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La governante si mosse nella stanza in modo sistematico, seguendo una routine prestabilita e ignorando l’anomalia rappresentata dall’ospite illecito sul letto. Controllò il bagno come per valutare l’entità del compito che l’attendeva, spinse con la coscia la poltrona a tinozza spostandola di un paio di centimetri, nella posizione assegnatale in base ai segni sulla moquette.
«Ha un cellulare?» chiese Reacher.
«Certo. Con alcuni minuti di conversazione», rispose la donna.
«Ha intenzione di vendermi?»
«Vendere chi? Questa è una stanza vuota.»
«Cosa c’è andando verso est?» chiese Reacher.
«Niente che possa servirle», rispose la donna. «Dopo un chilometro e mezzo la strada diventa di ghiaia e non porta da nessuna parte.»
«A ovest?»
«Idem.»
«Perché fare un incrocio che non porta da nessuna parte, a est od ovest?»
«Un progetto assurdo», spiegò lei. «Una cinquantina d’anni fa. Dovevano costruire una strada piena di negozi lunga più di un chilometro, con case a est e ovest. Furono vendute un paio di fattorie per la terra ma tutto finì lì. Persino la stazione di servizio smise di lavorare, il che è il vero segno della fine, non crede?»
«Il motel c’è ancora.»
«Per il rotto della cuffia. Gran parte di quello che il signor Vincent guadagna arriva dal whisky che vende al dottore.»
«Da quello che ho visto ieri sera, è un bell’introito.»
«Un bar non può vivere con un cliente solo.»
«Vincent la paga.»
La donna annuì. «Il signor Vincent è un brav’uomo. Se può, ti aiuta. Io in realtà coltivo la terra. D’inverno lavoro qui perché ho bisogno di soldi. Per pagare i Duncan, fondamentalmente.»
«Le tariffe di trasporto?»
«Le mie sono più alte di quasi tutte le altre.»
«Perché?»
«È una vecchia storia. Non ero disposta a cedere.»
«Su cosa?»
«Non posso parlarne», disse la donna. «È un argomento proibito. È stato l’inizio di tutte le sventure. E in ogni modo mi sbagliavo. Si trattava di un’accusa falsa.»
Reacher si alzò dal letto. Andò in bagno, si sciacquò la faccia con l’acqua fredda e si lavò i denti. Alle sue spalle la donna disfece il letto con gesti rapidi, esperti, le lenzuola da una parte, le coperte dall’altra. «È diretto in Virginia», disse.
«Sa anche il mio numero di previdenza sociale?» chiese Reacher.
«Il dottore ha detto a sua moglie che era un poliziotto militare.»
«Lo ero, ma non lo sono più.»
«Adesso cos’è?»
«Affamato.»
«Qui non c’è la colazione.»
«E allora dove?»
«C’è un ristorante a circa un’ora in direzione sud. In città. I poliziotti di contea ci vanno la mattina a bersi un caffè e a mangiarsi una ciambella.»
«Fantastico.»
La governante uscì sul sentiero e prese le lenzuola pulite da un carrello. Il lenzuolo di sotto, il lenzuolo di sopra, le federe. «Quanto le dà Vincent?»
«Il minimo», rispose. «È tutto ciò che può permettersi.»
«Io potrei darle di più se mi preparasse la colazione.»
«Dove?»
«Da lei.»
«È rischioso.»
«Perché? È una pessima cuoca?»
Lei accennò un sorriso. «Dà buone mance?»
«Se il caffè è buono.»
«Uso la caffettiera di mia madre.»
«Il suo caffè era buono?»
«Il migliore.»
«Allora affare fatto.»
«Non lo so», osservò la donna.
«Non effettueranno perquisizioni di casa in casa. Si aspettano di trovarmi fuori, all’aperto.»
«E quando non la troveranno?»
«Non c’è niente di cui debba preoccuparsi. Me ne sarò andato da tempo. Amo far colazione come tutti, ma non passo ore a tavola.»
La donna rimase lì per un istante, incerta, con una federa bianca pulita aperta sul petto come un segnale, una bandiera o una difesa. «Va bene», disse.
Settecento chilometri a nord l’alba arrivava un po’ più tardi per via della latitudine. Il furgone grigio era fermo sulla pista di sabbia, nascosto, spento, ricoperto di rugiada per il freddo. L’autista si svegliò nell’oscurità, scese per orinare contro un albero, bevve un po’ d’acqua, mangiò una barretta e tornò nel sacco a pelo a guardare la pallida luce del mattino che filtrava tra gli aghi. Sapeva che nel migliore dei casi sarebbe rimasto là per gran parte della giornata o anche per due, nel peggiore, per tre o quattro giorni. Poi però avrebbe ricevuto la sua parte di denaro e di divertimento, ed erano cose per cui valeva la pena aspettare.
