi la testa e questa ti rotolava per terra.
«Abbiamo un messaggio per te, amico», disse l’uomo con la chiave inglese.
«Davvero?» osservò Reacher.
«A dire il vero assomiglia più a una domanda.»
«Ci sono parole difficili? Vi serve più tempo?» Reacher avanzò e si spostò leggermente a destra. Si mise di fronte ai due, equidistante, a due metri, in modo che lui fosse a ore sei, e gli altri a ore undici e a ore una. L’uomo con la chiave inglese era alla sua sinistra, quello con il martello alla sua destra.
L’uomo con la chiave inglese si mosse per primo. Scaricò il peso sul piede destro e spostò il pesante arnese metallico all’indietro con un movimento breve, continuo. Un movimento che sembrava studiato per sfruttare i muscoli contratti dopo circa quaranta gradi o un paio di passi, invertire la direzione, tracciare un arco orizzontale in basso e spezzare il braccio sinistro di Reacher tra la spalla e il gomito. Quel tizio non era del tutto idiota. Era un discreto primo tentativo.
Ma incompleto.
Reacher aveva il peso sul piede sinistro e mosse il piede destro una frazione di secondo dopo la chiave seguendo la stessa traiettoria e tenendo la stessa velocità, forse persino un po’ più rapido. Prima che la chiave smettesse di spostarsi all’indietro e iniziasse a muoversi in avanti, il tallone di Reacher impattò contro il ginocchio del grosso giocatore e vi affondò cacciando la rotula in profondità nell’articolazione. La fracassò, ruppe i legamenti, lacerò i tendini, lussò l’articolazione, la invertì tanto che si piegò come nessun ginocchio aveva facoltà di fare. L’uomo iniziò a precipitare. Prima che avesse compiuto i primi centimetri in caduta verticale e che l’urlo gli si formasse in gola, Reacher lo aveva già superato all’esterno, gli aveva assestato una spallata e lo aveva cancellato dalla memoria. Ora era in sostanza un uomo disarmato con una gamba sola e gli uomini con una gamba sola non erano mai stati tra le principali preoccupazioni di Reacher.
L’uomo con il martello doveva fare una scelta in una frazione di secondo. Ruotare per colpirlo con un dritto ma in quel modo avrebbe dovuto tracciare un cerchio pressoché completo perché Reacher gli era alle spalle; il compagno storpio, che se ne stava inerme quasi attendesse l’urto frontale, gli avrebbe tuttavia bloccato la strada. Oppure colpire di rovescio alla cieca, alla disperata, allungandosi nel vuoto dietro di sé e sperando nella sorpresa, in un impatto fortunato.
Scelse di colpire di rovescio.
Cosa che Reacher in parte si aspettava e decisamente sperava. Osservò l’allungo, il braccio che si muoveva, il polso che si piegava all’indietro, il gomito che ruotava nell’altra direzione. Piantò i piedi, mosse di scatto il busto e cacciò la base del palmo nel gomito dell’uomo. Quella spaventosa forza lo spinse in una direzione, il peso del martello nell’altra e l’articolazione si spezzò. Il polso andò in iperestensione, il martello cadde e l’uomo si accasciò all’istante. Prese quindi a saltellare di qua e di là cercando di costringere il corpo in una posizione in cui il gomito stesse piegato nella giusta direzione. Tracciò così uno stretto cerchio in senso antiorario, il che lo lasciò instabile e traballante, faccia a faccia con Reacher. Questi impiegò meno tempo ad agire di quello servito al martello per toccare il suolo e gli diede una violenta testata in faccia. Fu un movimento brutale, secco, un contatto poderoso tra ossa. Dopodiché balzò verso la Subaru distrutta, si girò e pianificò le mosse del secondo e mezzo successivo.
L’uomo che prima stringeva la chiave inglese era a terra, si rotolava su e giù, stordito secondo Reacher non tanto dal dolore – quello vero doveva ancora arrivare – ma dalla nuova, atroce consapevolezza che la vita così come la conosceva era finita. Le fugaci paure che aveva provato da atleta dopo un brutto scontro sul campo erano infine diventate realtà; ora il futuro gli avrebbe riservato solo bastoni e tutori, zoppia, dolore, frustrazione e disoccupazione. L’uomo che prima stringeva il martello era ancora in piedi, sconvolto, batteva le palpebre e perdeva sangue dal naso. Aveva un arto flaccido, insensibile e lo sguardo assente. Nella sua testa non c’era grande attività.
Poteva bastare, avrebbe forse detto una persona abituata a vivere nel mondo civile, nel mondo dei film, della televisione, della correttezza e dei giusti limiti. Ma Reacher non viveva lì. Viveva in un mondo in cui non cominci mai una rissa, ma hai la maledetta certezza di finirla, e non da perdente. Ed era l’erede di generazioni di saggezza conquistata sul campo, secondo cui il miglior modo per perdere era presumere che fosse finita quando ancora non lo era. Perciò tornò dall’uomo che prima stringeva il martello e gli assestò un gancio destro basso nel delicato triangolo sotto i pettorali e sopra i possenti addominali. Fu un pugno violento, perfetto dal punto di vista della velocità, del movimento e dell’esecuzione, dritto al plesso solare. Lo schiacciò come un interruttore e l’uomo cadde in preda a dolori d’ogni tipo, piegandosi in avanti e in basso. Reacher attese che fosse abbastanza chino per sferrargli il calcio finale in faccia, forte ma con una certa pietà, nel senso che qualche dente rotto e una mascella spezzata erano meglio di una lesione al cervello.
Si voltò verso l’uomo che prima stringeva la chiave inglese, aspettò che si girasse dalla parte giusta e lo mise a dormire con un calcio in fronte. Raccolse la chiave e con essa gli spezzò un polso, uno, poi l’altro, due, si girò e fece lo stesso con l’uomo che prima stringeva il martello, tre, quattro. Quei due erano armi di qualcuno, schierate intenzionalmente, e nessun soldato lasciava l’artiglieria abbandonata dal nemico funzionante sul campo.
La moglie del dottore guardava dalla soglia del bungalow con il terrore dipinto sul volto.
«Che c’è?» le chiese Reacher.