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Il calibro 338 arrivò alto, trenta centimetri al di sopra del baricentro di Jonas Duncan, a metà tra il labbro inferiore e la punta del mento. Il proiettile penetrò nelle radici degli incisivi inferiori, nei tessuti molli della bocca e della gola, nella terza vertebra, nel midollo spinale, nel grasso della nuca e proseguì la corsa verso l’angolo della casa di Jacob Duncan. Jonas si accasciò in verticale, reclamato dalla gravità, il corpo piccolo e tozzo come un idrante d’un tratto flaccido e malleabile. Si trasformò in un ammasso grottesco di arti con la faccia all’indietro verso l’alto, gli occhi aperti e l’ultimo sangue ossigenato del cervello che si riversava dalla ferita, poi morì.
Reacher azionò l’otturatore del fucile e il bossolo cadde tintinnando sul cofano dello Yukon, rotolò oltre il bordo e finì a terra. Prese il cellulare. «Jonas è morto», disse.
«Abbiamo sentito lo sparo», rispose Dorothy Coe.
«Segni di attività?»
Non ancora.
Reacher tenne il telefono all’orecchio. La casa di Jonas bruciava bene. L’intera facciata era in fiamme e c’era fuoco all’interno che gettava luci arancione e ombre tutt’intorno, si appiattiva e si contorceva furioso sui soffitti brillando dietro i vetri integri, fuoriuscendo dalle finestre rotte per innalzarsi e unirsi all’incendio generale. Il fumo si spostava sempre verso sud e anche il calore. Verso l’edificio più meridionale.
Si udì di nuovo la voce di Dorothy Coe. «Jasper è uscito. Ha un’arma. Un lungo fucile. Ci vede. Ci sta guardando.»
«Quanto lontani siete?» domandò Reacher.
«Circa seicento metri.»
«Rimanete dove siete. Se spara, vi mancherà.»
«Pensiamo che sia un fucile da caccia.»
«Ancor meglio. Il colpo non vi raggiungerà nemmeno.»
«Sta correndo. Ha superato la casa di Jonas. È diretto a quella di Jacob.»
Reacher lo vide schizzare da destra a sinistra nello spazio stretto tra la casa di Jonas e quella di Jacob, un uomo basso e largo molto simile al fratello. «È entrato. Lo vediamo nella cucina di Jacob. Dalla finestra. Ci sono anche Jacob e Seth», riferì al telefono Dorothy Coe.
Reacher attese. L’incendio nella casa di Jonas era fuori controllo. Il Tahoe bianco era ormai una carcassa annerita avvolta da una sfera di fuoco. I vetri delle finestre stavano scoppiando e le fiamme si protendevano orizzontali come braccia, come pugni prima di salire vorticose verso l’alto. Il tetto era in fiamme. Poi ci fu un rumore forte e l’aria nella casa sembrò vibrare e riversarsi fuori. Un bagliore blu rovente uscì dal pianterreno come un alito, ben visibile, come una forza, e s’innalzò a poco a poco per un secondo, due, tre. Quindi le fiamme ripresero ad ardere più intense di prima.
«Qualcosa è appena esploso nella cucina di Jonas. La bombola di propano, forse. La parete posteriore brucia intensamente», spiegò Dorothy Coe.
Reacher attese.
Il pianterreno terminò di bruciare, l’aria vibrò di nuovo e sembrò riversarsi fuori quando le assi in fiamme precipitarono nel seminterrato. La falda sinistra del tetto si inclinò verso l’interno, quella destra precipitò all’esterno, nello spazio confinante con la casa di Jasper. Ne scaturì una pioggia di scintille che fu investita dalle correnti ascendenti e spinta fino a trenta metri. Il muro destro di Jonas crollò e si ammucchiò contro il muro sinistro di Jasper. Nuove folate d’aria investirono le superfici ancora integre e nuove fiamme si levarono.
«Sta andando molto bene», affermò Reacher.
Poi il primo piano di Jonas cedette in un’esplosione di scintille, il muro sinistro restò privo di sostegno e si piegò lentamente, con cura, in due. La parte superiore cadde all’interno, nel fuoco, quella inferiore all’esterno e colpì la casa di Jacob. I pezzi di legno in fiamme e i tizzoni rosso vivo rotolarono dappertutto, si fermarono e risucchiarono ossigeno. Nuove e gigantesche fiamme si propagarono verso l’alto, all’esterno e di lato. Bruciavano persino le erbacce tra la ghiaia.
«Abbiamo fatto centro. Sono tutti in trappola», disse Reacher.
«Jasper è tornato fuori. Sta andando verso il suo furgone», annunciò Dorothy Coe.
Reacher guardò nel mirino anteriore del fucile. Vide Jasper correre verso la fila d’auto. Lo vide infilarsi nel pick-up bianco. Lo vide accenderlo e uscire in retromarcia. Poi il pick-up sterzò e puntò dritto al vialetto. Sfrecciò in una nube di scintille, oltre il corpo di Jonas e si diresse verso la strada a due corsie. Verso Reacher. Verso il furgone nero parcheggiato. Jasper inchiodò, si fermò dietro il veicolo, a poca distanza, e si precipitò fuori. Aprì la portiera del passeggero e si chinò all’interno.
Un secondo dopo si raddrizzò.
Non c’era la chiave. La chiave era nella tasca di Reacher.
Reacher posò il telefono sul cofano dello Yukon.
Jasper Duncan rimase immobile, incerto. Distanza: circa quaranta metri. Il che a dire il vero non era una distanza.
Reacher gli sparò in testa e lui piombò subito a terra come il fratello, lasciando nell’aria una piccola nube rosea di sangue e ossa polverizzate, che si spostò di qualche centimetro e infine scomparve, spinta dalla brezza.
Reacher prese il cellulare. «Jasper è morto», disse.
Gettò quindi il fucile scarico sulla strada dietro di sé e salì nello Yukon. La mancanza di munizioni di riserva significava che la fase uno era finita e stava per iniziare la fase due.