Era paziente di natura.
E obbediente.
Reacher non si mosse dal centro della stanza e la governante finì di pulire attorno a lui. Fece il letto tendendo le lenzuola a tal punto che una monetina vi sarebbe rimbalzata sopra, cambiò gli asciugamani, sostituì un flaconcino di shampoo, mise una nuova saponetta mignon avvolta nel suo involucro, sistemò la carta igienica. Poi andò a prendere l’auto. Era un vecchio pick-up tutto ammaccato, molto spartano, con la ruggine, le gomme lisce e una sospensione piegata. Girò attorno alla carcassa della Subaru e parcheggiò con la portiera del passeggero accanto alla porta del bungalow. Controllò davanti e dietro a lungo, con attenzione, poi si bloccò. Reacher capì che avrebbe voluto lasciar perdere e andarsene senza di lui. Ce l’aveva scritto in faccia. Ma non lo fece. Si allungò, aprì la portiera e agitò la mano. Sbrigati.
Reacher uscì dal bungalow e salì sul furgone. «Se vediamo qualcuno, dovrà abbassarsi e stare nascosto, d’accordo?» disse la donna.
Reacher acconsentì anche se sarebbe stato difficile farlo. Era un furgone piccolo. Uno Chevrolet sporco e impolverato, di plastica e di similpelle logore, con il cruscotto che gli premeva contro le ginocchia e il finestrino che dava sul pianale di carico dietro lo schienale del sedile.
«Ha un sacchetto?» le domandò.
«Perché?»
«Potrei mettermelo in testa.»
«Non è divertente», osservò lei e partì. La trasmissione vecchia e usurata impiegò un secondo a elaborare il comando del piede, qualcosa sferragliò sotto il cofano e la marmitta bucata scoppiettò come quella di una moto. Uscendo dal parcheggio, la donna svoltò a sinistra, attraversò l’incrocio e si diresse a sud. Non c’erano altri veicoli. Alla luce del giorno la terra attorno sembrava piatta, monotona e immensa. Era spolverata di bianco per la brina. Il cielo era alto e vuoto. Dopo cinque minuti Reacher vide i due vecchi edifici a ovest, il granaio inclinato e il capanno più piccolo, dove aveva nascosto il pick-up. Tre minuti dopo superarono le tre case dei Duncan che si stagliavano isolate al termine del lungo vialetto comune. La donna strinse il volante e Reacher vide che aveva incrociato le dita. Il furgone proseguì sferragliando mentre lei guardava più il retrovisore che la strada davanti. Un chilometro e mezzo dopo fece un bel respiro e si rilassò.
«Sono solo persone. Tre vecchi e un giovane magro come un chiodo. Non hanno poteri magici», osservò Reacher.
«Sono malvagi», replicò la donna.
Erano nella cucina di Jonas Duncan a fare colazione, ad aspettare il momento buono, ad attendere che Jacob si pronunciasse. Aveva una dichiarazione da fare. Una decisione da prendere. Conoscevano i segnali. Molte volte Jacob era rimasto seduto in silenzio con un’aria assente e meditativa, poi se n’era uscito con una perla di saggezza, un’analisi che aveva centrato il cuore del problema o una proposta per prendere tre o quattro piccioni con una fava. Perciò aspettavano. Jonas e Jasper si godevano pazienti il pasto, Seth aveva qualche difficoltà perché masticare gli era diventato doloroso. L’ecchimosi si stava allargando sotto l’apparecchio di alluminio. Si era svegliato con due occhi pesti dello stesso colore e delle stesse dimensioni di un paio di pere marce.
Jacob posò coltello e forchetta. Si pulì le labbra con il polsino e giunse le mani di fronte a sé. «Dobbiamo chiederci una cosa», esordì.
Jonas era il padrone di casa, perciò aveva il diritto di rispondere per primo.
«Cioè cosa?» domandò.
«Dobbiamo capire se vale la pena di barattare un po’ di dignità e di amor proprio per portare a casa il risultato.»
«In che senso?»
«Abbiamo una provocazione e una minaccia. La provocazione arriva dal forestiero del motel che s’immischia con prepotenza in faccende che non lo riguardano. La minaccia dal nostro amico a sud, diventato impaziente. La prima cosa va punita, la seconda non sarebbe neanche dovuta accadere. Non bisognava garantire una data. Ma è stata garantita, perciò dobbiamo affrontare la cosa, e senza recriminazioni. Seth ha agito pensando senza dubbio di fare la cosa migliore per tutti.»
«Come ci muoviamo?» chiese Jonas.
«Pensiamo prima all’altra cosa. Al forestiero del motel.»
«Voglio dargli una bella lezione», esclamò Seth.
«Lo vogliamo tutti, figliolo. E ci abbiamo provato, no? Non è andata così bene.»
«Cosa, ora avete paura di lui?»
«Un po’, sì, figliolo. Abbiamo perso tre uomini. Saremmo stupidi a non essere almeno un po’ spaventati. E non siamo stupidi, giusto? A nessuno dei Duncan è mai stata rivolta questa accusa. Di qui la domanda sull’amor proprio.»
«Vuoi lasciarlo libero?»
«No, voglio dire al nostro amico a sud che il forestiero è il problema. Che per qualche motivo è lui la ragione del ritardo. Poi gli faremo presente che ha già due dei suoi quassù e se vuole sveltire un po’ la consegna, allora forse quei due potrebbero occuparsi del forestiero. È una vittoria totale, giusto? Da tre punti di vista. Primo, Seth si scrollerebbe di dosso quei due, secondo, il forestiero finirebbe ferito o ucciso, terzo, il nostro amico diventerebbe un po’ meno aggressivo perché capirebbe che in realtà il ritardo non è colpa nostra. Che siamo stati anche noi intralciati da fattori esterni in modi che non avrà difficoltà a comprendere, perché anche a lui capiterà di tanto in tanto di essere intralciato in maniera simile. In altre parole, facciamo causa comune.»
Per un istante ci fu silenzio.
«Mi piace», affermò poco dopo Jasper Duncan.
«Anche a me. Altrimenti non lo proporrei. L’unico lato negativo è un piccolo colpo alla nostra dignità, nel senso che non metteremo personalmente le mani sull’uomo che ha infranto le nostre leggi e che ammetteremo davanti al nostro amico a sud che a questo mondo ci sono problemi che non siamo in grado di risolvere da soli», disse Jacob.
«In questo non c’è vergogna», osservò Jonas. «È una faccenda molto complicata.»
«Pensate che i suoi uomini siano migliori dei nostri?» domandò Seth.
«Certo, figliolo», rispose Jacob. «Per quanto i nostri siano in gamba, i suoi sono di un altro livello. Non c’è confronto. Cosa che dobbiamo tenere a mente. Il nostro amico a sud deve restare tale, altrimenti diventerebbe un nemico molto sgradevole.»
«Ma se il problema del ritardo non si risolvesse?» chiese Jasper. «Se lo scenario non cambiasse? Supponiamo di inchiodare oggi il forestiero e di non riuscire a fare la consegna ancora per una settimana. Il nostro amico a sud capirà che gli abbiamo mentito.»
«Non credo che il forestiero verrà inchiodato in un giorno», osservò Jacob.
«Perché no?»
«Perché sembra un uomo molto capace. Tutto finora lo lascia pensare. Potrebbero essere necessari alcuni giorni, durante i quali il nostro camion si metterà in viaggio. Anche se così non fosse, potremmo dire che riteniamo prudente tenere la merce fuori dal paese finché la questione non sarà risolta in via definitiva. Il nostro amico potrebbe crederci. Oppure, naturalmente, non farlo.»
«Allora è un azzardo.»
«Certo che lo è. Ma probabilmente è la cosa migliore che possiamo fare. Ci stiamo o no?»
«Dovremmo offrire assistenza», suggerì Jasper. «E informazioni. Richiedere l’appoggio della popolazione.»
«Ovviamente. Il nostro amico lo darà per scontato. Daremo precise istruzioni in proposito, chiarendo quale sarà la punizione per chi non collabora», affermò Jacob.
«E ci dovranno essere anche i nostri ragazzi. Con gli occhi e le orecchie bene aperti. In modo che il nostro contributo sia quanto meno palpabile.»
«Ovviamente», ripeté Jacob. «Allora ci stiamo o no?»
Per un bel po’ nessuno aprì bocca. «Io ci sto», disse infine Jasper.
«Anch’io», gli fece eco Jonas.
Jacob Duncan annuì e disgiunse le mani.
«Allora c’è la maggioranza», concluse. «E la cosa mi rincuora, perché due ore fa mi sono preso la libertà di chiamare il nostro amico a sud. I suoi uomini sono già al lavoro.»
«Voglio esserci quando il forestiero avrà quello che si merita», intervenne Seth.